Per molti è uno dei volti più autorevoli del racconto del vino italiano negli Stati Uniti. Per oltre dodici anni Robert Camuto ha firmato su Wine Spectator una rubrica diventata un punto di riferimento per chi voleva capire il vino attraverso le persone, prima ancora che attraverso le etichette.
Quella rubrica “Robert Camuto meets” ha recentemente chiuso a causa di tagli al budget che hanno coinvolto diversi dipendenti. Ma la vera notizia non è l’addio – solo parziale – alla storica testata americana, per la quale scrive dal 2008 e con cui continuerà comunque a collaborare da freelance. A segnare una nuova fase del percorso di Camuto è la scelta di portare avanti una visione del vino più libera, personale e meno legata alla logica degli score.
“Quando avevo una rubrica regolare mi sentivo un po’ costretto perché in qualche modo dovevo attenermi al programma di Wine Spectator” – racconta Camuto. “Alcune persone erano considerate più rilevanti perché avevano ricevuto punteggi più alti. Questa logica, seppur onesta, non mi apparteneva”.
Più che un cambio di rotta professionale, quello di Camuto sembra oggi un ritorno alle ragioni profonde che lo hanno portato a raccontare il vino.
Del resto, il rapporto del giornalista americano con l’Italia nasce proprio così: come un innamoramento umano e culturale prima ancora che enologico. Impara ad apprezzare la nostra penisola già durante i viaggi fatti da ragazzo insieme alla nonna nel suo paese d’origine, in Campania. Torna poi più tardi, nel 2001, in Europa come giornalista di viaggi: vive quindici anni in Francia, ma è in Italia che trova qualcosa che altrove fatica a vedere. “Sono affascinato dall’Italia in tutte le sue forme” – afferma Camuto – “dal vino a tutto ciò che di autentico e artigianale custodisce, fino a quel mosaico di identità differenti e perfino caotiche che rende unica la cultura italiana”.
È proprio la dimensione antropologica del vino che oggi il giornalista sente il bisogno di difendere e raccontare. Perché, spiega, il rischio è che il vino perda la sua connessione con la tavola, con la cultura e con le persone, diventando soltanto un prodotto da valutare attraverso numeri e classifiche. Oggi questa visione prende forma in Italy Matters – letteralmente “l’Italia conta” – il nuovo progetto editoriale che Camuto sta sviluppando sulla piattaforma Substack e sul suo sito personale.
Il progetto si muove lungo la stessa traiettoria del nuovo libro in uscita entro fine anno per Edizioni Ampelos, dal titolo provvisorio Tra Genio e Follia. Una raccolta di storie, interviste e ritratti costruiti negli ultimi anni, dedicati a produttori visionari, eccentrici, fuori dagli schemi che, secondo Camuto, hanno contribuito a scrivere il vino contemporaneo. Tra i protagonisti Andrea Franchetti, Franco Allegrini, Planeta e molti altri personaggi espressione verace del proprio territorio.
Dentro queste pagine ci sarà anche una dimensione profondamente emotiva. Il volume sarà infatti dedicato ai protagonisti del vino scomparsi negli ultimi anni. Tra loro anche Enrico Bertoz, produttore veneto trapiantato in California e fondatore del progetto Arbe Garbe, incontrato da Camuto poco prima della sua improvvisa scomparsa.
Ed è proprio questa attenzione per le persone, le storie e i territori a raccontare meglio il modo in cui Camuto guarda oggi al vino e al suo futuro. Alla domanda su come immagina il vino dei prossimi anni, il giornalista americano risponde quasi come se stesse immaginando il titolo del suo prossimo libro: “La mia speranza è un ritorno al senso più autentico del vino. Un ritorno alla tavola”.
Un approccio che si riflette anche nel suo interesse per il Sud Italia, da lui considerato uno dei territori più vivi e ancora poco esplorati del vino contemporaneo. “Nel Sud, per esempio, ci sono alcuni dei bianchi più importanti d’Italia, dal Greco al Fiano fino al Carricante e al Grillo. La qualità ormai c’è. Il problema è riuscire a comunicarli davvero nel mondo, dove il consumatore medio conosce soprattutto vitigni come Chardonnay e Sauvignon”.
Secondo Camuto, il crescente interesse verso i vini bianchi non è una moda passeggera, ma il risultato di una trasformazione tecnica e culturale profonda. “Oggi le nuove generazioni sono molto più preparate” – sostiene – “e fare un grande vino bianco richiede precisione, conoscenza e tecnologia”. Proprio per questo il Sud potrebbe avere oggi un’occasione importante, a patto però di riuscire a costruire una narrazione più forte e condivisa.
E mentre il mercato internazionale attraversa una fase di incertezza, tra consumi in calo e crisi del vino premium, Camuto continua a chiedere soprattutto trasparenza e autenticità. Un tema tornato al centro del dibattito anche dopo le recenti riflessioni della critica enologica Jancis Robinson, che ha evidenziato la mancanza di dati realmente affidabili sulle giacenze e sulle vendite dei vini di fascia alta.
“Da giornalista ho sempre pensato che la trasparenza sia fondamentale – commenta Camuto – sia nei numeri del mercato che in etichetta”. Oggi il settore dovrebbe avere il coraggio di raccontare con maggiore chiarezza le difficoltà che sta attraversando, anche perché il pubblico sta cambiando: “Forse c’è meno sete di vini iconici rispetto a una volta e la gente cerca più piacere, condivisione e gioia nel bicchiere”.
Ed è qui che il giornalista americano vede un altro rischio: la progressiva perdita di qualità nella ristorazione italiana. Una deriva che, secondo lui, rischia di impoverire proprio ciò che rende unico il modello italiano nel mondo. Un patrimonio culturale che lo scorso anno ha ricevuto un ulteriore riconoscimento con l’iscrizione della cucina italiana nella lista del patrimonio immateriale dell’Unesco, ma che – osserva Camuto – rischia di restare più celebrato che realmente preservato nella quotidianità. “Trovare oggi una trattoria autentica in molte città italiane è diventato difficilissimo – sostiene Camuto – ed è fondamentale spingere le nuove generazioni a tornare alla cucina, all’artigianato e ai mestieri della tradizione”.
Persino il dibattito sul no-alcol e sul calo dei consumi, per Camuto, viene spesso affrontato in modo superficiale. Negli Stati Uniti, osserva, pesano certamente i dazi, la guerra, i cambiamenti culturali, i costi sempre più alti della ristorazione e fenomeni come l’uso massiccio di farmaci dimagranti, che stanno profondamente modificando il rapporto con il cibo e il vino. “È un momento davvero difficile – conclude Camuto – ma insieme bisogna trovare la soluzione. Gli esseri umani hanno bisogno di luce, gioia e condivisione a tavola”.
Ed è probabilmente proprio qui il cuore del suo racconto: difendere il vino non come status symbol, ma come esperienza culturale e umana.