L’Etna attraversa una fase di assestamento. Dopo anni di crescita, il territorio si confronta oggi con la contrazione dei consumi, l’aumento della produzione e un mercato che chiede sempre più selezione. Ciro Biondi, che dal 1999 conduce insieme alla moglie Stephanie l’azienda di famiglia a Trecastagni, sul versante sud-est dell’Etna, legge questo momento con la consapevolezza di chi ha visto il territorio crescere da vicino.
Circa sette ettari di vigneto, 600 metri di altitudine e una produzione arrivata a circa 25 mila bottiglie. Una dimensione che oggi lo mette, almeno in parte, al riparo dalle giacenze. “Il nostro problema è quasi l’inverso: non riusciamo a soddisfare la domanda, finiamo il vino prima”, sottolinea all’inizio di questa lunga intervista a Cronache di Gusto.
L’eruzione del marchio Etna
“Ci sono due cose che si sono incontrate: da una parte l’esplosione, o forse sarebbe meglio dire l’eruzione, del marchio Etna; dall’altra la crisi dei consumi del vino. Queste due cose oggi si stanno scontrando”. È da qui che parte la riflessione di Biondi. Dopo anni in cui il nome dell’Etna sembrava essere diventato quasi automaticamente una garanzia commerciale, il mercato sta chiedendo qualcosa in più.
“La gente si sta rendendo conto che non basta avere il nome Etna sulla bottiglia. Bisogna avere storia, qualità, tradizione. Non è più automatico Etna uguale venduto”, ripete. Fino a qualche anno fa, secondo Biondi, il meccanismo funzionava diversamente. La crescita degli impianti e degli investimenti resta un dato positivo, ma il mercato non può essere considerato una linea sempre ascendente.
“La vita – dice – è come un battito del cuore: ci sono alti e bassi. Se si vuole costruire un’azienda nel tempo non si può pensare che, se quest’anno ho venduto dieci, l’anno prossimo farò venti e venderò tutto”.
Il prezzo del Carricante come termometro
Il segnale più evidente della fase che attraversa il territorio arriva dalla materia prima. “Quando cominci a ricevere telefonate da produttori o coltivatori che ti chiedono se sei interessato ad acquistare uva o, ancora peggio, vino, capisci che qualcosa sta cambiando”, spiega.
Ciro Biondi parla soprattutto del Carricante, uno dei simboli dell’Etna bianco. “Qualche anno fa il prezzo al chilo aveva raggiunto 2,50 euro. Quest’anno me lo offrono a un euro”, puntualizza. Un crollo che non può non avere conseguenze sull’intera filiera. Ma anche in questo caso, secondo il produttore, bisogna evitare letture assolute. “Forse 2,50 euro al chilo erano esagerati, così come oggi è esagerato un euro. Alla fine si troverà un equilibrio – assicura – Ma è meglio non avere vino che ti chiedono che avere vino che non vendi…”.
Più qualità, meno inseguimento dei volumi
La ricetta di Biondi è semplice: “Bisogna resistere, trovare soluzioni per non produrre più di quanto il mercato possa assorbire e, allo stesso tempo, trovare nuovi mercati. Fare un vino di qualità sull’Etna si può. Il territorio ti aiuta”.
È una considerazione che porta direttamente anche alla questione dei prezzi delle bottiglie. C’è chi considera ormai troppo costosi i vini dell’Etna, ma Biondi vede proprio nel posizionamento alto una possibilità per il territorio. “Secondo me – prosegue – è una cosa positiva. Se si pensa di vendere il vino dell’Etna nei supermercati, si sbaglia. Bisogna fare un vino destinato a quei pochi che, nel mondo, riescono ad apprezzarlo. Bisogna concentrarsi su quelli. L’Etna non è un territorio da milioni di bottiglie. Se devi produrre milioni di bottiglie per riempire gli scaffali di un supermercato, chiaramente perdi qualcosa. Vedo invece con preoccupazione l’arrivo sul mercato di bottiglie dell’Etna a prezzi troppo bassi”.
“Se non avessi avuto quei vigneti, avrei fatto ancora l’architetto”
La storia di Biondi con il vino non nasce da un progetto imprenditoriale costruito a tavolino. Nasce dalla famiglia e dalla terra. “Se non avessi ereditato questi terreni e questa responsabilità verso il territorio, avrei continuato a fare l’architetto felicemente”, ammette.
La sua formazione professionale, però, è entrata nel progetto aziendale. “Ma se non fossi stato architetto non avrei avuto quella minima base economica che mi ha permesso di recuperare i vigneti e la storia della famiglia”, dice con orgoglio. Oggi il rapporto tra vino e architettura continua: “Quello che ricaviamo dalla vendita dei vini lo reinvestiamo realizzando opere architettoniche in azienda. E adesso posso fare l’architetto avendo trovato il cliente reale: me stesso…”.
L’enoturismo è già parte del bilancio
Il vino, però, non si vende più soltanto attraverso le bottiglie. La cantina è diventata anche un luogo da visitare e vivere. “Tantissimo. L’enoturismo incide molto sul bilancio. I visitatori sono poco meno di mille all’anno e molti di loro diventano anche clienti. Acquistano il vino che vendiamo in azienda”, dice.
