La primavera dell’Etna non è finita. Ma, arrivati a questo punto, sarebbe meglio smettere di improvvisare. La sintesi di Marco Nicolosi Asmundo, 46 anni, produttore della decima generazione della famiglia Villagrande e patron della cantina, è tutta qui. Da una parte c’è un territorio – ci troviamo a Milo, un’oasi arrampicata sul vulcano – che negli ultimi quindici anni ha vissuto una stagione di investimenti, nuovi vigneti, nuove cantine e una reputazione internazionale ormai consolidata. Dall’altra c’è un mercato del vino che rallenta, una produzione etnea destinata ad aumentare e un equilibrio ancora tutto da trovare.
“Il mondo ci guarda e quindi dobbiamo essere accorti, attenti e professionisti e professionali”, dice Marco Nicolosi Asmundo alla fine di questa lunga conversazione con Cronache di Gusto che rappresenta il seguito del ciclo di interviste ai protagonisti delle vigne etnee, dopo la chiacchierata con Ciro Biondi. Non esattamente un invito a salire sull’Etna con entusiasmo e una valigia piena di soldi. Anzi: per chi pensa di investire oggi nel vino del vulcano, la lista della spesa è piuttosto severa. Servono terra, cantina, capitale, pazienza, una motivazione forte e soprattutto “un progetto chiaro”.
E allora forse è giusto partire dall’inizio di questa lunga chiacchierata. “Sì, per me continua quell’onda lunga di quella primavera più bella che attraversa il territorio etneo”, dice con soddisfazione. Nicolosi Asmundo parte da qui. Dalla primavera dell’Etna, quella stagione segnata da produttori arrivati da fuori e viticoltori locali che hanno ricominciato a credere nel valore della terra. Una primavera che, per lui, è iniziata circa quindici anni fa e che oggi, nonostante il rallentamento del mercato, non è affatto finita.
“È successo che, per la prima volta, i commercianti, nel senso positivo del termine, hanno fatto grandi investimenti sul territorio per occuparsi della coltivazione dei terreni, produrre l’uva per dare valore al territorio e poi anche produrre il vino”. È una storia che, secondo Nicolosi Asmundo, ha un precedente lontano. L’Etna dell’Ottocento era un territorio vitivinicolo estremamente produttivo. Nel 1888 raggiunse il suo massimo storico.
“Prima, nell’Ottocento, chi si occupava della coltivazione dell’uva erano esclusivamente i contadini. Poi c’erano i commercianti, che compravano il vino già pronto dai contadini e lo mandavano per il mondo”. Da allora è cambiato praticamente tutto. Ma il meccanismo di fondo, in qualche modo, è tornato a funzionare: investire sulla terra per dare valore all’uva e al vino.
“Non cresciamo più come prima”
Oggi, però, il quadro è meno lineare. Il vino nel mondo rallenta, soprattutto il rosso. E anche l’Etna comincia ad avvertire questo cambiamento. “Come territorio, secondo me qualcosa si comincia ad avvertire. C’è un rallentamento della crescita. Soprattutto sui rossi c’è stato un po’ un blocco della crescita, una leggera decrescita. È cresciuto il bianco, è cresciuto lo spumante”.
Una fotografia che non lo induce al pessimismo. “Tutto sommato il territorio regge la crisi del vino rosso nel mondo. È il caso generalizzato dei consumi. Però non cresciamo più come prima. È ovvio che non si può crescere per sempre, lo sapevamo fin dall’inizio”. Eppure, aggiunge, l’Etna avrebbe ancora spazio. “Margine, secondo me, ce ne sarebbe stato, perché è un territorio piccolino. Sei milioni di bottiglie, divise tra bianco, rosso, rosato e bollicine, non sono tante a confronto con altri grandi territori del vino. Quindi margine per crescere, secondo me, ce n’era ancora. Questa crisi ovviamente ci sta un po’ limitando”.
Il punto critico, adesso, è la quantità di uva che arriverà sul mercato. “Il problema immediato è che si è impiantato veramente tanto negli ultimi quattro-cinque anni. La base produttiva è cresciuta tantissimo. Ora questi vigneti stanno entrando in produzione e quindi c’è tanta uva. Dobbiamo capire se le cantine e il mercato sono in grado di assorbire questa crescita produttiva”. La sua previsione, tuttavia, resta positiva. “Sono sicuramente moderatamente ottimista nel medio e lungo periodo”.
“La primavera non è finita”
A Milo, dove Franco Battiato aveva casa, la stagione dell’amore per il vino non sembra voler finire: anzi, oggi il futuro dell’Etna parla sempre più bianco. La frase torna più volte durante la conversazione, quasi come una linea rossa, in un momento in cui il vulcano sembra essere entrato in una fase di svolta.
