Ci sono eventi che passano e altri che, anno dopo anno, diventano parte dell’identità di un territorio. Scorticata – La Collina dei Piaceri, il cui nome richiama l’antico toponimo del borgo riminese di Torriana, appartiene a questa seconda categoria. Ogni luglio il paese della Valmarecchia si trasforma in un ristorante diffuso a cielo aperto, dove, per qualche sera, l’alta cucina esce dai ristoranti e si concede al “popolo”, in una sorta di piccola rivoluzione gastronomica dai tratti sorprendentemente egualitari.
Dal 22 al 24 luglio, la manifestazione festeggia la sua 26ª edizione, un traguardo importante che racconta oltre un quarto di secolo di passione, idee e capacità di rinnovarsi senza perdere la propria identità. Nata nel 2000 da un’intuizione di Fausto Fratti e della moglie Stefania Arlotti, fondatori dell’osteria Il Povero Diavolo, quella che inizialmente doveva essere una festa per celebrare l’anniversario del ristorante si rivelò fin da subito un’idea destinata a lasciare il segno: portare grandi chef a cucinare tra piazze e vicoli, mettendoli a diretto contatto con le persone. Un’intuizione che ha anticipato i tempi e che, negli anni, ha trasformato la manifestazione in uno degli appuntamenti enogastronomici più attesi della Romagna.
Ventisei anni che rappresentano non solo un valore numerico, ma la capacità di aver saputo emozionare generazioni di visitatori, valorizzare le eccellenze locali e trasformare un piccolo borgo in una meta capace di richiamare ogni estate appassionati di cucina, vino e cultura da tutta Italia. E per ripercorrere questa storia e capire il segreto di un successo che dura da oltre un quarto di secolo, abbiamo incontrato Fausto Fratti.
Ventisei anni sono un bel traguardo. Oggi la “festa” è ancora vissuta come tale o ha assunto un significato diverso?
“Dopo 26 anni la Festa mantiene intatta la sua autenticità: è un appuntamento profondamente legato al territorio e alla sua comunità. Celebra l’alta cucina italiana dando spazio non ai personaggi televisivi, ma a cuochi che raccontano le proprie realtà attraverso i piatti. È una festa del cibo, del vino e della convivialità, attesa con entusiasmo dalla gente del paese e dei dintorni. Pur restando fedele alla sua identità, ogni anno porta nuovi protagonisti. Nell’edizione 2026 cucineranno, tra gli altri, Alberto Gipponi, Gianluca Gorini, Jacopo Ticchi ed Edoardo Tilli, all’interno di un programma ricco di grandi nomi”.
Quando è nata, l’idea di portare gli chef in strada era qualcosa di innovativo. Oggi che molti eventi hanno seguito questa strada, come descriverebbe l’anima della Scorticata e cosa la rende ancora unica?
“Non amo definirmi un precursore, anche se siamo arrivati prima di molti altri. In quello che chiamiamo “il marciapiede”, appena 100 metri di strada tra due piazze, hanno cucinato alcuni dei più grandi chef italiani. Eppure la Scorticata è rimasta una vera festa di paese, aperta a tutti. Gli chef partecipano investendo su se stessi e propongono piatti di alta cucina a prezzi popolari, perché l’obiettivo è condividere. Amiamo definirla “la buona cucina italiana senza fronzoli”: geniale, essenziale e autentica. Geniale perché qui gli chef, famosi e meno conosciuti, si incontrano, condividono e cucinano insieme. Essenziale perché permette alle persone, per una sera, di assaggiare grandi piatti senza barriere. Autentica perché è una cucina che tutti possono vivere e toccare con mano, sostenuta dalla passione di chi la realizza”.
Dopo anni di grandi rivoluzioni, la cucina italiana sta vivendo una fase diversa. Lei che osserva tanti cuochi da anni, cosa sta cambiando?
“Più che la cucina italiana, sono cambiati il Paese, le persone e le loro abitudini. Oggi molti rinunciano alla cucina gourmet non per mancanza di interesse, ma per motivi economici. Per questo la ristorazione deve ripensarsi: occorre più sostanza, meno esercizi di stile, più attenzione ai prodotti del territorio, alla qualità e alla freschezza. La gente oggi cerca più immediatezza, spontaneità e convivialità, vuole vivere il cibo senza sentirsi giudicata o fuori posto. La cucina deve tornare a essere democratica: la possibilità di mangiare bene deve essere accessibile a tutti. La vera sfida è rendere la buona cucina sempre più accessibile, nonostante l’aumento dei costi di gestione”.
Quest’anno la presenza siciliana è particolarmente importante. Perché ha scelto di dedicare tanto spazio alla Sicilia?
