Il vino italiano entra in una fase di profonda trasformazione. Dopo anni di crescita sui mercati internazionali, il comparto si trova oggi davanti a una sfida strutturale: adeguare la produzione a una domanda che rallenta, difendere il valore delle denominazioni e affrontare un contesto globale segnato da tensioni geopolitiche, dazi e cambiamenti nei consumi.
È questa la fotografia emersa a Roma durante la presentazione dell’analisi dell’Osservatorio di Unione italiana vini (Uiv), che mette in evidenza una situazione sempre più complessa per le imprese vitivinicole. Il problema non è soltanto vendere meno, ma soprattutto evitare che l’eccesso di offerta finisca per erodere il valore costruito negli anni, come già evidenziato nel monito lanciato nei giorni scorsi dal presidente Frescobaldi.
Tra i dati salienti emerge il fatto che rimane negativo l’export di vino italiano nel mondo (-8,3% a valore nel primo trimestre) e l’atteso rimbalzo della domanda statunitense tarda ad arrivare. Complici – secondo l’Osservatorio Uiv – i dazi, la svalutazione del dollaro e soprattutto il calo strutturale dei consumi di vino oltreoceano, in trend negativo ormai da 5 anni. L’export del primo quadrimestre 2026 scende a valore di un altro 15,4% dopo la chiusura, lo scorso anno, a -9,2%.
In questo scenario, è emerso nel corso dell’assemblea, il vino italiano è dunque sempre più chiamato a ridurre l’esposizione ai rischi geopolitici, commerciali e regolatori, in un’ottica di de-risking, a partire dal mercato interno europeo, “porto sicuro” per la domanda di vino (+31% il trend delle esportazioni di vino italiano nell’Ue negli ultimi 6 anni, il doppio della media extra-Ue), ma ancora troppo frammentato da barriere tecniche, interpretazioni nazionali divergenti e dalla tendenza all’iper-regolamentazione.
“Meglio una decisione sbagliata che nessuna decisione”. È il messaggio netto lanciato dal presidente Uiv Lamberto Frescobaldi, che richiama il settore alla necessità di scelte coraggiose. “Nelle attuali condizioni di mercato anche una vendemmia da 44 milioni di ettolitri non è più sostenibile – ha spiegato –. È il momento di assumersi la responsabilità di scelte coraggiose, anche se impopolari, perché l’immobilismo sta già costando al settore molto più di qualsiasi intervento di riequilibrio”.
Secondo Frescobaldi, la questione riguarda un comparto strategico per l’economia italiana: “Dobbiamo tutelare un settore che vale l’1,1% del Pil e che contribuisce in maniera determinante non solo al saldo della bilancia commerciale, ma anche alla ricchezza dei territori e alla salvaguardia del paesaggio”.
Il nodo delle giacenze: oltre 53 milioni di ettolitri nelle cantine
Il dato più preoccupante arriva dagli stock. Come si legge nel report dell’Osservatorio Uiv, a maggio 2026 le giacenze complessive di vino e mosti hanno superato quota 53 milioni di ettolitri, segnando un aumento del 7,3% rispetto allo stesso periodo del 2025. Si tratta del livello più alto dal maggio 2022, quando però il dato era legato a una vendemmia eccezionale da quasi 50 milioni di ettolitri.
La situazione attuale è diversa: le ultime tre campagne hanno registrato produzioni più contenute, ma il rallentamento della domanda non ha permesso di smaltire le scorte accumulate.
Sul fronte interno i consumi restano deboli: nella grande distribuzione italiana, tra gennaio e maggio 2026, gli acquisti di vino sono scesi del 2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con una flessione ancora più marcata per i vini fermi. Anche l’estero non offre una compensazione sufficiente: l’export del primo trimestre ha chiuso con un calo del 4% a volume e, come accennato in precedenza, dell’8,3% a valore.
Il risultato è una pressione crescente sulle cantine, costrette a intervenire sulle proprie disponibilità attraverso strategie di gestione dell’offerta.
Una bottiglia su cinque perde categoria
Uno degli aspetti più delicati evidenziati dall’Osservatorio Uiv riguarda il fenomeno dei declassamenti, ovvero il passaggio di un vino da una categoria superiore a una inferiore: per esempio da Docg a Doc, da Doc a Igt o a vino comune.
“Abbiamo riscontrato che oggi una bottiglia su cinque viene declassata”, ha spiegato il segretario generale Uiv Paolo Castelletti. “È una pratica che rischia di innescare un effetto a valanga: il vino scende di categoria, i volumi si accumulano alla base della piramide qualitativa e ad essere travolti sono i prezzi”.
Come si legge nel report Uiv, nel 2025 il volume di vini Dop e Igp interessato da cambi di categoria è stato pari a 6,6 milioni di ettolitri, circa il 20% del potenziale rivendicato in vendemmia. Di questi, 4,9 milioni di ettolitri sono stati indirizzati verso il vino comune.
Il problema non è soltanto quantitativo, ma soprattutto economico. Ogni declassamento comporta infatti una perdita di valore: secondo le elaborazioni dell’Osservatorio, per i vini Dop la riduzione vale circa 364 milioni di euro, mentre per gli Igp altri 152 milioni, per un totale di oltre 516 milioni di euro di valore eroso, pari all’11%.
“Se il declassamento sposta volume senza ridurlo – evidenzia il report – la stessa cosa non si può dire per il valore del prodotto”. Una dinamica che rischia di trascinare verso il basso tutta la filiera.
Export in frenata: pesano Stati Uniti e scenario internazionale
Il rallentamento del vino italiano riguarda anche i mercati esteri. Nel 2025 l’export ha chiuso a 7,78 miliardi di euro, con una contrazione del 3,7% rispetto all’anno precedente. I volumi spediti sono scesi dell’1,9%, per un totale di circa 21 milioni di ettolitri.
