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Scenari

Agricoltura italiana, cosa è cambiato in vent’anni: per Istat calano cereali, frutta e olio, ma cresce il peso delle importazioni

08 Settembre 2026
Frumento e ulivi nell’agricoltura italiana Frumento e ulivi nell’agricoltura italiana

Il rapporto ricostruisce le trasformazioni dal 2006 al 2025. Meno superfici e produzioni in molti comparti, più importazioni, ma anche rese più elevate

Meno mais, frumento, frutta e olio. Più soia, maggiore produttività in diversi comparti e un ricorso crescente alle importazioni per alcune produzioni. In vent’anni l’agricoltura italiana ha cambiato struttura, pur conservando un ruolo di primo piano in Europa.

È il quadro che emerge dal focus Istat sulle produzioni agricole e zootecniche, che mette a confronto il 2025 con il 2006. Un arco temporale sufficientemente lungo per andare oltre le oscillazioni legate alle singole annate e osservare alcune delle trasformazioni avvenute nel sistema agricolo nazionale.

Uno dei cambiamenti più evidenti riguarda i cereali. La superficie destinata al mais si è ridotta del 51,2% rispetto al 2006 e la produzione del 42,7%, nonostante una crescita della resa per ettaro del 17,4%. Il frumento duro, che continua a occupare oltre 1,1 milioni di ettari, perde il 15,5% delle superfici e il 9,3% della produzione. Per il frumento tenero la contrazione produttiva raggiunge il 21,4%. Alla riduzione della produzione nazionale corrisponde un maggiore ricorso ai mercati esteri. Nel 2025 l’Italia ha importato circa 97 milioni di quintali di frumento, a fronte di una produzione nazionale di poco inferiore a 60 milioni. Per il mais le importazioni hanno raggiunto 70 milioni di quintali contro una produzione di circa 55 milioni. Nel 2006 il Paese produceva quasi 96 milioni di quintali di mais e ne importava meno di 20 milioni.

Non tutte le colture seguono però lo stesso trend. La soia è uno dei casi più evidenti: rispetto al 2006 le superfici sono aumentate del 69,1% e la produzione del 94,6%. Crescono anche il mais ceroso, gli erbai monofiti e le leguminose. Secondo l’Istat, l’espansione della soia è legata alla crescente domanda di proteine vegetali per i mangimi e alle strategie europee per ridurre la dipendenza dalle importazioni.

La contrazione è particolarmente evidente nella frutticoltura. Delle 14 specie analizzate, undici producono meno rispetto a vent’anni fa. Le pere registrano il calo più marcato, con il 60,6% in meno, seguite dalle nettarine (-43,5%), dalle pesche (-31,9%), dalle nocciole (-30,3%), dalle mandorle (-29,7%) e dalle arance (-23,7%). In controtendenza mele (+13,2%), kiwi (+17,8%) e clementine (+20,3%). Anche in questo settore aumenta il peso degli acquisti dall’estero. Rispetto al 2006 le quantità importate sono cresciute del 413,6% per le pesche, del 199,1% per le pere, del 144,3% per le mandorle e del 144,1% per le nocciole. Per queste ultime due produzioni, nel 2025 i quantitativi importati sono ormai vicini a quelli prodotti in Italia.

Tra le colture più rappresentative dell’agricoltura italiana, vite e olivo mostrano andamenti differenti. La produzione di vino è rimasta relativamente stabile: dai 49,6 milioni di ettolitri del 2006 ai 47,8 milioni del 2025, con una diminuzione del 3,6%. Nello stesso periodo le esportazioni sono passate da 18,8 a 21 milioni di ettolitri. Nel 2006 venivano esportati 39,9 litri ogni 100 prodotti; nel 2025 la quota è salita a 44. Più marcato il ridimensionamento dell’olio d’oliva. La produzione è scesa da 603,3 milioni di litri nel 2006 a 378,6 milioni nel 2025, con una contrazione del 37,6%. Nell’ultimo anno considerato l’Italia ha importato 565 milioni di litri di olio e ne ha esportati 298 milioni. Al mercato interno sono stati destinati circa 81 milioni dei 379 milioni di litri prodotti nel Paese. Un sistema, dunque, caratterizzato contemporaneamente da consistenti flussi di importazione e da una forte componente esportatrice.

Le trasformazioni riguardano anche gli allevamenti. Tra il 2006 e il 2025 diminuiscono bovini e bufalini (-8,4%), ovini (-28,1%) e suini (-15,6%), mentre aumentano i caprini (+3,4%). Ancora più evidente il cambiamento nelle macellazioni: il peso delle carni bovine e bufaline si riduce del 40,9% e quello di ovini e caprini del 56,2%, mentre le carni avicole crescono del 56,8%.

Diversa la situazione del latte. Nel 2024, ultimo anno disponibile, in Italia sono stati raccolti 138,4 milioni di quintali, il 27,2% in più rispetto al 2006. A crescere è soprattutto la produttività: per il latte vaccino la quantità media raccolta per capo passa da 58 a 86,2 quintali, con un aumento del 54%. Cresce anche la produzione di formaggi (+17,7%), mentre diminuisce quella di burro (-21,3%).

Proprio le rese aiutano a comprendere una parte dei cambiamenti. In numerosi casi la riduzione delle superfici non implica necessariamente una diminuzione della stessa intensità nella produzione. È quanto avviene per il mais, ma anche per le mele, che aumentano la produzione del 13,2% pur con il 10,6% di superficie in meno, grazie a una resa cresciuta del 26,7%. L’Istat rileva un processo di concentrazione delle coltivazioni nelle aziende più produttive e, per alcune colture, una maggiore efficienza nell’utilizzo dei terreni.

Nonostante il ridimensionamento registrato da diversi comparti, l’Italia mantiene comunque un ruolo rilevante nell’agricoltura europea. Con l’8,7% della superficie agricola utilizzata dell’Unione è al quinto posto dopo Francia, Spagna, Germania e Polonia, ma per numerose produzioni la sua incidenza è molto superiore. Nel 2025 dall’Italia arriva il 75,2% delle nocciole prodotte nell’Unione europea, il 52,8% del riso, il 43,2% del frumento duro e il 42,1% del pomodoro in piena aria. Le quote raggiungono inoltre il 37,9% per la soia, il 33,2% per l’uva e il 30,5% per le arance.