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Scenari

“Giornata mondiale dell’alimentazione? Macché, ormai siamo alla ricerca dell”esorcibo’ che salva anima e girovita…”

15 Ottobre 2026
Marino Niola e un piatto di pasta Marino Niola e un piatto di pasta

Parla l'antropologo Marino Niola, docente dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli e direttore del MedEatResearch, centro di ricerche sociali sulla dieta mediterranea: "Il troppo cibo sta diventando una grande questione sociale, nel senso che una parte del mondo cerca non di mangiare, ma di non mangiare. È come un senso di colpa"

Fra le voci più incalzanti e sofisticate della gastronomia, leggero nella sua profondità di antropologo, Marino Niola è docente presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, direttore del MedEatResearch, centro di ricerche sociali sulla dieta mediterranea, nonché autorevole firma di La Repubblica. A lui abbiamo chiesto di commentare il significato di una ricorrenza da apparecchiare con cura: domani (16 ottobre) Giornata mondiale dell’Alimentazione istituita nel 1979 in onore della Fao, fondata proprio quel giorno nel lontano 1945.

“Al di là dell’aspetto celebrativo – dice – queste giornate generalmente mettono l’accento su questioni importanti: sono colpi di evidenziatore, che trattino di alimentazione, pasta o pizza. Soprattutto evidenziano l’importanza del cibo, in un’epoca in cui il problema non è tanto di scarsità e di fame, quanto di abbondanza. Il troppo cibo sta diventando una grande questione sociale, nel senso che una parte del mondo cerca non di mangiare, ma di non mangiare. È come un senso di colpa, anzi di contraccolpa, da cui nascono un sacco di questioni; il cibo è diventato nello stesso tempo una passione e un’ossessione. Siamo perennemente alla ricerca del cibo salvavita, che cambia come l’araba fenice, mentre ci difendiamo dal cibo killer, oscillando fra la cibomania, come promessa di vita eterna o longevità, e la cibofobia, dove ciò che mangiamo può essere anticamera dell’inferno e fonte di malattie”.

Niola prosegue: “In questo rapporto con il cibo c’è qualcosa che si colloca fra il magico e il religioso. Noi cerchiamo l’esorcibo, che salva insieme anima e glutei, mettendo d’accordo cibo e girovita, bilancia e coscienza. Penso a tanti atteggiamenti religiosi, come la ricerca di regole e la figura del nutrizionista quale nuovo confessore, al posto del sacerdote. Una religione del corpo, non dell’anima, dove il culto non è di Dio ma dell’io. È come se in una società ormai secolarizzata, la religione fosse rientrata dalla finestra in veste di dietetica”.

Poi c’è il rapporto con la produttività e il lavoro. “Certe proposte alimentari – dice – sono arrivate direttamente dalla Silicon Valley, come il Soylent, beverone che permette di restare sempre al lavoro, senza pausa pranzo. Ma in questa prospettiva il cibo diventa solo nutrizione, come nel regno animale, mentre per l’umanità è cultura, piacere, convivialità, tradizione, storia, memoria. Ridurre il cibo alla dimensione fisiologica significa colpire il collante sociale e contribuire a creare un mondo di persone sane e disperate”.

Il docente continua: “Come tutti sanno, oggi è in atto un impoverimento, che sta ridisegnando i consumi. Ma la gente non reagisce all’inflazione del carrello in modo irrazionale, anzi attua una spending review alimentare, compra meno e compra meglio, vuole mangiare cibo fresco che abbia viaggiato meno possibile (anche se il chilometro zero è irrealizzabile), come testimoniano la crescita delle botteghe di prossimità e l’arretramento degli ipermercati. Spesso il bisogno suggerisce comportamenti virtuosi, da cui ripartire quando finisce il bisogno stesso. Sono persuaso che soprattutto i giovani, forti di cultura e sensibilità ambientale, mangino meglio, mentre i peggiori comportamenti alimentari si ravvisano nelle fasce meno abbienti e negli anziani, appartenenti a quelle generazioni che odiavano le tradizioni. Hanno contribuito a buttare a mare anche quelle alimentari e gastronomiche, rifiutando il pranzo della domenica come tassello dell’ordine patriarcale. Mentre oggi la maggior parte degli italiani è tornata a officiare quel rito”.

Così invece sul vino: “L’attacco al vino – dice – lo giudico invece talebano e non trova concorde nemmeno la comunità scientifica. I produttori dovrebbero partire con campagne di controinformazione molto forti, perché non è possibile dopo 3000 anni di civiltà del vino, sangue di Cristo, scoprire improvvisamente che ci siamo fatti del male”. Poi la conclusione: “È un colpo alla cultura occidentale, oltre che alla nostra economia, alle nostre abitudini e a tutto ciò che sul vino abbiamo costruito”.