“Perché amo profondamente la Sicilia, non solo per la sua cucina, ma anche per la sua gente. Trovo molte affinità tra il carattere siciliano e quello romagnolo: due terre con una forte identità, legate all’accoglienza e alla convivialità. Quest’anno, insieme a Corrado Assenza, amico fraterno e presenza fissa della Festa dal 2000, abbiamo deciso che era arrivato il momento di dedicarle uno spazio speciale. Così, abbiamo coinvolto Lorenzo Ruta, Carmelo Chiaramonte e Tiziana Francoforte dando vita a un vero e proprio “ristorante siciliano” all’interno della manifestazione in cui ogni sera sarà protagonista la cucina di uno di loro, con la pasticceria di Corrado presente per tutte le serate. Gli chef partecipano a proprie spese, per passione: spero che il pubblico sappia apprezzare il loro piatti e si innamori della Sicilia come è successo a me, magari fino al desiderio di spingerli a scoprire questa terra straordinaria”.
Cosa rappresenta oggi la Sicilia nel panorama gastronomico italiano?
“La Sicilia è uno scrigno di bellezza, storia e cultura, giustamente considerata un continente per la ricchezza dei suoi territori e dei suoi prodotti. Me ne sono innamorato molto prima di conoscere Corrado, durante un viaggio a Lipari, dove scoprii una cucina semplice ma straordinaria. Oggi è una delle regioni simbolo della gastronomia italiana, con grandi cuochi e un patrimonio unico che va dal mare alla montagna. Negli ultimi trent’anni ha compiuto una crescita straordinaria, forse anche grazie alle sue difficoltà e al fatto di essere una terra meno “comoda” da raggiungere, preservandone un’identità che si ritrova nei suoi paesaggi, nei profumi e, naturalmente, nella sua cucina”.
Cosa accomuna Romagna e Sicilia dal punto di vista della cultura del cibo?
“Ci accomuna l’estro e la capacità di valorizzare la materia prima senza trasformarla troppo. In entrambe le terre c’è un forte legame con il territorio e l’istinto di esaltarne i prodotti con semplicità e naturalezza”.
Lei ha conosciuto molti cuochi prima che diventassero famosi. Che cosa cerca in uno cuoco quando decide di invitarlo?
“L’aspetto più importante è l’umanità. Non cerco personaggi o persone autoreferenziali, ma cuochi autentici, capaci di creare rapporti sinceri e rispettosi, prima ancora che professionali. Al di là della notorietà, cerco prima di tutto persone vere”.
C’è qualcosa che non ha ancora realizzato con la Scorticata e che vorrebbe vedere nei prossimi anni?
“Sì. Il mio sogno è che la Scorticata diventi il punto di partenza per raccontare il Montefeltro e la Valmarecchia durante tutto l’anno, valorizzandone storia, cucina, arte, paesaggio e cultura. Vorrei creare una rete tra le tante eccellenze già presenti, coinvolgendo anche i bambini insegnando loro da dove nasce il cibo e facendo scoprire il territorio. La Collina dei Piaceri può diventare il centro di questo sistema con il sostegno delle istituzioni: un modo autentico per far scoprire una terra straordinaria. Il progetto c’è già, è un’idea che avevo accantonato, ma che ora riprenderò. C’è ancora tanto da fare ma, del resto, siamo giovani… abbiamo solo 72 anni”.
In un momento in cui gli eventi gastronomici si moltiplicano in tutta Italia, cosa rende ancora unica la Scorticata per gli chef e per il pubblico che arriva a Torriana?
“Per uno chef, la Scorticata è un luogo autentico, dove si cucina e si condivide senza protagonismi, insieme a colleghi di grande talento e di grande umanità. È una festa vera, costruita sulle relazioni e sulla passione. Per il pubblico, è l’occasione di trovare, sotto le stelle, un grande ristorante di qualità in cui assaggiare le cucine di grandi chef, bere ottimi vini e vivere un’atmosfera conviviale, semplice e autentica. Invece di attraversare la penisola per conoscere questi cuochi, è la migliore cucina italiana che arriva sulla Collina dei Piaceri”.
Concludiamo con un sogno: se potesse invitare, senza limiti di tempo o geografia, tre cuochi – vivi o scomparsi – a cucinare insieme sulla Collina dei Piaceri, chi sceglierebbe e perché?
“Un po’ arduo sceglierne solo tre ma ci provo con i primi che mi vengono in mente. Sceglierei senza dubbio Ferran Adrià, per la sua straordinaria capacità di rivoluzionare la cucina e aprire nuove strade. Poi Massimiliano Alajmo, che oltre a essere uno dei più grandi cuochi italiani è un caro amico: sarebbe bello ritrovare quello spirito di condivisione che ci ha uniti in tante esperienze. Il terzo nome, anche se non è uno chef, è Carlo Petrini. Per me è una delle persone più illuminate quando si parla di cibo, territorio e cultura gastronomica. Il suo modo di guardare alla terra ha cambiato il modo di pensare di tanti, compreso il mio.
In fondo, però, non sono i nomi che contano. Più di tutto conta lo spirito: i ricordi più belli sono quelli delle cucine condivise, quando cuochi e amici si ritrovavano a cucinare insieme per il semplice piacere di stare insieme. È lì che nascono le idee, ma soprattutto le amicizie”.