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Birra della settimana

La birra e le sue tipologie: German Pils, l’imperatrice

14 Giugno 2026
La German Pils La German Pils

Versione tedesca della primigenia Pilsener boema, incarna ciò che per molti è la chiara per antonomasia

Quinta puntata della nostra collana di approfondimenti dedicati, ciascuno, a una delle tante tipologie (Bitter, Weizen, Blanche, American Ipa e via dicendo) che popolano l’universo birrario, ricostruendone le origini, tratteggiandone la personalità sensoriale e riportandone alcuni validi esempi disponibili sul mercato. Protagonista di oggi è la German Pils; cioè l’interpretazione data, da parte tedesca, al canovaccio primigenio della Bohemian Pilsener (lanciata nel 1842): una versione, la teutonica, che, lungo i decenni successivi, si è affermata come la declinazione più diffusa di quel paradigma sensoriale, trovando consensi vasti e crescenti ovunque, tanto da diventare, su scala planetaria, la tipologia più largamente consumata e prodotta.

Ubi minor, maior cessat

Ora, magari, non è proprio così. Ma ribaltare l’enunciato logico della ben nota massima latina, ci serve – pur forzando un po’ i termini della faccenda – a evidenziare quella che è stata un’evenienza storica oggettiva: ovvero il destino di maggiore notorietà e diffusione al quale la German Pils – una tra le figlie della Bohemian Pilsener – è andata gradualmente incontro, superando di fatto, in termini di popolarità, la propria stessa matriarca e genitrice. L’alba della Pils alla tedesca sorge inizio anni Settanta dell’Ottocento; ed è determinata dalla necessità di adattare le fattezze dell’archetipo cèco a un diverso contesto ambientale.

In particolare dovendo maneggiare acque dal diverso profilo salino (al di qua del confine il contenuto in minerali è sensibilmente superiore); e volendo impiegando luppoli alternativi al Saaz, benché comunque dotati di una fisionomia organolettica di grande eleganza (e perciò, a loro volta, come il Saaz stesso, detti nobili): varietà quali lo Hallertauer Mittelfrüh, il Tettnanger e lo Spalt.

Peraltro, le due varianti di Pils se la giocheranno alla pari per molti decenni successivi: il turbo, da parte della German, sarà innestato solo dopo la seconda guerra mondiale, quando i produttori della Bundesrepublik Deutschland concentreranno i loro sforzi nell’affinamento delle tecniche di lavorazione, adottando strumenti di crescente efficacia, al fine di conseguire risultati organolettici di sempre maggiore armonia, sul piano delle qualità aromatiche e amaricanti.

Erbacea, secca, irresistibile

Più chiara, più briosa nella bollicina, più secca e infine più amara in percezione (sebbene non necessariamente perché più carica di luppolo, ma per il minor rilievo assunto, nel suo pacchetto sensoriale, da parte delle morbidezze maltate). Così, potremmo, in quattro pennellate, dipingere i contorni della German Pils, volendone sinteticamente evidenziare i punti di punti di divergenza rispetto alla Bohemian. Insomma una sua variante maggiormente incline a modalità di bevuta, diciamo, corsaiole.

Una prerogativa, quella dell’estrema agibilità di sorsata, che fa da perno a un identikit organolettico riassumibile come segue. Il grado alcolico oscilla statisticamente tra il 4.4 e il 5.2%; il colore (unito a un aspetto sempre molto pulito e non di rado limpido) scala dal paglierino tenue a un dorato di primo ingresso; l’aroma assembla note da crosta di pane, prato falciato, fiori di campo e pepe bianco; il corpo è leggero, scattante; e il finale, di nervosa asciuttezza, regala un amaro affilato, ma mai astrigente. Insomma, il bicchiere deve saper scendere giù in pochi secondi…

Tre sfumature di German Pils

Chiudiamo con la consueta campionatura di etichette che proponiamo come valide rappresentanti della tipologia. Nella madrepatria Germania, tra le tante referenze possibili, scegliamo la Schönramer Pils della scuderia bavarese Schönram, il cui nome ricalca quello del villaggio di ubicazione, nel comune di Petting (Baviera): dorata nell’aspetto, offre fragranze anche mielate e lievemente agrumate (da tiglio, ad esempio), mentre al palato il suoi 5.4 gradi alcolici contribuiscono a disegnare una parabola morbida in avvio e chiusa da un’amaricatura tanto netta quanto dosata.

Sul fronte italiano, peschiamo due nomi: Brusca e Tacheles. Quest’ultima, firmata dalla scuderia Nama Brewing (a Treviglio, in provincia di Bergamo), registra una gradazione pari al 4.9%; esibisce un bel colore paglierino d’aspetto pulito; consegna profumi affienati e minerali; mentre al palato si distende verso un finale di elegante amaricatura. La Brusca è invece targata Birrone, marchio di Isola Vicentina, appunto un provincia di Vicenza. Identica la gradazione (4.9), la tinteggiatura è invece dorata, l’argomentazione aromatica guidata da temi erbacei e la bocca improntata a un amaro risoluto e lungo nella persistenza.

PRIVATE LANDBRAUEREI SCHÖNRAM
Salzburger Strasse, 17, Schönram, Petting (Germania)
0049 (0) 8686 98800
info@brauerei-schoenram.de
www.schoenramer.de

NAMA BREWING
Via Roggia Vignola, 3 – Treviglio (Bergamo)
0363 563256
info@namabrewing.com
www.namabrewing.com

BIRRONE
Via Fossanigo, 6, Isola Vicentina (Vicenza)
0444 975702
info@birrone.it
www.birrone.it