Per anni i “macaseni” – le piccole cantine rurali dove le famiglie marsalesi producevano il proprio vino – sono rimasti chiusi. Le vigne hanno continuato a disegnare il paesaggio, ma migliaia di viticoltori hanno progressivamente smesso di vinificare, conferendo le uve alle cantine sociali e alle grandi aziende.
Oggi qualcosa sta cambiando. Tra lo Stagnone, Capo Feto e le contrade dell’agro marsalese, una generazione di trentenni e quarantenni ha deciso di riportare il vino nelle aziende di famiglia. Sono enologi, architetti, avvocati, ingegneri, ricercatori, musicisti. Hanno studiato e lavorato fuori dalla Sicilia, poi sono tornati con una convinzione comune: il futuro di Marsala passa dal recupero del rapporto diretto tra vigneto e bottiglia.
È da questa consapevolezza che nasce anche un nuovo percorso di racconto. L’incontro tra questi produttori, organizzato da Cronache di Gusto allo stabilimento Telimar di Palermo, rappresenta il primo passo di un progetto editoriale che nei prossimi mesi li vedrà ancora protagonisti. Per la prima volta il nostro giornale ha riunito attorno allo stesso tavolo una parte significativa della nuova generazione del vino marsalese, con l’obiettivo di raccontarne le storie, favorire il confronto e mettere in luce una trasformazione che riguarda l’intero territorio (e in un altro incontro racconteremo la degustazione dei vini di questi nuovi vignaioli). Una vera e propria new wave che affianca le aziende storiche di Marsala e che ha come denominatore comune una solida passione per il vino e un profondo attaccamento alla propria terra.
Tra tutti i vignaioli emerge che nessuno di loro sia ancora organizzato per l’enoturismo, una nota dolente che comunque cercheranno di risolvere, comprendendo che la leva dell’accoglienza è importante per ogni azienda che produce vino.
Durante il confronto tra questi giovani produttori emerge anche una definizione che sintetizza bene ciò che sta accadendo. “È un ritorno, ma questa volta consapevole”. Consapevole perché i loro nonni facevano vino per necessità. I loro padri, in molti casi, hanno continuato a coltivare le vigne ma hanno smesso di vinificare. Loro, invece, tornano dopo aver conosciuto il mondo, con competenze nuove e una diversa visione imprenditoriale. Nessuno rinnega il ruolo che le cantine sociali hanno avuto nello sviluppo economico del territorio. Ma tutti sono convinti che oggi il semplice conferimento delle uve non basti più. “A un certo punto abbiamo capito che dovevamo chiudere la filiera”, raccontano. Significa coltivare, vinificare, imbottigliare e raccontare direttamente il proprio vino.
Un momento dell’incontro
È soltanto l’inizio. Attorno a questo primo incontro si sta infatti costruendo una rete che coinvolgerà quasi una ventina di giovani aziende marsalesi. Un numero impensabile fino a pochi anni fa e che testimonia un fermento probabilmente senza precedenti negli ultimi trentacinque anni, capace oggi di affiancare i nomi storici che hanno costruito la reputazione internazionale del vino di Marsala.
Tra le figure che hanno contribuito maggiormente a far nascere questa comunità di vignaioli c’è Vincenzo Angileri, enologo e fondatore di Viteadovest. La sua cantina è diventata negli anni un luogo di confronto e di crescita per molti giovani produttori marsalesi. Diversi di loro raccontano di avere mosso proprio lì i primi passi nella vinificazione, trovando una porta aperta, consigli e la disponibilità a condividere un sapere che per troppo tempo era stato custodito gelosamente. «Se cresce Marsala, cresciamo tutti» è il principio che gli viene riconosciuto da chi ha lavorato al suo fianco. È una filosofia che segna una netta discontinuità rispetto al passato.
