Oltre 800 ettari di vigneti, distribuiti su pendii ripidi e sostenuti da circa 700 chilometri di muretti a secco. È la Val di Cembra, in Trentino, dove coltivare la vite significa misurarsi con la montagna e mantenere terrazzamenti che in molti casi superano i 500 metri di quota. Qui il vino racconta una storia di fatica e adattamento, ma anche di identità e sapere agricolo. Attorno a questo patrimonio si è sviluppata la quarta edizione di DoloViniMiti, il festival che ha messo in dialogo il vino con i paesaggi terrazzati, dal Trentino alla Costiera Amalfitana, passando per l’Etna e il Chianti.
Equilibrio, precisione, forza e armonia hanno guidato uno degli appuntamenti più originali del festival, l’incontro tra vino e curling al Palacurling di Cembra. Con Adolfo Mosaner, tra i fondatori dell’Associazione Curling Cembra, suo figlio Amos, campione olimpico, e la produttrice Orietta Zanottelli, il ghiaccio è diventato il punto di partenza per raccontare il lavoro in vigna. Nel curling la traiettoria della stone dipende dal gesto di chi la lancia, ma anche dalle spazzolate dei compagni, che ne accompagnano e modificano la corsa.
Precisione, lettura delle condizioni e intesa di squadra sono qualità che appartengono anche alla viticoltura di montagna. Adolfo Mosaner ha raccontato la crescita di uno sport radicato nella comunità cembrana, mentre Zanottelli ha ricordato il legame tra alcune famiglie del territorio e il curling: Amos ha iniziato a giocare da bambino e, prima di diventare professionista, ha lavorato nell’azienda degli Zanotelli.
La degustazione ha tradotto queste affinità in quattro vini, accompagnati dalle storie dei produttori. Il Trento Doc Posad’or Trento DOC Brut 2020 della Tenuta Gottardi, affinato 45 mesi sui lieviti, ha richiamato l’equilibrio e il valore del tempo; il Müller Thurgau 2025 degli Zanotelli la precisione del lavoro in vigna e in cantina. La Schiava, un tempo tra le varietà più diffuse in valle, ha evocato la forza della tradizione e offerto ad Alfio Nicolodi l’occasione per raccontare una sua pratica: circa una settimana prima della vendemmia taglia il tralcio di una parte dei grappoli, lasciando appassire l’uva sulla pianta. Il Pinot Nero di Pelz ha infine richiamato l’armonia necessaria per accompagnare un vitigno esigente, nel rapporto tra uomo, pianta, suolo e stagione.
Il tema del lavoro e della cura dei versanti è tornato al centro del convegno di apertura, “Il valore dei paesaggi terrazzati tra Pris e Unesco. Nord, Centro, Sud e Isole: storie di territori custoditi nel tempo, dalla Valle di Cembra all’Etna, passando per Chianti e Costa d’Amalfi”. I muretti a secco non sono elementi decorativi, ma strutture che sostengono la terra e rendono coltivabili pendii difficili da meccanizzare. Secondo i dati citati durante l’incontro, un vigneto di pianura richiede circa 400 ore di lavoro all’ettaro all’anno, mentre uno terrazzato può arrivare a 1.000-1.500. Una differenza che raramente trova riconoscimento nei prezzi e nelle filiere. In Val di Cembra, a definire il paesaggio è anche il porfido, matrice vulcanica che caratterizza la geologia locale. I terrazzamenti sono il risultato di un’opera umana antica, realizzata anche con materiali trasportati dal fondovalle e pietre moreniche per costruire i muri e ricavare superfici coltivabili. Un paesaggio fatto ad arte, nato dalla relazione tra comunità, pietra e lavoro.
Il confronto tra territori ha mostrato quanto la cura dei terrazzamenti sia una questione agricola, ma anche di sicurezza e tenuta delle comunità. In Costiera Amalfitana, ha raccontato il sindaco Daniele Milano, «Amalfi è molto più montagna che mare»: i versanti ripidi che scendono verso il mare sono stati resi coltivabili proprio grazie ai terrazzamenti. Con l’abbandono delle campagne, però, la manutenzione è diventata più difficile e le frane possono raggiungere le strade, interrompendo i collegamenti.
Dal 2024 il Comune ha destinato 50 mila euro, circa il 3 per cento delle entrate dell’imposta di soggiorno, a un bando per sostenere chi continua a coltivare e mantenere i terrazzamenti. Sono arrivate 90 domande, verificate dai tecnici comunali. L’obiettivo è restituire una parte della ricchezza generata dal turismo a chi lavora la terra, sostenendo chi già se ne prende cura.
