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Vino e dintorni

Chenin, Champagne e Gamay: a Pozzuoli il vino artigianale va in scena con Les Caves de Pyrene

29 Ottobre 2026
Un momento dell’evento Un momento dell’evento

Il vino ha davvero bisogno di regole, sovrastrutture e saloni pettinati? A Pozzuoli qualcuno ha risposto alla sua maniera, e la risposta si chiama CCCG, l’evento ideato da Les Caves de Pyrene, realtà nata in Inghilterra, alla fine degli anni Ottanta, con Eric Narioo, ex rugbista originario dei Pirenei francesi diventato importatore di vini artigianali. Nel 2005 entra nel progetto italiano Christian Bucci, come selezionatore di vini italiani, e nel 2009 l’avventura prende forma ad Alba. Oggi il catalogo attraversa territori e produttori diversi, tenuti insieme da un’idea di vino in cui freschezza, sapidità e bevibilità hanno un ruolo centrale, e da un motto che si racconta spesso: “Less is more”.

Il manifesto dell’evento è già un programma: un astronauta con il casco rosso solleva due bottiglie verso il cielo, mentre intorno si leggono le tre parole che ne definiscono il tema: Chenin, Champagne e Gamay. CCCG sta infatti per Caves, Chenin, Champagne, Gamay ed è l’appuntamento più verticale organizzato da Les Caves de Pyrene Italia, quello che affianca il Tour de Caves restringendo il campo a tre grandi protagonisti.

L’edizione del 19 ottobre si è svolta a Mar Limone, il bar-bistrot della chef Marianna Vitale all’interno di Villa Avellino, a Pozzuoli, una dimora cinquecentesca oggi trasformata in hotel, tra cortili e architetture antiche. Per questa tappa sono stati riuniti diciassette produttori, insieme ai rappresentanti di Caves e a numerosi professionisti del settore. Il senso di quel motto trova la sua spiegazione in una giornata così. Niente grandi cerimonie né convenevoli: i vini sono al centro, tutto il resto resta sullo sfondo. Si passa da un banco all’altro, si assaggia, si fanno domande e si scambiano idee con chi lo produce.

E se c’è un territorio in cui questa idea di vino si legge in tre modi diversi, è lo Champagne. Bourgeois-Diaz è un’azienda della Valle della Marna, a Crouttes-sur-Marne, dove il Meunier ha storicamente un ruolo importante anche se per molto tempo è stato considerato meno nobile di Chardonnay e Pinot Noir. È su questo vitigno che Jérôme Bourgeois-Diaz ha costruito parte della propria identità.

Quarta generazione, classe 1977, conduce l’azienda dal 2016 insieme a Charlotte, in biodinamica dal 2012 dopo il percorso iniziato con Pierre Masson. La loro idea sta in una frase: “Il vino non è chimica, è alchimia”. Il BD Les Justices 2019 è una meravigliosa prova di Pinot Meunier in purezza da vecchie vigne, affinato in uova di gres orizzontali da 350 litri e con presa di spuma chiusa dal tappo di sughero, metodo del tirage liège. Frutta secca e piccoli frutti rossi al naso, sorso avvolgente ma agile, con una bellissima scia sapida.

Boursault è la casa di Aurélien Lemaire, quarta generazione della maison Claude Lemaire. Rientrato in azienda nel 2016 dopo un periodo in Georgia, dal 2019 produce una sua linea: fermentazioni spontanee, solfiti assenti o minimi e un lavoro sulla varietà ampelografica che accanto a Chardonnay, Pinot Noir e Meunier tiene anche Petit Meslier, Arbanne e Pinot Gris. È una scelta che si legge nella cuvée La Trempette 2022, Pinot Noir, Meunier, Pinot Gris e Chardonnay, dove lo Chardonnay riposa dodici mesi in un qvevri georgiano. Nessun dosaggio, produzione limitata a poco meno di tremila bottiglie: uno champagne complesso e potente, ma vivissimo, quasi impossibile da smettere di bere.

A Ville-sur-Arce, nell’Aube, la storia di Thomas de Marne è legata a quella della madre Valérie Frison, che nel 1997 rileva le vigne di famiglia e nel 2003 avvia la conversione al biologico, certificata nel 2007. Thomas rientra nel domaine nel 2018 e nel 2024 completa il passaggio a una produzione autonoma: lieviti indigeni, nessuna filtrazione né chiarifica, dosaggio zero. Il suo Les Cotannes 2022 è un blanc de noirs da Pinot Noir in purezza, da una parcella a sud-est del villaggio, con affinamento più lungo rispetto alle altre etichette. Qui il Pinot Noir trova una delle sue declinazioni più riconoscibili, tra tensione del frutto e mineralità netta.

Tocca ora allo Chenin, che nella Loira trova il suo territorio d’elezione. Nicolas Réau è il vignaiolo di Clos des Treilles, nell’Anjou, nella parte meridionale della Valle della Loira. Ex pianista jazz, decide nel 2002 di dedicarsi al vino a tempo pieno e oggi conduce circa sette-otto ettari su terreni che alternano calcare del Giurassico, scisti, quarzo, sabbia e limo. Due di questi formano il clos vero e proprio, il “Les Treilles”, di epoca medievale.