“La primavera non è finita, assolutamente no – ripete -. Anche perché oggi l’Etna è riconosciuta in tutti i mercati più importanti come uno dei territori più prestigiosi. Facciamo parte dei grandi vini del mondo e quindi questo ha grandi vantaggi nel medio e lungo periodo. Ma proprio perché l’Etna è cresciuta, adesso serve maggiore attenzione. A questo punto il mondo ci guarda e quindi dobbiamo essere accorti, professionisti e professionali”.
Quattro lezioni di marketing
Quando gli si chiede quale strategia dovrebbe adottare oggi il territorio, Nicolosi Asmundo non cerca formule complicate. “Le strategie, da vecchia scuola, sono di non abbandonare mai una corretta ed efficace comunicazione, sicuramente di avere una corretta distribuzione del prodotto e quindi scegliere partner affidabili e costituiti”, premette. Poi arriva la terza regola. “La cosa più importante è avere un prodotto che sia impeccabile anche da un punto di vista qualitativo, che racconti veramente in modo semplice il territorio dell’Etna. E infine avere anche un prezzo centrato che consenta che il vino venga consumato. Queste sono le quattro lezioni di marketing”, spiega.
Proprio il prezzo è uno dei temi più delicati. Nicolosi Asmundo non ritiene che il vino dell’Etna sia genericamente troppo caro. “Il vino dell’Etna non è venduto a prezzi troppo alti, assolutamente no”, sottolinea. Il problema, semmai, è quello che è accaduto prima che l’uva arrivasse in bottiglia. “Per tutti coloro che in questi anni hanno comprato uva, probabilmente hanno prodotto un po’ con un investimento per avere poi spazi nel futuro. Nel senso che non c’è proporzione tra il costo dell’uva e il costo a cui vengono vendute le bottiglie, che è più basso rispetto all’uva”.
E oggi, secondo lui, quella situazione sta già cambiando: “Ci sarà anche lì un livellamento dei prezzi, scenderanno leggermente i prezzi delle uve e forse si tornerà a un prezzo corretto. Negli ultimi anni l’uva è stata un po’ troppo cara”. Soprattutto il Carricante. “Oggettivamente erano prezzi molto alti, un po’ dopati dalla carenza. Ma oggi questa forbice che abbiamo in Etna si è un po’ equilibrata”.
“Il futuro dell’Etna è bianco”
Poi arriva il tema che forse più di tutti fotografa la nuova fase del vulcano. “Se il bianco ha già superato il rosso? Allora, in realtà il sorpasso c’è già stato. E non sembra destinato a essere soltanto una parentesi. Secondo me l’Etna sarà sempre più bianco. Forse arriveremo al 55-60 per cento di bianco rispetto alla produzione di rossi”.
Il rosso, peraltro, potrebbe cedere terreno anche per una ragione che va oltre l’Etna: la crescita internazionale dei rosati. “A livello internazionale – dice – c’è una grandissima espansione anche di rosato, ci sono molti più rosati sul mercato, perché in tantissimi territori del mondo si cerca di vinificare queste uve rosse. La cosa più veloce è convertirle in vino rosato. Una parte del rosso diventerà sempre più rosato. E quindi, siccome il rosso finisce negli altri due canali, il rosato e gli spumanti, alla fine va a favore del bianco”.
A Milo il futuro sembra essere arrivato prima
Villagrande produce già circa il 65 per cento di vini bianchi e Nicolosi Asmundo non nasconde che il momento sia favorevole. “Noi – dice con una punta di orgoglio – non abbiamo bisogno di stravolgere nulla all’interno dei nostri vigneti, sicuramente. Per noi è un momento favorevole, ma perché oltre a intercettare questa primavera di cui parlavo dell’Etna, facciamo anche più bianco che rosso”.
Il punto, però, non è soltanto la percentuale di bottiglie bianche. È la crescente riconoscibilità di Milo. “Noi lo diciamo da anni: Milo è un territorio veramente gratificante per la produzione di vino bianco. Se eravamo da soli a comunicare che Milo è un territorio ottimo per la produzione di vino bianco, eravamo forse meno credibili, perché c’eravamo soltanto noi. Ora la situazione è cambiata. Oggi sono tante le aziende che producono a Milo e diventa veramente più facile far comprendere questo concetto. Milo è veramente un territorio che ha tutti gli elementi per la produzione di vini bianchi di altissima qualità e molto riconoscibili”.
Pioggia, suoli, mare, altitudine. Tutto concorre. “Abbiamo una pioggia che va anche sopra i 1.200 millimetri d’acqua l’anno. Una media siciliana che è di 400 millimetri. Poi ci sono i suoli. Faccio l’esempio di Monte Arso, nel versante sud-est dove abbiamo un suolo giovanissimo di mille anni. A Milo lavoriamo su suoli che hanno invece migliaia, decine di migliaia di anni, proprio perché si sono più strati vulcanici, i suoli si sono mescolati tra di loro, in questa grande massa che contiene sostanza organica. È un suolo quasi alluvionale, che contiene quantità di argilla impensabili in altri territori etnei. E poi il clima. A Milo piove più del doppio rispetto alla zona nord”.
