Sabato sera, fine estate 2026. C’è già meno luce, quell’aria un po’ malinconica di settembre. Sono a casa e penso: dai, per una volta strappo alla regola. Io che non ordino quasi mai, io che continuo a pensare che il cibo, se possibile, vada mangiato dove viene cucinato, o almeno ritirato, visto, annusato, aspettato il giusto. Ma stasera no. Stasera faccio la donna moderna. Ordino una pizza. Ore 20:35.
Poi il tempo comincia a dilatarsi. La consegna slitta, l’attesa si allunga, le rassicurazioni digitali si susseguono senza produrre un fatto concreto. A un certo punto il sistema sostiene addirittura che la pizza sia stata consegnata, più o meno intorno alle 21:45. Interessante. Guardo il tavolo, guardo la porta, guardo me stessa. La pizza non c’è.
E lì mi inalbero, dimenticando un dettaglio fondamentale: sto discutendo con un’assistente virtuale. Io le attribuisco logica, sensibilità, senso del ridicolo e soprattutto la capacità di comprendere una frase piuttosto semplice: “La consegna non è mai avvenuta”. Lei, invece, non ha emozioni, non ha stomaco, non ha fame e non conosce quella particolare forma di irritazione che prende una persona quando aspetta da più di un’ora qualcosa che il sistema sostiene sia già arrivato.
A quel punto faccio quello che può fare una cittadina digitale nel 2026: lascio una recensione su Just Eat. Una stella. Consegna mai avvenuta. Ed ecco la magia. O la mafia, fate voi. Arriva un messaggio di scuse dalla pizzeria.
Ah. Quindi qualcuno esiste davvero. Qualcuno legge. Qualcuno reagisce. Non quando cerchi assistenza, non quando aspetti, non quando il sistema dichiara consegnato ciò che non hai mai ricevuto. Ma quando compare una stella. Quella, evidentemente, parla una lingua universale.
Nel frattempo provo anche la via telefonica, ormai quasi archeologica: parlare con un essere umano. Una voce registrata annuncia l’operatore, nomina Tirana — città che, peraltro, amo — e per un attimo penso di avercela fatta. Immagino persino qualcuno dall’altra parte che stia per rispondere. Niente.
Se la consegna è in ritardo, dice la voce, premi il tasto 1. Lo premo. E dove finisco? Sul web. Esattamente da dove ero partita. È un piccolo capolavoro di ingegneria circolare: cerchi aiuto online, telefoni per trovare una persona, il telefono ti rimanda online. Nessun operatore, nessuna spiegazione, nessun essere umano. Solo un circuito chiuso nel quale tu fai avanti e indietro e la tua cena continua a essere un concetto astratto.
Poi arrivano altri aggiornamenti. Prima la pizza risulta consegnata. Poi non si capisce bene. Poi dovrebbe arrivare. Poi forse arriva. Poi forse no. A un certo punto compare persino una previsione per le 22:15. E allora mi viene un dubbio: sarà la pizza di Cenerentola? A mezzanotte torna zucca?
Ore 22:22. Numero perfetto, quasi mistico. La pizza però continua a non esserci. In compenso lo stomaco brontola e sul conto ci sono 16,10 euro in meno. Che per una pizza alla diavola e una Coca Zero non è neanche poco. O forse il “misero” è già tutto nel nome della pizza. Diavola. Perché, a questo punto, qualcosa di infernale nella faccenda c’è davvero. Ed è qui che la storia smette di essere soltanto buffa.
Perché dietro questa piccola disavventura c’è qualcosa di molto più grande: ci siamo abituati ad abbassare gli standard in nome della comodità. Paghiamo di più per ricevere peggio. Accettiamo tempi incerti, cibo che rischia di arrivare freddo, informazioni contraddittorie, assistenze senza interlocutori, sistemi che ti comunicano come avvenute cose che non sono mai avvenute. E lo chiamiamo progresso perché, in teoria, non ci siamo alzati dal divano.
