In inverno piove in abbondanza sulle pendici del monte Ainos, a Cefalonia. L’estate, invece, si consuma in giornate secche e aride, per fortuna compensate da notti assai fresche per la brezza marina che risale fino in cima attraverso i vigneti.
Qui, su un terreno calcareo e ghiaioso, accanto ad altre varietà, si coltiva principalmente l’autoctono Robola che regala un bianco secco, minerale e di spiccata acidità. Se dal 1982 ha sua denominazione a tutela dei vigneti montuosi, la tradizione si rinnova da secoli. Il legame stringente con la cultura locale si avverte in maniera naturale, prima di misurarsi con la sete delle centinaia di migliaia di turisti, in maggioranza anglosassoni, che assaltano Cefalonia per vacanze da cartolina con desiderati bagni di sole.
L’isola è la più grande delle Ionie, con oltre 700 chilometri quadrati. Gli abitanti stabili sono pochi – circa 35mila – e l’estensione vitata del Robola è limitata, anche se vanta ancora antichi ceppi a piede franco. Con un comodo ritardo di 150 anni rispetto al resto dell’Europa, la fillossera è arrivata negli anni ’80. I viticoltori greci hanno agito per evitare la devastazione di cui la Storia enologica è testimone.
In questa cornice, fatta di grigi e di bianchi che contrastano i turchesi e i blu del mare punteggiato di barche a vela, il Robola rivendica oggi un’identità sempre più forte. “Sta vivendo una fase di maggiore maturità”, conferma a Cronache di gusto il Master of Wine Yiannis Karakasis, ospite alla “Kefalonia Wine Hub”.
La conferenza è stata organizzata, lo scorso 6 giugno, a Valsamata dalla Kefalonia Winemakers, l’associazione che riunisce sei cantine isolane (Gentilini Winery, Haritatos Estate, Petrakopoulos Wines, Sarris Wines, Sclavos Wines e Orealios Gaea, che ospitava l’iniziativa). Realizzata in collaborazione con Antheia Kots, che ha moderato i lavori, nel suo quinto anno ha scelto di concentrarsi sull’uva da Robola, regina di Cefalonia.
L’edizione 2026 ha visto l’intervento di affermati professionisti del settore, tra cui gli enologi Panos e Spyros Zouboulis, e i produttori locali Evriviadis Sklavos, pioniere della biodinamica sull’isola, e Kostas Bazigos, amministratore delegato di Orealios Gaea.
Rispondendo alle domande, Yiannis Karakasis ha tirato in ballo Asterix, il piccolo guerriero gallico nato dalla penna di René Goscinny e Albert Uderzo nel 1959. Perché questo personaggio dei fumetti? È piccolo di statura ma astuto e dalla forza sovraumana, grazie alla sua fiaschetta di pozione magica utile nella lotta contro i Romani.
Santorini Pdo, Samos Pdo e via con le altre denominazioni di origine in Grecia. Il Robola di Cefalonia prende il nome da un singolo vitigno anziché da una regione geografica. Lo considerate un vantaggio competitivo?
“Secondo alcuni è un vantaggio, perché così hanno la loro unicità: un qualcosa che è molto vicino a sé stessi e perciò l’identità risulta più forte. D’altra parte è un prodotto di nicchia. Si potrebbe pensare a molte cose per renderlo più competitivo. Ma occorre essere precisi nelle norme, perché ciò che conta sopra ogni cosa è che il Robola è molto legato al terroir. Quindi, se lo si vuole espandere in aree esterne dobbiamo pensare a una regolamentazione specifica. Penso che, così facendo, si potrebbe rafforzare il brand e la percezione, in modo da comunicare il messaggio del Robola a più persone, a più Paesi, anche perché la produzione è molto bassa”.
Il vitigno Robola è legato ai vigneti a piede franco sulle pendici dell’Ainos. In un momento in cui il cambiamento climatico sta mettendo a dura prova la viticoltura mediterranea, quali insegnamenti può offrire la conservazione di questi vecchi vigneti per la futura resilienza del vino greco?
“Occorre precisare che con la fillossera la percentuale di vitigni a piede franco si è ridotta, a quanto mi risulta, al 10-15 per cento mentre, qualche anno fa, la percentuale era del 50-60. La filossera, sin dalla prima apparizione, è diventata una minaccia molto comune per i vigneti antichi: questa è già una grande sfida. Per quanto concerne il cambiamento climatico, esiste un vantaggio. Abbiamo a che fare con molte precipitazioni, eccetto qualche annata molto calda e arida. Forse quest’anno sarà vicino ai 1.400 millimetri, che è una quantità enorme. Ecco, forse Cefalonia non ha un problema come Santorini o l’Egeo. Da questo punto di vista, dovremmo essere felici”.
Ha sostenuto che il settore è passato da una fase di scoperta a una di consolidamento. Dove si colloca il Robola in questo percorso? Ha già raggiunto la credibilità internazionale nel settore dei vini pregiati, o il suo momento di svolta deve ancora arrivare?
“Direi che non è un vitigno classico: è emergente e promettente ma non esotico. Se abbiamo come primo livello varietà quali Assyrtiko e la Malagousia e poi altre varietà come secondo livello, dopo arriva il Robola. È un grande traguardo se si considera che l’intera estensione di vitato è di circa 130 ettari. Quindi, ponendolo in scala, è qualcosa di più grande di ciò che dovrebbe essere. Ne sono felice, perché vedo il Robola come Asterix: piccolo ma forte”.
Quanto alle prospettive nei prossimi dieci anni, crede che il futuro più promettente per il vino Robola risieda nell’esprimere uno stile puro, minerale e legato al terroir, oppure nell’esplorare nuove interpretazioni e approcci enologici innovativi?
“Non penso che il futuro si collochi necessariamente nella prima via. Credo nell’esplorazione dei diversi stili e ci sono molte alternative che possiamo considerare: una lavorazione a contatto con le bucce, Robola come vino naturale, Robola maturato in cemento. Ritengo che potremmo essere più avventurosi, osare di più e se lo sapremo fare potremo avere vini persino migliori”.