“Una sorta di Grand Cru”
Nicolosi Asmundo è però molto attento a non trasformare la specificità di Milo in una gara con il resto dell’Etna. “Non dobbiamo sostenere che Milo sia meglio – ci tiene a specificare -. Milo fa conto delle diversità, e so bene che qualcuno lo definisce una sorta di Grand Cru dell’Etna facendo un parallelo con la Borgogna”.
La definizione, precisa, va usata con cautela. “Milo non è un Grand Cru, perché non c’è il sistema Grand Cru. Però Milo è l’unica zona dove puoi fare l’Etna Bianco Superiore. Oggi in qualunque parte del mondo di consumo di vino di qualità, quando gli parli di Etna e gli parli di Milo, il cliente, il distributore, l’enoteca, il sommelier, ti ascoltano con attenzione e riconoscono in Milo delle caratteristiche particolarmente interessanti. Questa, secondo me, è la cosa più bella. Il fatto che Milo sia riconoscibile, che sia riconosciuto come territorio adatto e vocato alla produzione di bianchi. In Francia questo risponderebbe a un Grand Cru, sicuramente”.
Trecento anni, ma il vino si fa oggi
Per Villagrande il tema della continuità non è uno slogan. Nel 2027 arriveranno i 300 anni dalla prima data certa certificabile: il 1727. Nicolosi Asmundo parla della ricorrenza con un misto di orgoglio e responsabilità. “Per me la realtà è che non mi ricapiterà più di festeggiare…”, dice ridendo. Poi si fa più serio. “È ovvio che ho fatto delle riflessioni. C’è un senso di responsabilità, c’è anche un po’ di orgoglio, c’è la voglia di fare le cose bene perché eredito, comunque, porto avanti un’azienda che ha un’eredità importante”.
Ma la storia, per lui, non deve diventare un peso. “Ho imparato a non farmi bloccare – spiega -. Al passato, forse quando ero più giovane, mi sentivo vincolato troppo da questa responsabilità. Non dico terrorizzato, però vincolato da questa responsabilità. Oggi intendo valorizzarla per quella che è, una bella storia. Perché poi c’è la realtà dell’impresa. Il vino lo facciamo oggi, con la consapevolezza che la nostra è un’azienda agricola. Quindi, se ogni anno non raccogliamo l’uva e vendiamo le bottiglie, la nostra azienda chiude. Non ho altri proventi, non ho altre attività. Noi siamo un’azienda agricola pura che vive per le bottiglie che vengono vendute ogni anno”. Una frase che riporta tutto alla terra. “Nel nostro caso è una storia che va avanti, è una storia di agricoltura che va avanti da tantissimi anni e non ci sono altre attività se non la coltivazione della terra”.
Il nuovo Etna non può permettersi di improvvisare
Poi, sollecitato da una domanda, Marco Nicolosi Asmundo racconta: “Un paio di anni fa abbiamo cambiato ragione sociale alla nostra azienda. Ora si chiama Villagrande e non più Barone di Villagrande. Abbiamo deciso di rafforzare il legame col territorio slegandoci dai titoli nobiliari. Siamo a Villagrande, il territorio deve essere più forte di ogni cosa”.
Villagrande produce circa 120 mila bottiglie, ne esporta il 60-65 per cento e accoglie in azienda circa 15-16 mila visitatori l’anno. “Se consiglierei a qualcuno di investire oggi sull’Etna? No. Se non si hanno le idee chiare, se non si ha un’idea precisa di come comunicarlo e di come commercializzarlo. E soprattutto se non si hanno le risorse – taglia corto -. Il problema della produzione del vino è che puoi fare le cose per bene, però hai un’immobilizzazione di capitale che probabilmente non ha uguali in nessun altro settore. Ci vogliono tanti e tanti soldi per la terra, tanti soldi per la cantina e poi dopo cinque-dieci anni cominci a guadagnare qualcosa”.
La lista, alla fine, è semplice. “Ci vogliono tanti soldi, tanta pazienza, una motivazione forte e soprattutto un progetto chiaro”, dice. Anche perché il boom non può durare indefinitamente e qualche piccola cantina, inevitabilmente, potrebbe uscire dal mercato. “Inevitabilmente alcune chiuderanno. Speriamo che tante altre invece trovino la loro dimensione e che possano andare avanti, perché ovviamente le piccole cantine e le piccole realtà sono un po’ l’anima della produzione dell’Etna. Cosa bisogna evitare perché questa primavera non si interrompa? L’improvvisazione – conclude -. Il mondo ci guarda e quindi dobbiamo essere accorti, attenti e professionisti e professionali”.