Tra i primi ad aver intrapreso questa strada c’è Gaspare La Vela. Dopo quasi trent’anni da enologo e direttore di produzione lascia un lavoro stabile per fondare la propria azienda. Alle spalle ha collaborazioni con Carlo Ferrini e con alcuni dei più interessanti vignaioli artigianali siciliani. “Volevo mettere dentro un bicchiere la mia idea di Sicilia”. La sua azienda nasce nel gennaio 2020, poche settimane prima della pandemia. Oggi produce circa 14 mila bottiglie e interpreta Grillo e Zibibbo attraverso una filosofia profondamente legata all’identità del territorio.
Diverso il percorso di Alberto Cirafici. Ingegnere, dopo esperienze a Torino, nell’archeologia e nell’insegnamento si iscrive quasi per caso a Enologia. Una lezione del professor Giancarlo Moschetti gli cambia la vita. Seguono i tirocini con Nino Barraco e le prime vinificazioni in una stanza di casa. Oggi produce circa ottomila bottiglie e continua a cercare il vigneto con cui completare il proprio progetto.
Anche Fabio Diego Morsello Angileri, fondatore di Millami, sceglie di tornare dopo dieci anni trascorsi tra Piemonte, Toscana e Francia. Rientra nel 2021 e riapre la cantina del nonno, rimasta chiusa per oltre trent’anni. “Per me non era soltanto aprire un’azienda. Era riprendere un percorso che si era interrotto”.
Oggi coltiva quattordici ettari di vigneto, ne vinifica una parte e produce circa dodicimila bottiglie. “Per anni il vino è diventato una merce. Si è perso il rapporto quotidiano tra le famiglie e la produzione. Noi stiamo cercando di recuperarlo”.
Tra le storie più significative c’è quella di Vito Palmeri, fondatore di Mastro di Baglio insieme ai fratelli e al cugino. “Ci siamo trovati davanti a una scelta: vendere, abbandonare oppure chiudere la filiera”. Hanno scelto di produrre il proprio vino.
Un altro momento dell’evento – foto Norman Vitale Luce Creative Studio
“Ricordo ancora il giorno in cui mio padre distrusse le botti. Non perché avesse sbagliato. Era il momento storico. Oggi sentiamo il bisogno di riportare il vino nelle nostre aziende”. Secondo Palmeri il patrimonio più prezioso non è andato perduto. «La cultura della vigna è rimasta. Quello che dobbiamo ricostruire è la cultura della vinificazione”.
Proprio il concetto di “ritorno consapevole” trova una delle sue espressioni più compiute nella storia di Pietro Russo. Dopo anni di consulenza nel settore vitivinicolo consegue il titolo di Master of Wine e fonda Officina del Vento insieme agli altri due Master of Wine italiani, Gabriele Gorelli e Andrea Lonardi. Il progetto nasce davanti a una vigna affacciata sullo Stagnone e guarda oltre la produzione di vino. L’obiettivo è contribuire alla crescita culturale del territorio, raccontando Marsala attraverso il paesaggio, la biodiversità e la sua storia.
Completamente diverso il percorso di Carlotta Piacentino, fondatrice di Via del Gelso. Clarinettista, vive sette anni in Francia tra Conservatorio e studi di musicologia. Tornata a Marsala nel 2022, riscopre il patrimonio viticolo di famiglia seguendo il padre in vigna e decide di avviare una piccola produzione.
Per Clara Vitaggio, enologa, ricercatrice e docente all’Università di Palermo, il vino è invece il naturale approdo di un percorso di studio e ricerca. Dopo esperienze a Lisbona e Bologna torna a Marsala e realizza una cantina artigianale fondata sulle microvinificazioni e sulla valorizzazione dei singoli appezzamenti.
Salvatore Bertolino racconta forse la storia più personale. Da bambino trascorreva ogni pomeriggio in campagna con i nonni, crescendo però con l’idea che «la campagna non dà da vivere». Trova un lavoro sicuro, ma ogni sera torna davanti alla cantina del nonno ormai chiusa. Quel silenzio diventa una scelta. Oggi quella cantina è tornata a vivere. “Non voglio diventare ricco. Voglio che questa azienda abbia un futuro”.
