Giornale online di enogastronomia • Direttore Fabrizio Carrera
L'azienda

La Lugana come destino: dal centenario a una nuova identità, il ritorno alle origini di Cascina Maddalena

26 Maggio 2026
il produttore Mattia Zordan, l’agente Filippo Fiorito e il team di Ferramenta il produttore Mattia Zordan, l’agente Filippo Fiorito e il team di Ferramenta

Arriva un momento, per alcune aziende del vino, in cui crescere significa togliere anziché aggiungere. Tornare all’essenza, rinunciare alla dispersione, scegliere una strada più stretta ma più identitaria. Per Cascina Maddalena questo momento coincide con un “ritorno al futuro”: dopo il centenario celebrato nel 2024, la cantina di Santa Maria di Lugana decide infatti di produrre esclusivamente Lugana, restando fedele al territorio e al suo vitigno simbolo, il Turbiana o Trebbiano di Lugana.

Una scelta che è insieme prospettiva e memoria. Perché la storia di Cascina Maddalena nasce esattamente da questa terra, a poche centinaia di metri dal lago di Garda, in uno dei punti più vocati della denominazione. Siamo a Sirmione, nel cuore storico della Lugana più “lacustre”, minerale e salmastra: quella delle argille compatte che si distendono tra Desenzano, Rovizza e Peschiera. È qui che il Trebbiano di Lugana trova la sua voce più profonda.

La denominazione Lugana, una delle poche DOC italiane interregionali, divisa tra Lombardia e Veneto, si sviluppa infatti su due anime differenti. Da un lato la pianura argillosa vicina al lago, fatta di terreni coriacei, ricchi di minerali, capaci di dare vini strutturati e verticali. Dall’altro la zona collinare morenica verso Pozzolengo e Lonato, dove le argille si fanno più sabbiose, i terreni più ghiaiosi e i vini più voluminosi e acidi. Cascina Maddalena appartiene con convinzione alla prima anima: più tesa e salina.

E forse tutto era già scritto nel 1924, quando la famiglia acquistò i terreni. La storia che Mattia Zordan racconta ha quasi il sapore di una leggenda contadina. All’epoca la zona era ancora paludosa e considerata poco vocata. I figli della bisnonna raggiunsero la Lugana con un carretto, raccolsero un po’ di terra e la avvolsero nella carta di giornale per portarla a casa e farla esaminare. Durante il viaggio però il terreno si bagnò, trasformandosi in una massa limosa e apparentemente povera. La bisnonna pensò che quella terra non valesse nulla ma dietro loro insistenza la comprò. Fu così che quella che sembrava una terra sterile si rivelò invece straordinariamente ricca di minerali.

La cascina, costruita tra il 1850 e il 1860 e dedicata alla figlia del primo fondatore, Maddalena, è ancora oggi il centro di tutto. Attorno sorgono i quattro ettari vitati dell’azienda, condotta dalla quarta generazione della famiglia. Oggi alla guida c’è Mattia Zordan, che produce circa 25-30 mila bottiglie l’anno (diventate circa 16 mila nelle ultime due vendemmie) e che ha scelto di riportare l’azienda a una visione più essenziale e radicale.

Il 2023, in questo senso, è stato un anno spartiacque. Una grandinata ha distrutto il 95% della produzione e Cascina Maddalena ha deciso di non imbottigliare nulla. Nessuna scorciatoia, nessun acquisto di uve esterne per compensare le perdite. “Non volevo produrre vino sotto il livello qualitativo che considero giusto”, racconta Zordan. È stato un anno sabbatico di viaggi e formazione per il vignaiolo: Mosella, Champagne, nuove esperienze, nuovi investimenti in cantina, tra botti e attrezzature. Un momento duro che si è trasformato in occasione di riflessione e ripartenza.

Da qui nasce il “ritorno al futuro” di Cascina Maddalena: concentrarsi interamente sulla Lugana e le sue diverse interpretazioni, eliminando progressivamente i vini prodotti con altre uve. Una ricerca di precisione che parte dal vigneto con pratiche sostenibili e arriva fino alla vinificazione.

Questa nuova fase è stata raccontata a Palermo, durante una degustazione organizzata da Ferramenta, ormai celebre enoteca con mescita nel centro storico, dove lo chef Ivan Spitaleri insieme a Luca d’Arpa e Francesco Di Leonardo ha costruito un percorso gastronomico pensato per esaltare la verticalità e la sapidità dei vini.

Ad aprire la degustazione è stato Leonardo 2021, Metodo Classico non dosato sboccato nel 2025. Una bottiglia che Mattia produce soltanto nelle annate in cui l’acidità raggiunge livelli particolarmente elevati. Al naso emergono note floreali delicate, richiami agrumati, note di pasticceria e una marcata impronta minerale. Il sorso è giocato tra freschezza, verticalità e consistenza, con un finale lungo e salmastro. L’abbinamento è pensato con una frittura leggera: caciocavallo fresco “vestito” con marmellata di cipolla rossa, acciughe di Aspra e germogli di origano.

A seguire l’assaggio di Capotesta 2025, vero cuore produttivo dell’azienda: nove mesi in acciaio con lieviti selezionati, espressione diretta e immediata del territorio. Al naso esprime tutta la freschezza della Turbiana giovane: fiori bianchi, pesca bianca croccante, mela gialla, agrumi e una sottile nota erbacea. Nella versione magnum il vino acquisisce ulteriore profondità ed eleganza: sentori floreali, erbe officinali, cedro, limone e leggere sfumature idrocarburiche; in bocca è energico, fresco ma avvolgente, con un finale agrumato di grande lunghezza. Interessante l’abbinamento con la pasta alla norma, mentre la versione in bottiglia dialogava con una focaccia con tartare di tonno e zest di arancia.

Con Clay 2021 si entra invece nella dimensione più sperimentale della cantina. Le uve sono le stesse di Capotesta ma raccolte circa dieci giorni più tardi. Fermentazione spontanea, cemento e lunghi tempi di affinamento: due anni in vasca e uno in bottiglia. Un vino che segna, secondo Zordan, il vero cambio di marcia dell’azienda. Più profondo, materico e complesso, ma sempre attraversato dalla tensione minerale tipica della Lugana più vicina al lago. Perfettamente bilanciato qui l’abbinamento con bruschetta burro e bottarga.

A chiudere il percorso Fuori dalla Mischia 2019 che – abbinato per l’occasione ad un salmorejo con peperone, uovo sodo, pomodoro e cubetti di prosciutto crudo – rappresenta il vino più intimo e personale di Mattia Zordan. Nasce nel 2019 durante uno stop forzato dal rugby a causa di un infortunio, da cui prende il nome e il senso. Da una delle migliori vasche di quell’annata calda nasce un vino lasciato riposare inizialmente senza un progetto preciso: fermentazione spontanea in acciaio, tre anni di affinamento sulle fecce fini, nessuna chiarifica e minimo uso di solfiti. Viene imbottigliato in sole 323 magnum con un’etichetta unica disegnata a mano dal suo tatuatore di fiducia. È un vino che rappresenta pausa, riflessione e pazienza, che si allontana dallo stile più classico della cantina per esprimere una concezione più libera del fare vino.

Il futuro di Cascina Maddalena riparte dunque da qui: da un’identità più nitida, da un vitigno unico, da una visione senza compromessi. Un ritorno all’origine che non guarda indietro con nostalgia, ma avanti con maggiore consapevolezza, in un tempo che oggi porta anche il nome della piccola Maddalena, figlia di Mattia. Perché a volte il gesto più contemporaneo che un’azienda possa fare è ricordarsi esattamente chi è.