A pesare maggiormente è stato il mercato statunitense, primo sbocco mondiale per il vino italiano. Gli Stati Uniti hanno registrato un calo del 9,2%, con una perdita di circa 178 milioni di euro.
Come si legge nel report dell’Osservatorio Uiv, la situazione americana è il risultato di più fattori: dai dazi alla svalutazione del dollaro, passando per l’inflazione e il rallentamento dei consumi legati al vino.
Nel primo trimestre 2026 la situazione resta complessa: gli Stati Uniti segnano una diminuzione del 20,5% a valore per il vino italiano, mentre tra i mercati europei tiene maggiormente la Germania e cresce la Francia grazie soprattutto al Prosecco.
La sfida ora è produrre meglio, non produrre di più
Per Uiv il tema centrale è quindi la riorganizzazione dell’offerta. L’associazione propone una maggiore programmazione produttiva, un rafforzamento del ruolo dei Consorzi di tutela e strumenti capaci di allineare la produzione all’evoluzione della domanda.
Il settore dovrà inoltre affrontare nuove sfide: dai cambiamenti climatici alla sostenibilità, fino alla necessità di conquistare nuovi consumatori.
“La ‘sveglia’ generata dai dazi ci impone di fare ordine in casa nostra e allo stesso tempo di allargare l’orizzonte dei mercati terzi”, sottolinea il documento Uiv, indicando come priorità un approccio più manageriale e una maggiore collaborazione tra imprese e istituzioni.
La sfida del vino italiano, dunque, non sarà soltanto difendere i numeri dell’export, ma proteggere il valore del prodotto. In un mercato globale più instabile, la qualità dovrà tornare a essere il principale criterio di crescita, evitando che l’eccesso di produzione finisca per compromettere il patrimonio costruito da territori e aziende negli ultimi decenni.
Le altre reazioni
“Da aprile 2025 a fine marzo 2026 – ha detto oggi a Roma nel corso dell’Assemblea nazionale il segretario generale di Unione italiana vini (Uiv), Paolo Castelletti – le nostre esportazioni verso gli Usa sono calate del 17%, per un gap tendenziale a valore di circa 340 milioni di euro. La tesi che gli americani anche con i dazi non rinunciano ai nostri prodotti è bella da raccontare ma nella realtà è sempre più difficile da gestire. Per il vino le tariffe sono la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma notiamo che anche altri comparti bandiera del made in Italy tradizionali sono andati in difficoltà; penso per esempio all’alimentare, alla meccanica, al mobile. L’imperativo oggi è moltiplicare la nostra presenza nel primo mercato al mondo attraverso i codici del commercio e non di quelli, preoccupanti, della politica”.
Un presidio del mercato che, nell’analisi del coordinatore America di Limes e coordinatore didattico della Scuola di Limes, Federico Petroni, non può prescindere da una lucida presa di coscienza sui cambiamenti che stanno attraversando il primo mercato di sbocco per il vino italiano: “Negli Stati Uniti non sta cambiando soltanto una generazione di consumatori – ha spiegato Petroni –, ma la composizione stessa dell’America, dentro un cambio di paradigma ormai strutturale di cui l’amministrazione Trump è l’effetto, più che la causa. Con il tramonto dell’era dei baby boomer emerge un Paese con riferimenti culturali diversi. Per il vino italiano significa confrontarsi con pubblici che non possono più essere raggiunti con gli stessi linguaggi del passato: serviranno nuovi strumenti e una capacità sempre maggiore di dialogare con un’America più plurale, dove il ricambio è insieme generazionale, etnico e geografico”.
Riposizionarsi e resistere, quindi, cercando allo stesso tempo di ripristinare la prevedibilità delle relazioni transatlantiche. Sul fronte dei dazi Usa, in vista dell’ormai prossima scadenza tecnica del regime tariffario temporaneo introdotto con la Section 122 del Trade Act, è intervenuto Alfredo Conte, vice direttore generale per l’Europa e direttore centrale per la Politica Commerciale Internazionale: “L’incertezza riguarda più la forma che la sostanza, con ogni probabilità dopo il 24 luglio entreranno in vigore misure dello stesso valore: il risultato finale non cambierà e non eccederà il 15%”.
“Governo e diplomazia stanno lavorando a testa bassa, con una particolare attenzione al mondo del vino italiano, anche con un incremento di risorse – ha detto il presidente di Ita-Italian Trade Agency, Matteo Zoppas –. Queste risorse devono essere messe a sistema per sostenere le imprese nella promozione, e lo stiamo già facendo, a partire proprio dagli Stati Uniti, anche supportando la partecipazione a Vinitaly.USA. Dobbiamo poi proseguire sulla strada degli accordi commerciali”.
“Il vero costo dell’Europa, è la non-Europa. Le imprese europee non pagano solo il costo delle barriere interne, ma anche quello della frammentazione del mercato unico – ha dichiarato Carlo Alberto Carnevale Maffè, Professor of Strategy alla SDA Bocconi School of Management –. Nel solo agroalimentare, questa mancata integrazione vale circa 57 miliardi di euro: un costo nascosto che ricade ogni giorno sulle imprese sotto forma di adempimenti duplicati, regole non armonizzate, fiscalità divergente e oneri di conformità. Per aziende che competono su scala globale è paradossale dover affrontare, di fatto, 27 mercati diversi all’interno dell’Unione. Completare davvero il mercato unico non significa solo semplificare: significa restituire competitività alle imprese europee e liberare risorse per innovazione, investimenti e crescita”.