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Cibo e dintorni

Perché vedere la quinta e ultima stagione di The Bear: un inno alla vita e ai ristoranti

09 Luglio 2026
Jeremy Allen White in The Bear Jeremy Allen White in The Bear

Ci mancherà The Bear, una serie che ha cambiato tante cose, dalla televisione (tutti quelli che sono abbonati a Disney+ lo sono per questa serie) alla ristorazione. Nessuna opera di fiction, neanche i libri Anthony Bourdain avevano fatto appassionare così tanto le persone agli umani che vivono nei ristoranti, a quello che succede nelle vite di quelli che cucinano e servono il cibo che mangiamo, e che fotografiamo, ogni giorno.

Otto episodi ambientati tutti in un’interminabile notte di servizio, in una Chicago sommersa dal diluvio tra tubature che cedono e tavoli in overbooking. Una stagione, la quinta e l’ultima, quindi che ritorna alle origini, e ci accompagna verso tanti futuri possibili, molti dei quali lontani da questo ristorante, che ormai sentiamo anche un po’ nostro.

Un’unica, interminabile giornata, che sembra non finire mai, che ci sfinisce. Un servizio di quelli che mettono a dura prova corpo, nervi e spirito ma che quando finisce, all’improvviso ci manca già. La quinta stagione di The Bear, torna (finalmente) in cucina, tra i tavoli, al pass: sentiamo ancora l’adrenalina della preparazione, dei piatti che devono uscire, delle comande che entrano a raffica, dei piatti del menu che sono finiti, dell’ansia che accompagna ogni serata normale, dentro quei posti strani dove gente che di solito non sta bene con se stessa, è pagata (poco) per fare stare bene gli altri.

Ci mancheranno i personaggi, Carmy e i suoi occhi blu sempre velati di malinconia, Syd ora al comando della brigata ma che ancora i clienti non riconoscono come chef (giovane, nera, donna), Richie in grado di capire che la vibe, la connessione umana e il divertimento sono quello che fa la differenza, tra un ristorante che ti ricordi e un ristorante che dimentichi, e con l’interminabile galleria di storie umane che sono entrate e uscite dalla cucina e dalla sala in queste cinque stagioni.

Ma la cosa che ci mancherà soprattutto è la squadra, il sentirsi parte di una brigata, di sala e di cucina che tra imprevisti, miserie, lacrime e grida di gioia riusciva a restituire quel senso di ansiogena magia, che si chiama servizio. Quel meraviglioso, estenuante rituale che inizia quando le luci di un ristorante si accendono, quando dalle porte a vento aperte, sempre con la schiena, arrivano sopra il tavolo dei piatti cucinati per qualcun altro.