Impossibile non notare l’Attention Chenin Méchant 2025, con il nome scritto a caratteri cubitali in etichetta: un avviso travestito, perché Attention, chien méchant è l’”Attenti al cane” dei cartelli francesi, dove chien diventa Chenin. Qui il vitigno è interpretato in maniera diretta, tra polpa, acidità e bevibilità. Ma il vino che mi ha colpita di più è La Descente aux Amphores 2020, dove lo Chenin rimane otto mesi a contatto con le bucce in anfore georgiane interrate in cantina, senza follature né rimontaggi. Al naso la componente agrumata anticipa già qualcosa del sorso; in bocca il corpo è importante, la materia profonda, ma non si perde il dinamismo e la vivacità.

Da qui il racconto si sposta a Savennières, al Domaine aux Moines, dove lo Chenin assume un carattere più austero e strutturato. Oggi è Tessa Laroche, enologa, a condurre un domaine storico con dodici ettari attorno alla casa — una parte racchiusa nel parco, dove l’agroforestazione ha un ruolo importante — e vigne di circa cinquant’anni esposte a sud e sud-ovest. Il Savennières Roche aux Moines 2024 è Chenin in purezza, affinato per circa un anno in barrique e foudres. Più dei dettagli tecnici, è il carattere del vino a farsi notare. Appena versato sembra ancora austero, ma lasciandogli tempo nel bicchiere comincia ad aprirsi. Ci sono polpa e struttura, compensate da un finale teso e sapido. Un vino che non ha fretta.

Con il Gamay il racconto cambia ancora registro. Le degustazioni di quella giornata hanno dimostrato come sia un vitigno capace di giocare tra freschezza e profondità. Tra i produttori presenti anche Frantz Saumon, che lavora a Montlouis-sur-Loire. Guardia forestale in Canada e poi in Francia prima di diventare viticoltore, nel 2001 coglie l’occasione di acquistare una piccola proprietà con tre ettari di vigna.

Oggi è uno dei nomi di riferimento dell’appellazione, con i suoi sei ettari. In cantina solo interventi minimi, con fermentazioni spontanee da lieviti indigeni. Il Vin de Frantz Rosé 2024 è un Gamay in purezza, croccante e fresco, con una bella bevibilità: gioca tra frutti rossi e la mineralità tipica di Saumon. Poi ritrovo il Gamay nel Beaujolais, a Château de Grand Pré, azienda familiare tramandata da generazioni. Dal 2012 è al timone Romain Zordan, che ha lavorato in diverse regioni vinicole francesi e all’estero; dal 2018 si è unito a lui Alexandre Jakovljevitch.

Con vigne a Fleurie e Villié-Morgon, in clima semicontinentale, l’habitat è perfetto per vigne di oltre 60 anni di Gamay noir à jus blanc, esposte prevalentemente a Est. La filosofia di Romain sta in una frase che condivido: produrre vini che gli piaccia anzitutto bere. Il Morgon 2024 nasce da uve di oltre quarant’anni su terreni ricchi di scisti e rocce sciolte, ed è un Gamay in cui la profondità si alterna alla freschezza del frutto, con una bocca succosa e una materia importante. Potente e delicato.

Oltre alle etichette che corrispondono alle parole annunciate nel manifesto, meritano uno spazio anche altre. Domaine Marie Thibault si trova ad Azay-le-Rideau, nella Loira, e la sua è la storia di una donna che non viene da una famiglia di vignaioli e che al vino è arrivata attraverso lo studio. Laureata in biologia vegetale ed enologia, nel 2010 acquista la sua prima parcella — tre ettari e mezzo in un unico appezzamento, di cui due e mezzo esposti pienamente a sud — su un coteau con vista sulla Loira e sull’Indre. Mi colpisce il suo Le Grolleau 2019, ottenuto da vigne di circa sessant’anni su terreni ben drenati e ricchi di selce: un rosso fresco, di quelli che a tavola finiscono prima che te ne accorga, che sorprende per l’eleganza.

L’altra deviazione mi porta nel Saumurois, al Domaine des Roches Neuves di Thierry Germain. Arrivato da Bordeaux, dove la sua famiglia produce vino da sei generazioni, nel 1991 prende in mano il domaine insieme alla moglie Marie, su un’azienda fondata nel 1850 dalla famiglia Duveau. In azienda ho ascoltato Thierry, che racconta la sua terra come un’enciclopedia; alla degustazione c’era invece il figlio Louis, che affianca il padre dal 2020 e non è da meno. Oggi il domaine lavora esclusivamente Cabernet Franc e Chenin, interpretati attraverso i diversi suoli del Saumurois. È il Saumur-Champigny Les Mémoires 2023 a colpirmi: Cabernet Franc in purezza da vecchie vigne piantate nel 1904 su suoli ricchi di selce e calcare. La materia è profonda senza diventare pesante, e la lunghezza del sorso accompagna l’assaggio a lungo.