Non è soltanto una questione di pascoli, ma di tutela della biodiversità, del paesaggio e di una delle più antiche tradizioni pastorali della Liguria. Per questo Slow Food Italia è intervenuta a sostegno di Aldo Lo Manto, allevatore di pecore di razza Brigasca e ultimo pastore del Presidio Slow Food dedicato a questa storica razza ovina.
La vicenda riguarda gli alpeggi di Triora, nell’entroterra della provincia di Imperia, dove Lo Manto conduce il proprio gregge durante la stagione estiva da diciannove anni. Nelle scorse settimane il pascolo è stato assegnato, in base alla normativa sugli usi civici che privilegia gli allevatori residenti nel Comune, a un’allevatrice di bovini di Triora.
Una decisione che, secondo Slow Food, non tiene conto delle caratteristiche del terreno. Si tratta infatti di un pascolo particolarmente scosceso, dove pecore e capre riescono a brucare anche nelle zone più impervie, mantenendo pulito il cotico erboso e contribuendo alla manutenzione del territorio. I bovini, invece, per caratteristiche fisiche, utilizzano soltanto le aree più accessibili, lasciando parte della vegetazione incolta con il rischio di favorire l’avanzata del bosco e il degrado del pascolo.
Grazie a una proroga concessa nei giorni scorsi, Lo Manto potrà continuare a utilizzare l’alpeggio fino al 31 maggio 2027. Alla scadenza, però, il problema rischia di ripresentarsi.
Per questo Slow Food Italia ha inviato una lettera al sindaco di Triora, all’assessore regionale all’Agricoltura della Liguria e al presidente del Parco delle Alpi Liguri chiedendo di individuare una soluzione definitiva che garantisca all’allevatore un pascolo estivo stabile.
Secondo l’associazione, il caso di Lo Manto rappresenta una difficoltà condivisa da molti pastori delle aree interne, proprio nell’Anno internazionale dei pascoli e dei pastori, proclamato da FAO e Nazioni Unite per richiamare l’attenzione sul ruolo della pastorizia nella tutela della biodiversità, della sicurezza alimentare e nella prevenzione degli incendi.
A rendere ancora più delicata la vicenda è il valore della pecora Brigasca, razza inserita nell’Anagrafe nazionale della biodiversità di interesse agricolo e alimentare del Ministero dell’Agricoltura tra quelle a rischio di estinzione. In Liguria ne restano circa 1.500 esemplari, dei quali quasi 1.000 appartengono proprio ad Aldo Lo Manto, che durante l’estate porta in alpeggio a Triora circa 500 pecore insieme a 200 capre, mentre il resto del gregge pascola nel vicino comune piemontese di Briga Alta.
Dal latte degli animali nascono formaggi tradizionali come tome, pecorini, giuncata e brus, lavorati nel caseificio di Albenga, dove Lo Manto trasporta quotidianamente il latte appena munto.
Per Slow Food la posta in gioco va oltre la vicenda del singolo allevatore: senza la pecora Brigasca verrebbe meno un presidio fondamentale per la gestione dei pascoli montani e si rischierebbe di perdere un patrimonio zootecnico e caseario che rappresenta una parte importante dell’identità della Liguria.