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Vino e dintorni

Quel che c’è da sapere sui vini rosati. E perché ci piacciono tanto i clairet con 5 consigli estivi per bere bene

07 Giugno 2026
Calice e bottiglia di Bordeaux clairet Calice e bottiglia di Bordeaux clairet

Prodotti nel territorio di Bordeaux possono essere una piacevole sorpresa a tavola. I nostri suggerimenti

Spoiler è arrivata l’estate, spoiler 2, in estate berremo vino. E come ogni estate, pioggia di articoli sui rossi da bere freddi, sui bianchi da bere in spiaggia, vini da barca, vini da deltaplano, da scampagnata, da trekking, da apnea, da abbinare col mare, con la montagna, vini da villeggiatura, bianchi d’altura, rossi sabbiosi, ma se in estate ci mettessimo, davvero, per una volta a bere bene i rosati, o meglio i clairet?

Il mondo dei rosati è un po’ come la sinistra, sembra uniforme ma al suo interno è pieno di correnti, distinguo, affinità e divergenze, per questo a me, come la sinistra, affascina moltissimo.

Intanto partiamo da una precisazione, il mondo dei vini pink, si divide in due grandi scuole di pensiero e sfumature di colore: il rosato, “canonico” quello del bottle flex a bordo piscina, e quello più cool che beve la gente che non posta le bottiglie sui social, il clairet. Rosato e clairet si potrebbero definire fratelli separati alla nascita, ma tutti e due parlano la lingua dell’estate, della sensualità, (esiste vino senza desiderio?), e degli amori da notti di stelle.

Se pensate che il rosé sia l’unico vino rosa che esiste, avete torto. C’è un altro vino che vive nell’ombra, spesso scambiato per un rosso leggero, a volte per un rosé “sbagliato”: si chiama clairet, viene da Bordeaux, e merita una sua storia.

Partiamo dall’inizio. Il rosé moderno — quello pallido, quasi trasparente, che d’estate invade ogni terrazza — nasce da una macerazione brevissima, ore contate, giusto il tempo di strappare al bucce quel rosa tenue che fa tanto Provence. Il risultato è fresco, beverino, spesso neutro. Funziona. Vende.

Il clairet è un’altra cosa. La macerazione dura di più, uno o due giorni, e il colore lo racconta: rosso rubino profondo, quasi un rosso chiaro da bicchiere spesso. Non è un rosé mancato né un rosso in miniatura — è una categoria a sé, con più corpo, più tannini, più personalità. Il nome stesso viene dal francese antico claret, che indicava i vini bordolesi esportati in Inghilterra nel Medioevo. Quello che gli inglesi chiamavano claret era probabilmente qualcosa di simile a questo.

Cosa hanno in comune? Il punto di partenza è identico: uve rosse, contatto con le bucce, scelta di quando fermarsi. La differenza è tutta lì, in quel “quando”. Il rosé dice stop quasi subito. Il clairet aspetta, respira, prende colore e carattere.

A tavola cambiano registro. Il rosé provenzale chiede tartare, gamberi, una giornata di sole senza troppe pretese. Il clairet vuole qualcosa di più — una terrina, un piatto di salumi, una cotoletta. Ha abbastanza struttura per reggere il cibo, abbastanza freschezza per non stancare.

Il paradosso è che il clairet, storicamente più antico, è oggi il meno conosciuto dei due. Il rosé ha vinto la battaglia del marketing — colore fotogenico, bottiglie eleganti, posizionamento aspirazionale. Il clairet è rimasto fedele a sé stesso, un po’ fuori moda, un po’ incompreso.

Chi mi conosce, sa per quale squadra faccio il tifo, e per quale team ogni Eno-nerd che si rispetti dovrebbe schierarsi.

Fuori qualche, non pallido nome!
1. Château Penin, merlot e cabernet sauvignon, 4 mesi sulle fecce fini, frutto croccante, crea dipendenza.
2. Château Thieuley, questo è un vino vero, un rosso non rosso lo chiamano quelli che ne sanno, vinoso, sapido e fresco, da degustare sulla barca a vela di qualcun altro.
3. Cave de Quinsac, vino cooperativo, ma a questa latitudini non è un male, storico, costante. Molto bilanciato, da regalare a chi vuole scoprire questa tipologia senza essere destabilizzato.
4. Château Pudris – Chien Fou, il meno conosciuto, molto artigianale, molto piccolo, etichetta bella punk, un vino dal frutto così croccante, che forse potrebbe fare tornare di moda il merlot tra il pubblico under 50.
5. Cave de Rauzan – “J’peux pas, j’ai Clairet!”, il mio preferito, ops, non dovevo dirlo qua c’è anche il Cabernet Franc e si sente. Fresco birichino un po’ sfacciato, persistenza, e freschezza, un vino che in un mondo migliore di questo sarebbe di moda, ovunque.