Solo che quella comodità ha un prezzo, e non è soltanto quello che compare sul conto. È il prezzo di una relazione completamente smaterializzata. Nessuno ti guarda, nessuno ti parla, nessuno si assume davvero la responsabilità. Il ristorante diventa un punto della catena, la piattaforma resta invisibile, l’assistenza è una sequenza di percorsi automatici.
E poi c’è il rider. L’unico volto umano di tutta la faccenda. Mentre io sono seduta a casa a chiedermi dove sia finita la mia cena, c’è qualcuno che corre, pedala, guida, aspetta fuori da un locale, cerca un indirizzo, si infila nel traffico, prova a far stare più consegne possibile dentro la stessa sera. Tutto questo per compensi che, molto spesso, sembrano stare pericolosamente vicini al limite del decoroso, quando non lo oltrepassano direttamente. Eppure è proprio lui quello su cui rischia di scaricarsi tutta la rabbia.
Il cliente è arrabbiato, il ristorante magari è in ritardo, la piattaforma è invisibile, l’assistenza non risponde. Alla fine davanti alla porta compare soltanto una persona. Ed è facile prendersela con quella.
È questo forse il lato più sporco del sistema: mette due persone dalla parte debole una di fronte all’altra. Una ha pagato troppo e aspetta da troppo. L’altra corre per guadagnare abbastanza, magari con ritmi assurdi e margini ridicoli, dentro una macchina che chiama “flessibilità” ciò che spesso assomiglia molto a precarietà.
In mezzo c’è una piattaforma che vende velocità e comodità, ma scarica il ritardo su chi aspetta e la pressione su chi consegna. Un algoritmo senza fame, senza freddo, senza bollette, senza ginocchia, senza mal di schiena e soprattutto senza nessuno a cui dover spiegare perché una pizza dichiarata consegnata non sia mai arrivata.
Abbiamo trasformato la cena in logistica, il rapporto umano in una notifica, la tavola in un tracking e la nostra pigrizia in un modello economico. Noi seduti. Qualcuno corre. Qualcun altro incassa.
Poi, alle 22:24, suonano. Finalmente. Apro. Davanti a me c’è un ragazzo, probabilmente stanco quanto me. Mi porge la busta con una semplicità quasi disarmante. “Questa è per te”. Prima la Coca Zero. Poi la pizza. Niente spiegazioni, niente scena, niente processo.
E io, che per quasi due ore ho litigato con chatbot, voci automatiche, messaggi contraddittori, ordini dichiarati consegnati quando non lo erano e previsioni che cambiavano di continuo, davanti a lui non dico niente. Gli lascio comunque la mancia.
Perché lui, come me, è probabilmente una delle vere vittime di questo sistema marcio e illusorio. Sarebbe troppo facile prendersela con lui. Il sistema funziona anche così: rende invisibili quelli che decidono e visibilissimi quelli che eseguono.
Se qualcosa va storto, il cliente vede il rider. Non vede l’algoritmo, non vede le commissioni, non vede chi ha promesso tempi impossibili, non vede chi ha costruito un servizio in cui tutti devono correre e nessuno deve davvero rispondere. Vede soltanto un ragazzo con una busta in mano. Io no. Gli lascio la mancia e chiudo la porta. Ore 22:24. Dopo un’ora e quarantanove minuti, la modernità è finalmente arrivata.
Adesso resta solo una domanda. Spero almeno che sia buona. Postilla. No. La pizza era gommosa e fredda. Il salame, che avrebbe dovuto essere piccante, sembrava aver rinunciato anche lui a qualsiasi ambizione. Non l’ho finita.
E forse questa è stata la beffa più grande: dopo un’ora e quarantanove minuti di attesa, sedici euro e dieci sottratti al conto, un pellegrinaggio tra chatbot, tasti da premere e consegne fantasma, non valeva nemmeno un grammo del grasso addominale che, con generosità, avrebbe potuto regalarmi. Dopo tutto quel tempo speravo almeno in un peccato di gola. È arrivato solo il peccato.