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Vino e dintorni

Vitigni Piwi, un nuovo passo avanti per valorizzare i vini lombardi

03 Giugno 2026
Da sinistra Martino Bolognini, Sara Borin, Giulio Somma Da sinistra Martino Bolognini, Sara Borin, Giulio Somma

Piwi, cosa vuol dire? E’ l’acronimo del termine tedesco ‘Pilzwiderstandsfähige Pilz-vi-der-stand-sfe-i-ghe’ e indica vitigni resistenti alle principali malattie fungine, come peronospora e oidio. Sono ottenuti con incroci – a quanto pare abbastanza complessi – tra Vitis vinifera e altre specie del genere Vitis; però le varietà di nuova generazione hanno il 95% di Dna di vite europea.

Perché sono importanti? La sintesi potrebbe essere permettono di ridurre drasticamente i trattamenti fitosanitari; diminuire l’impatto ambientale; migliorare sicurezza per operatori e territorio; adattarsi meglio alle sfide climatiche. Messaggi ben recepiti in Lombardia, visto che sui Piwi è una delle regioni italiane più attive, con 36 vitigni iscritti al Registro Nazionale (18 a bacca rossa, 17 a bacca bianca, 1 rosata); coltivati in oltre 30 aziende che hanno già immesso 50 etichette sul mercato. Le aree lombarde più attive in questo settore sono Valtellina, Valcamonica, Franciacorta e Oltrepò Pavese, oltretutto anche coinvolte nella sperimentazione per valutare adattamento, qualità delle uve e potenziale enologico nei diversi ambienti lombardi.

La sperimentazione è molto importante perché i Piwi non sono tutti uguali: mostrano comportamenti diversi a seconda del vitigno e dell’ambiente, soprattutto per epoca di maturazione e qualità dell’uva. Per questo la ricerca e le prove in campo sono fondamentali per fare scelte consapevoli. Oltre a ribadire che i Piwi non sostituiscono la viticoltura tradizionale però, nel corso di un convegno organizzato a Milano, è stato evidenziato – come ha detto qualcuno – quella che potrebbe essere considerata la cassetta degli attrezzi del viticoltore lombardo.

Al convegno milanese sul tema “Attualità e prospettive dei vitigni Piwi in Lombardia – Il progetto Vitires” organizzato dall’Università di Milano in collaborazione con Fisar e Piwi International” con l’intervento di Sara Borin (Preside della Facoltà di Scienze Agrarie e Alimentari dell’Università di Milano), Alessandro Sala (Presidente Piwi Lombardia), Emilio Marelli (Delegato Fisar Milano), Martino Bolognini (DiSAA-Unimi), l’agronomo Davide Modina, il giornalista Giulio Somma che ha coordinato i lavori, e alcuni produttori che hanno presentano i loro vini selezionati per la masterclass .

Un convegno che ha offerto informazioni preziose per scegliere le combinazioni vitigno-ambiente più adatte alle caratteristiche pedoclimatiche e agli obiettivi enologici dei diversi areali lombardi. Tant’è che Giulio Somma, che è pure coordinatore dell’ufficio comunicazione della Facoltà di Agraria dell’Università di Milano, ha presentato i risultati – sia pure parziali -, fino ad oggi raggiunti dal progetto di ricerca Vitires – finanziato da Regione Lombardia con il Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale 2023 2027 – realizzato con diversi partner. Il primo è l’importanza non solo del dialogo, ma di una collaborazione costante tra il mondo della ricerca scientifica e accademica e quello delle imprese per il miglioramento qualitativo del prodotto e, in genere, per stimolare i percorsi di innovazione che aiutano il progresso del settore. Dall’altra, nello specifico ha detto Somma – sfatare alcuni luoghi comuni su questi vitigni Piwi che fino ad oggi ne hanno rallentato la diffusione e l’utilizzo nei vigneti del nostro Paese.

Eppure i vitigni Piwi non sono solo “amici dell’ambiente” perché consentono una forte riduzione degli interventi con fitofarmaci in vigneto, ma sono anche vitigni che consentono di produrre vini buoni. Fino ad oggi, la convinzione contraria è stata legata al fatto che i Piwi sono stati in passato — e ancora oggi in tante realtà produttive — utilizzati come vitigni da mettere nelle zone marginali e nelle zone climaticamente disagiate dove altri vitigni non sopravvivono.