Anche l’Etna e Lamole, nel Chianti Classico, hanno offerto spunti di riflessione. Sull’Etna, la viticoltura ha costruito un’identità riconoscibile in un paesaggio vulcanico e terrazzato, capace di attirare attenzione internazionale e di trasformare la conoscenza diretta del territorio in collaborazioni con operatori e mercati. Lamole, piccola frazione montana del Chianti Classico, ha invece legato la propria rinascita al recupero del rapporto tra vino e identità locale, dopo decenni di spopolamento. I riconoscimenti di Paesaggio rurale storico e di Unità geografica aggiuntiva ne hanno rafforzato la visibilità, ma resta aperta la questione di come valorizzare un territorio senza alterarne gli equilibri e mettere in difficoltà chi lo custodisce da generazioni.
È una domanda che riguarda anche la Val di Cembra, dove il futuro del vino passa dalla capacità di riconoscere ciò che la rende diversa: altitudine, suoli porfirici, escursioni termiche e coltivazione sui pendii. La storia produttiva della valle è passata dalla Schiava alle uve bianche e al Pinot Nero. La sfida è individuare una o poche identità riconoscibili, evitando di inseguire mode e mercati e investendo invece in qualità, ricerca e comunicazione.
Il festival ha affrontato anche il rapporto tra produzione e accoglienza. Vera Rossi, presidente dell’Associazione Turistica Valle di Cembra, ha indicato la strada di un turismo lento e di qualità, interessato ai vigneti, ai prodotti e alle persone più che ai grandi numeri. Un’ospitalità autentica, fatta di prodotti locali e relazioni personali, che può integrarsi con l’offerta della vicina Val di Fiemme. Giancarlo Cescatti, direttore di ApT Fiemme Cembra, ha sottolineato la complementarità tra le due realtà e la possibilità di valorizzarne le rispettive identità.
Alcune iniziative hanno dato concretezza a questa idea. Il Wine Trekking Gourmet ha portato quasi duecento partecipanti lungo i sentieri della valle, tra baiti e vigneti, trasformando il paesaggio in una tavola diffusa. Il cammino si è interrotto più volte per lasciare spazio agli assaggi preparati dagli chef locali, guidati da Alessandro Gilmozzi, e ai vini cembrani: un modo di conoscere la valle passo dopo passo, in cui degustazione e attraversamento del territorio si sono intrecciati.
Dalla vigna all’alambicco, il racconto è proseguito alla Distilleria Pilzer di Faver di Altavalle con “Spiriti in scena”, realizzato insieme all’Istituto Tutela Grappa del Trentino. Qui la grappa è uscita dalla dimensione del prodotto per diventare memoria, gesto e storia condivisa. Le letture in dialetto, interpretate dall’attrice Federica Chiusole, hanno accompagnato il pubblico in un viaggio immersivo nelle diverse epoche della distillazione trentina, dalle pratiche familiari e clandestine alle regole che ne hanno trasformato il mestiere, fino alla nascita dell’Istituto nel 1969.
Le parole e le voci hanno restituito atmosfere, consuetudini e personaggi di quel mondo, preparando a riconoscere nei distillati le tracce di una storia ancora viva. Tra le immagini evocate, quella del bambino che vede entrare nell’alambicco la vinaccia rossa e uscire un liquido trasparente, scambiando il distillatore per un mago. A dialogare con questa memoria sono state le grappe di Paolazzi e Pilzer, due interpretazioni della distillazione trentina.
A distinguersi, per fattura e precisione espressiva, sono state soprattutto quelle di Pilzer, capaci di restituire con nitidezza il carattere della materia prima e le sfumature del distillato. A completare l’esperienza, l’insolito dialogo con la cucina di Stefano Tait, de La Dispensa del Gusto, che ha costruito abbinamenti sorprendenti e ben calibrati, capaci di accompagnare le grappe senza sovrastarle, valorizzandone l’espressività.
Il filo che unisce gli appuntamenti di DoloViniMiti è il tentativo di raccontare la Val di Cembra senza separare il vino dal luogo in cui nasce. Muretti a secco, vigne, porfido, cantine e distillazione appartengono a una stessa storia produttiva, fatta di competenze e di un rapporto stretto con la montagna. Perché un paesaggio terrazzato non sopravvive solo se viene fotografato: sopravvive se resta coltivato.