È un cambiamento che il produttore ha visto svilupparsi insieme alla crescita della notorietà dell’Etna. Ricorda quando le riunioni del Consorzio erano “un incontro tra quattro amici”, con pochissimi produttori coinvolti. Poi arrivò un consiglio che allora gli sembrava quasi assurdo: “C’era una persona invitata dal Consorzio che veniva dal Nord Italia e ci diceva: ‘Guardate che poi il vino ve lo dovete vendere qui’. Io pensai: questo è cretino. Invece il cretino ero io”.
Dall’Etna agli Stati Uniti
Oggi una parte importante della produzione di Biondi viaggia all’estero, soprattutto negli Stati Uniti. E anche la questione dei dazi, invece di trasformarsi soltanto in un costo, è diventata un’occasione per investire nuovamente sul mercato.
Con un importatore era stato concordato un 5% di sconto. “Poi è arrivata la possibilità di recuperare quella cifra. Mi ha contattato dicendo: ‘Ci stanno restituendo quel 5% di dazi. Cosa facciamo? Lo restituiamo o lo reinvestiamo in promozione?’. Chiaramente abbiamo deciso di reinvestirlo in promozione”.
L’identità prima delle mode
È la questione identità probabilmente il tema sul quale Biondi usa le parole più nette. Perché se il successo dell’Etna ha attirato investimenti e nuovi produttori, ha portato con sé anche il rischio di allontanarsi dall’identità originaria del territorio. Il riferimento è alla scelta di piantare Chenin Blanc sull’Etna. “Mi rende molto perplesso. Non è che nella Loira mettano il Carricante per migliorare i loro vini. Perché dovrebbe accadere il contrario?”.
La dimensione della produzione, per Biondi, fa la differenza. “Se si tratta di una piccola produzione, magari cento bottiglie, è un conto. Se lo fai per produrne diecimila, è un altro”. E il problema, a suo giudizio, riguarda anche la capacità della denominazione di comunicare con chiarezza la propria identità.
“Spero che con la nuova denominazione si possa restringere ulteriormente la possibilità di utilizzare varietà che non appartengono alla storia del territorio”. Biondi non nasconde di essere stato contrario alla Docg. “Quando si è votato per la Docg ero assolutamente contrario. Per me è un’ulteriore burocrazia che si aggiunge a quelle che già abbiamo e che funzionano”. Ma la sua posizione non è quella di chi intende contrapporsi al territorio: “Se la maggioranza decide per la Docg, non sarò io quello che vota contro”.
Vino, ospitalità e burocrazia
Il progetto aziendale continua anche sul fronte dell’accoglienza. Biondi ha già realizzato un’unità con due camere e piscina, mentre un altro progetto è in programma. Ma proprio qui emerge uno degli ostacoli che, secondo il produttore, rischiano di rallentare lo sviluppo imprenditoriale sull’Etna: la burocrazia. “Un progetto per la nuova cantina è stato presentato il 19 settembre 2025 e, dopo undici mesi, ancora non ho ricevuto risposta – dice -. Rischio di perdere 200 mila euro di finanziamento del Pnrr”.
L’ospitalità, intanto, resta strettamente legata alla vigna. Le strutture sono case vacanza e nell’esperienza sono comprese visita e degustazione. “Nei vigneti c’è sempre una bottiglia di Outis Bianco in frigorifero per dare il benvenuto”.
Nessuna corsa all’espansione per Biondi. Se capita l’occasione, acquista soltanto terreni confinanti con i propri vigneti. “Non ha senso, per me, pensare di comprare un vigneto a Milo. I vigneti di Milo li lasciamo ai milesi. Io faccio il vino perché ho questi vigneti di famiglia. Se non li avessi avuti, ripeto, non l’avrei fatto”.
Una crisi che può rendere l’Etna più forte
Nonostante tutto, Biondi non guarda al momento attuale soltanto come a una fase negativa. La difficoltà, sostiene, può diventare uno strumento per correggere gli eccessi della crescita. “Un’opportunità perché tutti noi impariamo da questa difficoltà. E quindi usciremo più forti, diventeremo una zona più forte – garantisce -. Per le prossime difficoltà saremo più preparati”.
E sull’esplosione dei bianchi, Biondi spiega: “La cosa straordinaria dell’Etna è che non è soltanto terra di grandi rossi. I bianchi evolvono magnificamente e, in certi casi, persino meglio dei rossi. Sono pochissimi i territori al mondo capaci di produrre, nello stesso luogo, rossi e bianchi di questa qualità e con questa capacità di invecchiamento. È questa unicità che dobbiamo custodire”.
E infine c’è il vino nel bicchiere. Sul versante sud-est Biondi individua soprattutto una maggiore componente sapida nei bianchi. “La nota sapida che c’è nei bianchi, specialmente in questa zona, è più marcata. Qualcuno la attribuisce alla vicinanza del mare. Io sono scettico, perché l’odore del mare a Trecastagni non l’ho mai sentito”. C’è invece un’altra caratteristica che riconosce con maggiore sicurezza: “La nota fumé c’è sicuramente. È molto marcata”. E nei rossi, aggiunge, questa identità si manifesta anche nel colore: “Il granato scarico è tipico dei rossi del sud-est”.
Insomma, alla fine torniamo sempre su quella parola d’ordine: riconoscibilità. Senza rincorrere le mode, ma facendo leva su ciò che rende il territorio diverso dagli altri. “Sì, perché non basta avere il nome Etna sulla bottiglia – conclude -. Bisogna avere storia, qualità, tradizione”.