Giornale online di enogastronomia • Direttore Fabrizio Carrera
Vino e dintorni

Antonio Capaldo (Feudi San Gregorio): “In Italia ci sono almeno 10 milioni di ettolitri di vino in più rispetto al reale bisogno, servono estirpi e tetti alla rese. E bere un bianco irpino è un sorso di felicità”

Antonio Capaldo Antonio Capaldo

L'imprenditore di Sorbo Serpico racconta le sue preoccupazioni: "Troppa differenza quantitativa tra l'offerta disponibile e la domanda, bisogna intervenire subito". Va avanti il progetto Pompei, i primi vini nel 2028

“Sembra la tempesta perfetta”. Antonio Capaldo, 49 anni, presidente di Feudi di San Gregorio, una delle aziende di riferimento di tutto il Sud Italia con sede a Sorbo Serpico, in provincia di Avellino, fotografa così il momento che sta attraversando il vino italiano. Consumi sotto pressione, dazi, cambiamenti climatici, ma soprattutto un problema che, nella sua lettura, viene prima di tutti gli altri: l’eccesso di offerta. “La cosa che preoccupa di più è la differenza quantitativa che c’è tra l’offerta disponibile e la domanda”, dice a Cronache di Gusto. Non nasconde la preoccupazione, ma invita a distinguere. “Alcuni di questi elementi ci sono sempre stati, almeno nell’ultimo decennio. Alcuni si sono incattiviti – sostiene Capaldo -. Il nodo, però, è soprattutto produttivo. Non c’è una crescita dei consumi, c’è una leggera pressione a livello globale. Invece veniamo da anni di produzione eccezionale, grazie alla pandemia ci siamo illusi che ci fosse una ripresa forte dei consumi a livelli mai registrati. Una dinamica che ha portato distributori e importatori a ricostituire le scorte, creando stock importanti a tutti i livelli della filiera”.

La sua azienda, fondata nel 1986, da 40 anni valorizza i vitigni autoctoni della tradizione campana come il Greco, il Fiano e l’Aglianico, applicando ricerca e studio a un territorio, l’Irpinia, vocato alla coltivazione di viti di altissima qualità. Feudi – che produce tre milioni e mezzo di bottiglie in tutto – lavora oggi su 300 ettari di vigneto articolati in oltre 800 particelle, che differiscono l’una dall’altra per altitudini, esposizioni e pendenze, e che la cantina ha studiato singolarmente per valorizzare la biodiversità del territorio e dare vita a crus straordinari.

Riprende il ragionamento Capaldo: “Continuiamo ad avere una superficie produttiva, soprattutto in Italia, che non è in linea con quelle che sono le esigenze. E quando hai uno stock di offerta più importante della domanda, le conseguenze arrivano inevitabilmente sulle politiche commerciali e sui prezzi. Ci si trova in una dinamica competitiva in survival mode, di sopravvivenza”.

“Il problema più importante è la sovrapproduzione”

Tra calo dei consumi, dazi, clima e sovrapproduzione, il produttore irpino non ha dubbi su quale sia la criticità principale. “Sovrapproduzione, nettamente, se devo scegliere. Gli altri problemi non aiutano, ma questo è il tema più importante”. Perché la guerra dei prezzi rischia di mettere in discussione anche il percorso fatto dal vino italiano negli ultimi anni. “Sono anni che diciamo che si beve meno ma si beve meglio e oggi stiamo rischiando di sfasciare tutto questo. Quando poi il valore viene perso, tutto questo investimento viene giù. La grande paura è la concorrenza sui prezzi e quando giochi al ribasso puoi non finire mai, creando un danno alla filiera enorme”.

La situazione, peraltro, non è immobile. “Oggi vedo che le vendite non sono più in calo, le vedo leggermente risalite ma non posso costruire su questo una visione positiva perché non so cosa faranno gli altri. E se continuano a esserci dinamiche di prezzo, non controlli veramente il mercato”.