Anche Pietro Pulizzi rappresenta un forte legame con il mondo agricolo. Figlio e nipote di vignaioli, ha ricostruito la cantina del nonno e affiancato al vino olio e apicoltura. “Senza il sostegno della famiglia sarebbe quasi impossibile”. È una frase che molti degli altri produttori condividono.
Tra le storie più sorprendenti c’è quella di Alessandra Schirò. Studia arte a Pisa, vive a Berlino e torna in Sicilia nel 2018. Dopo avere attraversato per anni le campagne siciliane alla ricerca di piccoli progetti agricoli, incontra Vincenzo Angileri e la comunità di giovani produttori che ruota attorno a Viteadovest. “Ho trovato il coraggio perché qualcun altro prima di me aveva già creduto in questa strada”. Oggi produce circa settemila bottiglie.
L’ultima storia è quella di Manfredi Franco. Laureato in Giurisprudenza, diventa avvocato tra Roma e Milano. L’amicizia con Vincenzo Angileri e la possibilità di acquistare un vigneto cambiano il corso della sua vita. Lascia la professione e torna a Marsala. “Sono uno di quelli che diceva che qui non sarebbe mai tornato. È stato il vino a farmi riavvicinare alla mia città”.
Le loro storie sono diverse, ma raccontano tutte la stessa scelta. Nessuno è tornato per nostalgia. Nessuno immagina il vino come una scorciatoia verso il successo economico. Quasi tutti parlano di paesaggio, qualità della vita, famiglia e identità. C’è poi un altro elemento che accomuna questa generazione: la condivisione. Per decenni il sapere enologico è stato custodito gelosamente. Oggi, invece, le cantine si aprono, le esperienze si condividono e ci si aiuta durante la vendemmia.
“Se cresce Marsala, cresciamo tutti”. E aggiungono: “Noi siamo un cambiamento”. Non individuale. Collettivo. Per loro la vera novità non sta nelle tecniche di cantina, ma nell’aver riportato il vignaiolo al centro del territorio.
“Per tanti anni il modello era acquistare l’uva al prezzo più basso possibile. Noi crediamo che il valore debba nascere dal lavoro in campagna. Il territorio è custodito dai contadini”. Il progetto nasce però in un momento complesso. Il mercato dell’uva vive una fase di forte incertezza, molte aziende attendono ancora di conoscere i prezzi di conferimento e il consumo di vino cambia in tutta Europa. Nessuno di questi giovani produttori pensa di avere la soluzione. Ma tutti condividono la convinzione che il futuro passi da una maggiore capacità di produrre, imbottigliare, accogliere e raccontare direttamente il proprio vino. Non si tratta di contrapporre piccoli produttori, cantine sociali e grandi aziende. L’obiettivo è costruire un sistema più ricco, capace di creare valore per tutto il territorio.
È anche questo il senso del percorso avviato da Cronache di Gusto: raccontare una generazione che, pur seguendo strade diverse, condivide la stessa idea di futuro. Un cammino che proseguirà nei prossimi mesi attraverso nuovi incontri e iniziative dedicate ai giovani vignaioli marsalesi, con l’obiettivo di dare voce a una delle trasformazioni più interessanti del panorama vitivinicolo siciliano.
Forse è questa la vera notizia. Marsala non sta semplicemente assistendo alla nascita di nuove cantine. Sta vivendo una nuova stagione del vino, costruita da una generazione che ha scelto di tornare, di investire nella propria terra e di riportare il vignaiolo al centro della filiera. Una new wave che affianca le aziende storiche del territorio e che Cronache di Gusto, primo giornale ad aver riunito questi giovani produttori in un progetto comune, continuerà a raccontare attraverso un percorso che è appena iniziato.