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Birra della settimana

Birra, cucina e costume alimentare: il couscous di quinoa, ceci, vongole e zucchine

21 Giugno 2026
Birra e cous cous di quinoa, con ceci, zucchine e vongole Birra e cous cous di quinoa, con ceci, zucchine e vongole

Un piatto gustoso e senza glutine che con la pinta funziona a meraviglia

L’evoluzione dei costumi alimentari ha, da tempo, spinto l’attenzione di professionisti e consumatori a concentrare la propria curiosità anche sul perimetro dei prodotti senza glutine. Ad esempio la quinoa: pianta delle amarantacee (come barbabietola e spinacio), i cui semi possono essere trattati in farina (se ne ricava anche pasta da cucina), tanto da poter classificarli, o quantomeno proporli, come pseudocereali. Ebbene, in tal senso, si prestano a diverse modalità d’impiego: ad esempio fornendo la base di un couscous; da guarnire, ovviamente, a proprio piacere. Nel nostro caso, lo abbiamo servito in tavola con ceci, zucchine e vongole; il tutto accompagnato, secondo copione, da diverse tipologie di birra…

Una ricetta alla portata di tutti

La preparazione è alquanto semplice. Primo Passo: far spurgare le vongole in acqua fredda e sale (almeno un’ora), sciacquarle e, in una teglia con un velo d’olio e uno spicchio d’aglio, scaldarle a fiamma alta, finché non si aprano. Secondo: in una padella antiaderente, versare di nuovo un filo d’olio e far dorare le zucchine (tagliate a rondelle), aggiungendo poi i ceci precotti (scolati dal loro liquido, ovviamente) e rosolandoli delicatamente; quindi versare il tutto in una ciotola. Terzo: nella stessa padella, tostare anche la quinoa (dopo averla sciacquata sotto il rubinetto, in un colino a maglie fini) e poi bagnarla con acqua bollente, da far assorbire in cottura per un quarto d’ora circa, così da rendere i semi teneri al punti giusto. Quarto: assemblare i vari ingredienti e portare il piatto in tavola, tiepio o a temperatura ambiente.

Un gusto leggero ma intenso

Al palato, il boccone si presenta di consistenza tenera e dotato di una componente grassa decisamente contenuta: siamo sul 5%, forse neanche. Il gusto, poi, evidenzia la dolcezza carboidratica della quinoa e del cece (coi loro amidi), senza dubbio prevalente sulla lieve sapidità della zucchina (coi suoi minerali) e della vongola (con la salinità residua delle sue polpe, a loro volta tendenzialmente dolci (inteso sempre in senso lato). Il naso, infine, intreccia ovvie note da tostatura con le tematiche erbacee apportate dall’ortaggio e con quelle ittiche introdotte dal frutto di mare. Insomma, una materia prima sensoriale complessivamente assai elastica, nell’incontro con la birra.

La quale, una volta tanto, potrà sfoderare anche una certa amaricatura; e, sul piano olfattivo, avrà modo di intercettare l’odorosità del mollusco con spartiti da Sauvignon Blanc, evocando mentalmente l’effetto di un abbinamento, appunto, con l’elegante vitigno francese. Viene in mente qualcosa? Ma certo: tipologie del recinto stelle e strisce: Apa, American Ipa, Double Ipa, Session Ipa e via elencando. Ecco qui, dunque, tre proposte pensate in tal senso…

Con l’American Pale Ale

Prima candidata del nostro terzetto è la Mojo, dorata American Pale Ale da 4.7 gradi targata Basei (Latisana, provincia di Udine). Aspetto omogeneamente velato e bella schiuma bianca, il suo profumo – dovuto al poker di luppoli arruolato in ricetta: Cascade, Chinook, Simcoe, Citra – sparge scie che evocano note da agrumi (arancia, pompelmo), resine (incenso) e frutta esotica (ananas, uva spina, mango).

Insomma, quel concertino sauvignoneggiante che, come detto, costruisce il consolidato mentale vino bianco-pesce, la cui familiarità si rivela assai utile a riscuotere un consenso discretamente elevato, nel gioco degli abbinamenti. Quanto alle interazioni gustativo-palatali, la birra (corpo leggero, bolla vivace, nessun calore alcolico in chiusura) sfodera, sì, sul fine-bevuta una risoluta asciuttezza amaricante (34 le Ibu): che però trova, ad ammansirla in contrasto armonizzante, la sostanziale dolcezza carboidratica del piatto.

Con la Session Ipa

Seconda a salire sul ring della tavola è la 6:49, agile Session Ipa recante le insegne della scuderia Jungle Juice (Roma). Lei stessa leggera (siamo sul 4.5%); lei stessa chiara (di un paglierino carico), leggermente velata e coronata da fitta schiuma bianca; lei stessa improntata a olfattività in linea con le precedenti (ananas, mango, papaya, arancia, limone, pompelmo, resine di pino), apportate dai luppoli qui impiegati (Simcoe. Mosaic, Azacca, Denali) e inclini a generare i risultati già raggiunti dalla Mojo in termini di eufonia aromatica con il piatto.

Al sorso, la sua bevuta – a sua volta per niente alcolica – risulta più nervosa (scavato il corpo, aitante la bollicina, secca la chiusura) e più incline all’amaro in percezione (nonostante le 30 Ibu, meno 4 rispetto a prima): il che in ogni caso non stravolge gli esiti dell’abbinamento, in virtù del robusto strato di morbidezza amidacea in dote al couscous.

Con l’American Ipa

Spostiamoci ora sui 6.4 gradi della Famous Last Hop, palpitante American Ipa trattata in Ddh (double dry hopping) con gettate di luppoli statunitensi (Strata, Mosaic, un pizzico di Citra) e prodotta, a Ostellato (Ferrara), dal marchio emiliano Liquida. Dorata, uniformemente velata, coesa schiuma bianca, i suoi profumi toccano corde quali papaya, mango, ananas e pompelmo: ripetendo il copione, e i conseguenti effetti armonici, già portati in scena dalle due birre precedenti.

Rispetto alle quali, peraltro, questa terza offre un lieve calore alcolico in chiusura di bevuta; mentre lungo lo svolgimento del tracciato gustativo-palatale (caratterizzato da una corporatura medio-leggera e da una carbonazione vivace), propone una vena amaricante addirittura lievemente meno pronunciata. In ogni caso, un lieto fine.

BIRRIFICIO BASEI
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