“Sì agli estirpi, ma serve un tetto alle rese per tutti i vigneti”

Da qui ecco che arriva la proposta più netta. Capaldo guarda agli strumenti di gestione della superficie vitata e dice sì agli estirpi, ma con una condizione: che siano realmente finalizzati a ridurre la produzione. “In Italia ci sono almeno 10 milioni di ettolitri di vino in più rispetto al reale bisogno, servono estirpi e tetti alla rese. Nel nostro Paese produciamo in tutto 43 milioni di ettolitri”. E il produttore irpino vorrebbe che tra estirpi e tetti alla rese si riducesse la produzione di almeno un quarto. “Non bisogna scoraggiarsi dall’attuare oggi uno strumento che in passato ha funzionato poco – osserva -. Oggi esistono strumenti che permettono controlli molto più puntuali. Dalle foto aeree ai registri telematici, siamo in grado di controllare che gli estirpi portino effettivamente a una riduzione della produzione. Ma l’estirpo da solo non basta. La seconda misura che adotterei domani? Un limite alle rese. Un tetto per tutti i vigneti, anche per quelli destinati a vini senza denominazione”.

Una misura politicamente ed economicamente delicata, perché significa chiedere a un produttore di fare meno uva e quindi, potenzialmente, di incassare meno. “Ma è proprio questo il nodo da affrontare se si vuole ridurre strutturalmente l’offerta. Non sto parlando di portare le rese a 100 quintali per ettaro – precisa -. Ma magari non a 500, non a 400. Perché oggi esistono realtà in grado di produrre quantità molto elevate per ettaro, immettendo sul mercato altro vino in un sistema che ha già più offerta di quella che riesce ad assorbire”. Nel lungo periodo gli estirpi, nel breve periodo un tetto alle rese: ecco la ricetta di Capaldo.

“Il governo deve intervenire, ma anche le aziende possono fare la loro parte”

Per rendere efficace il piano, però, servono risorse. E Capaldo non pensa che tutto debba ricadere sulle istituzioni. “Anche l’azienda può fare la sua parte. Se mi chiedi di destinare una piccola percentuale delle mie vendite a supportare questo piano per gli estirpi, oltre all’impegno del governo, io non avrei nessun dubbio che lo farei. Perché credo che ne vada del bene per tutti noi”.

L’idea è quella di un fondo di dotazione, sostenuto dalle aziende e accompagnato dall’intervento pubblico, eventualmente anche attraverso crediti d’imposta. “Se il governo non può coprire il 100%, lo faremo noi, l’associazione di produttori”. Perché, sottolinea, “non parliamo di cifre folli rispetto a quello che sta succedendo. E gli interventi dovrebbero essere molto granulari per territorio. Non tutte le aree hanno gli stessi problemi e non tutte hanno lo stesso valore paesaggistico. Ci sono zone dove togliere un vigneto potrebbe deturpare il paesaggio ma sono casi molto limitati perché il panorama potrebbe essere compensato da altre coltivazioni. In questi casi, l’eventuale estirpo potrebbe accompagnarsi alla riconversione verso colture più coerenti anche con il nuovo contesto climatico. Non dobbiamo portare la gente allo sbaraglio, soprattutto dove il sistema produttivo è basato su un piccolo agricoltore. Ma bisogna anche prepararsi a un cambiamento che il mercato potrebbe rendere inevitabile. Se la dinamica di mercato continua così, è verosimile che ti convenga spiantare. Allora è meglio essere pronti con gli incentivi”.

“La promozione e la razionalizzazione dei vigneti sono complementari”

Meno produzione non significa, per Capaldo, rinunciare alla promozione. Anzi. “Non vedo una contraddizione tra gli incentivi europei alla promozione e quelli necessari per affrontare l’eccesso produttivo”, puntualizza.

La vera contraddizione, semmai, sarebbe continuare a promuovere un’offerta che resta strutturalmente superiore alla domanda. “La cosa peggiore è avere oggi degli incentivi di promozione con una quantità prodotta così più alta della quantità assorbibile. Perché allora quegli incentivi, in un modo o nell’altro, vanno a finire sempre sul prezzo, perché c’è troppo vino in giro. Per questo sono ben complementari: da una parte bisogna ridurre e razionalizzare l’offerta, dall’altra aumentare il valore del prodotto che resta”.

