Giornale online di enogastronomia • Direttore Fabrizio Carrera
Vino e dintorni

Quei vini frizzanti(ni) buoni solo per un cin cin malinconico

22 Agosto 2026
Vino bianco Vino bianco

Uno dei tanti segnali che viviamo in tempi tristi è il vino frizzante, il vino della mesta allegria, il vino da brindisi malinconico. I fini frizzanti(ni) sono una sorta di “zastoj” enologico, i vini della maggioranza silenziosa, i vini di chi ha smesso di sognare, o forse, non lo ha mai fatto.

Sì perché il vino il vino mosso, frizzante o peggio “frizzantino” diminuito già dalla parola, è il vino del ceto medio impoverito con sempre meno motivi per fare veri brindisi, che meritano l’apertura, più o meno rumorosa, di un metodo classico.

La qualità degli spumanti, quelli veri, e perché no anche degli charmat con storia, narrazione e geografia, non è mai stata così alta, mentre per chi ama le narrazioni controcorrente, e più audaci, resta il coloratissimo mondo dei Pet’Nat, anche se, per ragioni di età ne bevo sempre di meno, perché i Pet’Nat sono come la discoteca, dopo i trenta, sei sempre un po’ ridicolo.

E in tutto questo si inseriscono loro, i frizzanti(ni), i vini mossi, senza vitigno indicato in etichetta, spesso blend di uve misteriose, sulle cui origini le schede tecniche si mantengono, consapevolmente sul vago.

Non hanno territorio, vitigno, a volte nemmeno un marchio riconoscibile (quante volte, le cantine non ci mettano la faccia, o il loro nome), si ordina perché ha le bolle, è una bevanda frizzante, casualmente, a base di uva.

La bollicina, quella metodo classico, almeno per me, ha sempre avuto a che fare col sogno, col futuro, si brinda sempre a qualcosa di migliore che arriverà, stappare (anche rumorosamente) uno champagne è sempre un gesto di fiducia verso il domani, verso un mondo che ci piace di più, verso una vita che ci pare più bellina, incrociando lo sguardo con persone, che come noi guardano, in qualche modo al domani.

In questo senso, il boom, triste, di queste bolle da maggioranza silenziosa, di queste bolle frigide, senza passato, senza terra, di queste masse di mosto apolide, arrivate da non luoghi, sono perlopiù bevute da persone che non se li ricorderanno. Sono vini adatti a questi tempi algoritmici impersonali, dove l’elemento umano territoriale, arretra fino quasi a scomparire, nella moda, nella musica, nel cibo sotto i colpi di smash burger di carne no name sommersi dal cheddar.

Sono vini senza passione in cui, il frizzante e puro galleggiare frigido, in un liquido che non trasmette nulla se non un sottofondo gustativo, che pizzica distrattamente il palato per qualche secondo, ininfluente, accompagnando momenti che non ricorderemo.

Quelle bollicine che nelle enoteche online vengono descritte come conviviali> per aperitivi e momenti informali, simboli di questa triste socialità, di locali tutti identici, nati per scomparire in fretta come le bollicine nella superficie dei frizzanti(ni), coi calici brandizzati, camerieri coi finti part-time le playlist di Spotify, “Summer Chill”.

Se stappare un metodo classico sapeva di sogno e di poesia, i frizzanti(ni), sanno di risveglio dal sogno, di prosa, sono vini rassegnati ad essere, per sempre, quello che sono. Se il metodo classico era abbracciare il futuro con fiducia, portando con allegria, in superficie pensieri leggeri e ottimisti, come le bollicine di un Apôtre, i frizzanti(ni) sono vini di un tempo eterno che si ripete, con calici di un grigiore brezneviano, della paura di spendere troppo, di emozionarsi, di guardare verso l’alto e verso l’altro.

Se lo champagne era il vino dei dandy della dolce vita, del jazz e del mondo che cambiava, queste bolle grigie, di questo lunghissimo eno-zastoj, sono il vino della paura del futuro, del diverso, della difesa, di un presente, piccolo, impaurito e privo di slanci, di musica tutta uguale in posti tutti uguali (www.cronachedigusto.it/scenari/lo-strano-paradosso-litalia- dei-formaggi-artigianali-conquistata-dal-culto-del-cheddar/) e dal salmone allevato, dove nulla ha più sapore, e nessuno più lo pretende, un vino, devo dire, molto contemporaneo.