Venendo, così, trattati come vitigni “di scarto”, ed è quindi naturale che permettono di ottenere grandi vini. Invece, il PIWI dove è stato considerato un vitigno “nobile” a tutti gli effetti — e quindi piantato nelle migliori situazioni per ottenere qualità — ha dimostrato di dare dei prodotti di eccellenza.

E, così, è stato sfatato il luogo comune che i vitigni Piwi (così come tutti gli altri vitigni) non sono tutti uguali nè vanno bene dappertutto. Grazie alla sperimentazione adesso è possibile vedere quali vitigni vanno bene, i territori più adatti, le tecniche viticole ed enologiche da seguire in vigneto e cantina. La conferma è arrivata con la masterclass prima e la degustazione libera dopo. In questo modo – per dirla con le parole di Somma- concludiamo il nostro incontro con la “prova del fuoco” passando, dopo tante parole, alla degustazione di 45 vini lombardi proposti da 17 produttori .

Questi, invece, i quattro vini della masterclass condotta da Davide Modina:

Amber 2023 – Pietramatta, Cenate di Sotto (BG)
Andrea Sala è produttore ed enologo che per questo vino ha selezionato solo uve Sauvigner gris. La macerazione avviene in anfora a cui segue un periodo di affinamento in barrique esauste e successivo riposo in bottiglia per completare il processo di maturazione. Il risultato è un vino di colore giallo dorato carico; bouquet aromatico con prevalenza di note di albicocca, pesca, timo, miele e tè verde. In bocca è secco, piacevole anche per il sottile sentore di affumicatura che lo caratterizza.
Ottimo da abbinare a pesce crudo, carni bianche come faraona o coniglio. In ottima compagnia con alcune preparazioni della cucina asiatica a base di curry o curcuma, senza trascurare formaggi a pasta molla e quelli erborinati. Ideale, infine, con foie gras

Nversera 2023 – Oca Bianca di Gian Marco Fioletti, Edolo (BS)
Uve Solaris con fermentazione spontanea e macerazione sulle bucce per fare un vino il più naturale possibile. Si tratta di un vino bianco fermo di alta gradazione che in questo caso esprime il terroir alpino dell’Alta Valle Camonica. E’ la seconda vendemmia, dopo l’introduzione del vitigno Solaris, che imbottiglia Gian Marco Fioletti.

Il Roccolo dei Gelsi 2018 – Tenuta Castello di Grumello, Grumento del Monte (BG)
Uvaggio di Bronner (80%) e Johanniter (20%), vinificate in acciaio. Anche l’affinamento avviene in acciaio per questo vino bianco ottenuto da uve selezionate in vigneto dove non sono mai stati fatti trattamenti antiparassitari. Il processo produttivo prevede pressatura soffice delle uve intere, fermentazione a temperatura controllata in serbatoi inox con lieviti autoctoni, fermentazione malolattica parzialmente eseguita, maturazione sulle fecce fini per 9 mesi, imbottigliamento e riposo in vetro per 3 mesi.
Il colore è giallo brillante. Al naso ha un profilo aromatico complesso di frutta bianca e spezie. In bocca ha una bella spinta acida e una buona struttura in cui dominano freschezza e verticalità. Caratteristiche che ne fanno un ottimo vino da aperitivo ma, anche, per accompagnare primi piatti e pesce sia crudo che cotto. In più, è caratterizzato da un ottimo rapporto qualità-prezzo.

Patior 2017 – Ronco della Cava di Michele Colombo, La Valletta Brianza (LC)
Vino ottenuto da uve Prior vendemmiate l’ultima settimana di settembre e vinificate in acciaio, con macerazione delle bucce a temperatura controllata. Affinamento di 8 mesi in barrique di rovere francese. Colore rosso rubino carico e intenso; al naso esprime profumi intensi di frutta rossa matura. In bocca è un vino deciso e perfettamente equilibrato tra acidità, freschezza e note leggermente speziate e quelli di frutta matura. Ottimo con antipasti a base di salumi e formaggi di media stagionatura.