Feudi di San Gregorio: “E’ il momento di proteggere le marche”

Anche Feudi di San Gregorio sta vivendo un momento complesso. Ha un fatturato di oltre 30 milioni e un export che copre più di 50 Paesi nel mondo, il 30% della produzione. Questa esperienza ha portato la famiglia Capaldo a esplorare il potenziale vinicolo di altre regioni di Italia. È nato così, intorno a Feudi, il progetto “Tenute Capaldo”, che racchiude un complesso di cantine che condividono gli stessi valori fondanti di visione a lungo termine, aderenza al territorio, cultura e rispetto del consumatore. Non è solo radicata in Irpinia ma ha altre aziende in Basilicata, in Toscana, in Friuli col progetto condiviso con Pierpaolo Sirch e a Ischia con Costa della Parracine.

L’azienda può contare sulla storicità dei bianchi e su una presenza importante sul mercato italiano, elementi che permettono di leggere più rapidamente i cambiamenti. “Ma il momento è oggettivamente difficile, c’è una concorrenza di prezzi che va un po’ da tutte le parti – dice Capaldo – Questo è il momento in cui bisogna avere i nervi saldi. Stiamo facendo meno investimenti produttivi e più investimenti sulla marca, sulla promozione e sulla comunicazione”.

In questo quadro si inserisce anche il progetto di Pompei, che Capaldo definisce “un progetto produttivo e di comunicazione allo stesso tempo”. Com’è noto l’azienda ha piantato vigneti nell’area archeologica della cittadina cancellata dall’eruzione del Vesuvio con l’aiuto di un super consulente come il professore Attilio Scienza. I primi vini saranno pronti nel 2028 e riguarderanno sia bianchi sia rossi, con vitigni tradizionali della Campania riportati all’interno del Parco archeologico. “L’Italia – sottolinea – è lì che può dare veramente il massimo. Tu hai uno dei patrimoni mondiali dell’umanità, fai il vino e diventa tutto marketing puro. E di queste cose l’Italia ne può fare tante”.

La frattura nel Consorzio Vini d’Irpinia

A Capaldo chiediamo anche una riflessione sulle dinamiche del Consorzio Tutela Vini d’Irpinia, dove la sua azienda è protagonista e lui stesso fa parte del Consiglio di amministrazione. Il tema è quello di una frattura che, negli anni, ha attraversato la rappresentanza del vino irpino.

Dal mondo dei produttori sono uscite alcune aziende, anche importanti, e la dialettica tra le diverse componenti non si è ancora del tutto ricomposta. Il Consorzio oggi è nuovamente impegnato in un percorso di coesione e rappresentanza del territorio, con un Consiglio di amministrazione rinnovato per il triennio 2025-2027. Capaldo liquida l’argomento con una battuta: “Peccato ma al momento le diversità di vedute non trovano punti di incontro…”.

La Campania e la scommessa sull’enoturismo

Impossibile non parlare di enoturismo. “La Campania è troppo fortunata – dice il presidente di Feudi San Gregorio -. Ha questi vitigni bianchi importanti, senza dimenticare i rossi. Però oggi sicuramente l’appeal del bianco è importante”. La ricchezza ampelografica e territoriale, secondo Capaldo, è un vantaggio competitivo, anche se resta il problema della frammentazione produttiva: “Avendo una produzione molto polverizzata, fatta soprattutto di aziende piccole, si ripropone il problema di dinamiche commerciali sane”.

La strada da percorrere è dunque quella della valorizzazione del territorio e delle esperienze. Feudi sta investendo sull’accoglienza, con il Borgo San Gregorio e una struttura ricettiva che punta a costruire intorno al vino un’esperienza più ampia. “Io ci credo tantissimo – dice Capaldo parlando di enoturismo -. Non c’è mai stata così tanta curiosità, non c’è mai stata così tanta propensione dei giovani a venire a vedere le cantine. Nonostante tutto continuano a venire un sacco di persone da tutto il mondo. Quindi forse così drammatica la situazione non è. Quando siamo tristi dobbiamo ricordarci che c’è tanto bello, c’è tanta gente che cerca il bello”.

Quindi la dichiarazione d’amore per la sua terra. “Perché bere un vino campano? Greco di Tufo e Fiano di Avellino sono tra i migliori bianchi al mondo. Quella mineralità, quella freschezza, quella longevità, al mondo non ci sono. C’è una storia, per cui i vitigni sono lì da sempre e in quel territorio fanno dei vini che io in tutto il mondo non trovo facilmente. Sì, bere un bianco irpino è un sorso di felicità”.