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Scenari

Peste suina, 15 organizzazioni chiedono un cambio di rotta: “A rischio biodiversità e razze autoctone”. Abbattuto il 10% della Cinta Senese

30 Luglio 2026
Cinta Senese Dop Cinta Senese Dop

Quindici organizzazioni che rappresentano il mondo dell’agricoltura biologica, degli allevamenti estensivi e dei Presìdi Slow Food chiedono al commissario straordinario per la peste suina africana, Giovanni Filippini, di rivedere le strategie adottate per contrastare l’emergenza. La richiesta è contenuta in una lettera con cui le associazioni sollecitano un confronto urgente per individuare misure ritenute più efficaci e proporzionate.

Tra i firmatari figurano, oltre a Slow Food Italia, FederBio, Legambiente, AssoBio, Aiab, Veterinari Senza Frontiere Italia, Unione Coltivatori Italiani e il Consorzio di Tutela della Cinta Senese Dop.

L’appello arriva mentre il virus continua ad avanzare. Dopo la diffusione nel sud del Piemonte, la peste suina africana ha raggiunto anche allevamenti della Toscana, colpendo la storica Cinta Senese, razza autoctona simbolo della suinicoltura italiana. Secondo le associazioni, nelle ultime settimane è stato abbattuto circa il 10% dei 3.200 capi complessivamente allevati.

Le organizzazioni denunciano che le misure adottate finora stanno producendo effetti particolarmente pesanti sugli allevamenti estensivi e di piccole dimensioni, che rappresentano oltre l’80% delle aziende suinicole italiane. A preoccupare è soprattutto l’ordinanza commissariale 4/2026, che ha esteso da uno a tre chilometri il raggio di applicazione delle restrizioni per gli allevamenti familiari e semibradi in caso di ritrovamento di un cinghiale infetto.

Secondo i firmatari, applicare le stesse regole previste per i grandi allevamenti industriali anche alle piccole aziende rischia di compromettere non solo la sopravvivenza economica di molte imprese, ma anche il patrimonio di biodiversità rappresentato dalle razze autoctone italiane.

Nel documento viene inoltre evidenziato come i risarcimenti agli allevatori procedano con lentezza, mentre continuano gli investimenti pubblici destinati al contenimento dei cinghiali e alle opere di recinzione, strumenti che, secondo le associazioni, non hanno prodotto i risultati sperati nel limitare la diffusione del virus.

Per i firmatari, la prevenzione dovrebbe basarsi su una valutazione del rischio specifica per ciascuna azienda, tenendo conto del livello di biosicurezza, della densità degli allevamenti e delle caratteristiche del territorio, evitando l’applicazione di misure uniformi a realtà produttive profondamente diverse.