Andrea Graziano ne ha combinata un’altra delle sue. Il dinamico imprenditore etneo, che nel campo della ristorazione ha rivoluzionato il modo di mangiare fuori, apre il 27 maggio un nuovo locale a Catania. Si chiamerà Kebastard: la nuova idea di kebab che unisce e racconta territori lontani. Il nuovo locale di Andrea Graziano e Abdallah Dadi, giovane tunisino arrivato in Italia in fuga dal regime e ora socio dell’imprenditore catanese, avrà un menù che rende omaggio alle tradizioni culinarie di territori lontani ma uniti dalla cottura allo spiedo sul fuoco e dalla panificazione ancestrale.
“Un progetto dalla forte identità che trasforma il kebab, uno dei cibi più diffusi e riconoscibili, in un simbolo multiculturale dove convivono diverse tradizioni gastronomiche che hanno in comune lo spiedo, la cottura sul fuoco, la pita tirata a mano – si legge in una nota -. Kebastard sottolinea la natura ibrida e radicale del progetto e mette in discussione il tradizionale kebab trasformandolo in un piatto-simbolo di diverse culture”.
Un mix, un incrocio, che nasce nel cuore del centro storico di Catania, in piazza Giuseppe Sciuti, da due storie e origini diverse: quella di Andrea Graziano e Abdallah Dadi. Andrea Graziano è un imprenditore catanese che da quasi venticinque anni interpreta la ristorazione come fenomeno culturale prima ancora che commerciale. Un percorso costruito tra viaggi, visioni e intuizioni che lo portano a raccontare il cibo e a trasformarlo in esperienza concreta attraverso il più noto progetto Fud Bottega Sicula. Abdallah Dadi, nato in Tunisia, è arrivato in Italia ancora minorenne in fuga dal regime di Zine El Abidine Ben Ali. Trova nella cucina il suo spazio, il suo linguaggio, la sua direzione. Cresce tra studio, lavoro e confronto continuo, entra giovanissimo nell’orbita di Graziano e si costruisce nel tempo una solidità professionale fatta di esperienza, disciplina e collaborazioni con grandi nomi della ristorazione nazionale. Il progetto di interior design è firmato dall’architetta Fatima Costa e nasce non dalla ricerca di uno stile ma dalla costruzione di una stratificazione culturale.
“Kebastard si rivolge a una generazione abituata alla contaminazione culturale, molto più sensibile alla’autenticità che alla perfezione – commenta Andrea Graziano -. Ma, come spesso accade nei progetti radicali, la sua natura è trasversale:parte da un cibo popolare, spesso banalizzato, e gli restituisce spessore, dignità e immaginario. In un panorama in cui molti locali tendono ad assomigliarsi, Kebastard sceglie di affermare una visione precisa e riconoscibile e restituisce complessità a un prodotto spesso semplificato trasformandolo in un racconto contemporaneo fatto di tecnica, contaminazione e identità”.
Il format è asciutto e lascia spazio al gusto e all’esperienza: niente servizio al tavolo. Si ordina, si ritira, si mangia. Nel menù, bevande no alcohol come la kombucha integrano la proposta di birre artigianali e drink analcolici. “Quando sono arrivato in Italia – afferma Abdallah Dadi, business partner e co-proprietario – non parlavo la lingua, non conoscevo nessuno. Ma in cucina è stato tutto più chiaro. Il fuoco, la carne, il pane: questi non hanno bisogno di traduzione: sono il linguaggio più antico che esista. Ed è lì che ho trovato il mio posto. Non mi sono mai sentito completamente di un Paese solo. E alla fine ho smesso di vederlo come un problema. Essere in mezzo significa avere più punti di vista, più sapori, più possibilità. Kebastard nasce anche da questo: dall’idea che l’incrocio non è una mancanza, è una risorsa”.
Il menù di Kebastard: un viaggio in quattro continenti
Il menù è un viaggio che inizia con i piccoli spiedi dal mondo- yakitori giapponesi, satay tailandesi, seekh pachistani, souvlaki greci- fino ad arrivare agli arrosticini di cavallo con chimichurri e ricotta salata e le diverse tipologie di kebab, ciascuna delle quali rappresenta un paese e una tradizione: doner, shawarma, seekh, gyros. Non mancano le suggestioni dal Messico con i tacos di carne e quelli vegetariani, tutti preparati con sfoglie artigianali di mais. Tra i piatti principali: “Bastard doner” con pollo speziato e marinato, cotto allo spiedo verticale a pietra lavica, “Black shawarma” con carne di manzo marinata e speziata alle erbe, cotta con patate cipollina e servita con yogurt di bufala artigianale ragusana.
Non mancano le proposte vegetariane con “The natural bab”, kebab di melanzane speziate, servito con falafel, hummus, e yogurt di bufala all’aneto. Mondi apparentemente lontani che si incontrano nei tre elementi – lo spiedo, la brace, il fuoco – e si traducono in preparazioni originali che attraversano Medio Oriente, Mediterraneo, Asia, Messico, per poi approdare in Sicilia, da sempre terra di passaggi e stratificazioni.
Non è una fusione di maniera. È lavoro di studio su carni, marinature, speziature e cotture. Le carni – di provenienza italiana e certificate halal – vengono lavorate e cotte alla griglia tra fuoco e pietra lavica. Le salse sono artigianali. La base, una pita preparata artigianalmente con un impastato e tirato a mano, rievoca un gesto antico, arcaico, comune a tutte le cucine del Mediterraneo. La Sicilia c’è, proiettata in un contesto che ripercorre le radici mediterranee dell’isola. Diverse le materie prime di matrice siciliana come lo Za’atar con sommacco siciliano, il sesamo di Ispica ed erbe spontanee di Enrico Russino, lo yogurt di bufala e cosacavaddu ibleo dell’azienda Bubalus, l’aglio rosso di Nubia, la provola delle Madonie di Invidiata.
Il design di Kebastard uno spazio di geometrie pop e artigianato
Skyline mediterranei si sovrappongono a geometrie pop. Un lampadario diventa un mercato di spezie sospeso sul soffitto, tubi industriali convivono con elementi artigianali interamente realizzati a mano, senza gerarchie estetiche. Il risultato è uno spazio costruito per sovrapposizioni: simboli, materiali e riferimenti provenienti da mondi differenti che convivono in equilibrio, senza perdere la propria identità. Il design di Kebastard, a firma dell’architetta palermitana Fatima Costa, crea uno spazio capace di parlare linguaggi diversi contemporaneamente, dove ogni persona può riconoscere frammenti della propria identità. Anche i bagni diventano parte del racconto: una parete curva accoglie geometrie islamiche da cui emergono mani, simbolo di un Mediterraneo dove spesso un gesto vale più di una frase. Sulle saracinesche, le illustrazioni dell’artista catanese Chiara Abramo trasformano anche la facciata in parte integrante del progetto e si inseriscono nella vivace piazza Giuseppe Sciuti del centro storico di Catania, già interessata da un’operazione di riqualificazione urbana.
“Già dal nome, Andrea Graziano mi aveva convinta. Non mi interessava trovare uno stile. Mi interessava costruire uno spazio che fosse un incrocio reale – commenta Fatima Costa -. Ho lavorato per stratificazione: simboli e materiali provenienti da culture diverse che convivono senza uniformarsi. Ogni cultura che entra in quel luogo può essere identificata”.
Il locale – con dodici posti interni e 30 esterni – sarà aperto dal lunedì al venerdì dalle 18 alle 2 e sabato e domenica dalle 12 alle 2.