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L'intervista

Doc Etna Off/10. Nerina Cardile: “Denominazione sì o no? Ogni parte del vulcano ha le sue caratteristiche”

02 Giugno 2023
Nerina Cardile Nerina Cardile

Cresciuta nel vino, psicoterapeuta fuori sede investita da un terremoto emotivo che l’ha riportata a Solicchiata, sul versante Nord dell’Etna, Nerina Cardile è figlia di quella nuova “corrente” che soffia leggera fra i viticoltori che potremmo definire di seconda generazione: “Sono tornata alle mie radici, questo è il mio posto. Da quando faccio questo lavoro sono felice. Il richiamo dell’Etna è micidiale è come se avessi un dna mischiato con questa energia che c’è qui”, esordisce. La narrazione del territorio etneo è testimonianza di quella quotidianità lontana dalle convenzioni, dal perimetro ideale indicato dalla denominazione e da altre etichette, a favore di un lavoro più vivo e disinvolto nei confronti dell’Etna nel suo insieme, così come portato avanti da questa sorta di movimento neorealista che sta imprimendo una visione artigianalmente alternativa a quella che si conosce già.

Una nuova visione della realtà, quindi, un nuovo realismo è già in atto, quello che abbiamo chiamato nel suo insieme “Etna Off”, come racconta Nerina: “Mi sento fortunata, pian piano stiamo crescendo anche noi piccoli e ben venga che stiamo facendo gruppo. C’è questa ondata di persone a cui non importa di queste imposizioni. Veniamo da questo territorio e ci crediamo, non lo facciamo per moda. Noi parliamo spesso, ci confrontiamo anche sui cambiamenti che avvengono. Stiamo provando a svecchiare quello che c’è qui, anche con chi viene da fuori. È stimolante”. “TERREmoto” è il suo vino rosso dell’Etna fuori denominazione con il quale ha esordito nel 2020. È il soprannome con il quale la chiamava il papà: “Tu sei come l’Etna. Siete uguali anche durante le scosse di terremoto”, racconta. È un vino che racconta di lei e della sua storia, ottenuto da un’antica vigna mista centenaria in contrada Piano dei Daini dove convivono Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Grenache e del bianco, dal Grecanico alla Minnella bianca alla Malvasia. Ma oltre a essere un omaggio al papà TERREmoto richiama l’etimo latino “Terrae motus” inteso come scuotimento della terra: “Il lavorare in vigna e in cantina, cercare di capire, scoprire ogni giorno un qualcosa in più su questo mondo “scuote” in me una vera gioia, che ho sempre visto negli occhi di mio padre quando lavora la vigna e vinifica per la sua famiglia e ancora prima nei miei nonni. Inoltre, mi rimanda al movimento del vino essendo una sostanza viva che è sempre in evoluzione. Attraverso il mio vino spero di raccontare questo territorio, di esprimere al meglio ciò che ha da dire e di “scuotere” un qualcosa anche in chi lo beve”, spiega la vignaiola.

Il vino è sempre un riflesso della personalità di chi lo produce e TERREmoto esprime la genuina solarità di chi ha ritrovato il suo posto nel mondo, di chi ama la sua forza dirompente come collante fra noi e gli altri. Nerina, infatti, racconta con particolare trasporto quel legame con i suoi ricordi d’infanzia a Solicchiata e quel parlare sempre di campagna e vino. Da psicoterapeuta, forse, la risposta la sapeva già, quando la sua strada sembrava andare avanti in realtà la riportava indietro. Così ha iniziato ad ascoltarsi: “Da piccola bevevo vino, sono cresciuta con il vino. I miei nonni hanno fatto sempre questo, come mio padre. Potrebbe sembrare scontato, ma anche quando vivevo a Milano parlavo solo di vino e campagna, avevo continuamente i ricordi della vigna e di quando andavamo nel palmento del nonno. Ho intrapreso altre strade ma ogni volta che tornavo a casa e vedevo la mia Etna mi sentivo felice, i ricordi mi portavano sempre a quando ero bambina, ai momenti della vendemmia, a quella sensazione di libertà che mi dava pigiare le uve appena raccolte e i vari profumi che ne venivano fuori. A dicembre 2018 ho deciso di tornare definitivamente a Solicchiata e nel 2019 ho iniziato a lavorare da Anna Martens ed Eric. Da loro facevo tutto, mi occupavo di tutto dalla vigna alla cantina, alle visite. Ho chiesto proprio io di fare tutto. Sarò sempre grata a loro. Poi nel 2020 mio padre ha deciso di lasciare a noi tre figli i suoi terreni. Non avrei mai potuto avere insegnante migliore di lui, che mi ha trasmesso la passione e l’amore per la terra, la vigna e il vino. Ma d’altra parte anche a mia madre devo tutto. È lei che mi ha consigliato sempre di inseguire i miei sogni e le mie passioni. Così ho deciso di fare un salto e andare oltre raccontando la mia storia attraverso la mia prima etichetta”.

Quest’anno segna l’ingresso in scena di un’altra referenza “Encore, Ancora” un bianco prevalentemente da Grecanico che lascia desiderare un altro sorso ancora. Vibrante come la sua personalità, sincero ed emozionale come le sue parole, ha appena iniziato il suo percorso tutto in divenire. Un’attesa che si nutre di desiderio: “Ho studiato presso l’Istituto freudiano lacaniano per diventare psicoanalista e prima ancora ero rimasta folgorata da un convegno su Lacan dove trattavano Il Seminario XX Ancora. È il seminario sul godimento. Per la Lacan con questa parola “Encore, Ancora” vuole indicare che c’è dell’infinito nella domanda d’amore, che l’amore non si soddisfa mai una volta per tutte, che la risposta dell’amore alimenta l’amore. Ed ecco il nome del mio vino. Perché effettivamente quando beviamo un vino che ci piace tanto cosa diciamo? “Encore, ancora…” godiamo del nostro palato, olfatto. Ma godimento anche del corpo, godiamo del momento, godimento delle nostre emozioni e così via dicendo. È, anche, un gioco di parole “Encore, ancora…”. Come un po’ la canzone di Mina “Ancora, ancora, ancora”, o di  Eduardo De Crescenzo “Ancora” o di Lucio Battisti “ancora tu”. È la parola più utilizzata quando desideriamo qualcosa”.

In progetto oltre il restauro della vigna Barbabechi anche quella di Rampante, vigne di cuore e memoria familiare, di gioia e lavoro. Una mano protesa, usando le sue parole, verso quel concentrato di energia e bellezza. Così, infine, conclude Nerina: “Si parla di vino naturale, di etichette, ma non riesco a rientrare dentro una categoria. Il vino deve piacere. Sono in contrada Piano dei Daini, ho due vigne in Doc e una fuori Doc a Barbabechi che dovrei ripristinare. Lì c’è anche un piccolo palmento di mio nonno costruito prima della seconda guerra mondiale dove lì faceva vino. Non per forza i vini Doc devono essere migliori degli altri, penso che ogni parte dell’Etna ha delle caratteristiche differenti. È un territorio cosi bello con un’energia pazzesca, un concentrato di bellezza ed eleganza che si rispecchia in qualsiasi contrada che sia Doc o fuori Doc. È giusto che la denominazione ci sia, ma d’altra parte risulta un po’ rigida, basti pensare alla discriminazione che si fa sull’altitudine dei vigneti. Il passato ci dice che sull’Etna si faceva vino in luoghi oggi non all’interno della denominazione. Basterebbe, anche, ascoltare le storie degli anziani contadini della zona che conoscono realmente molto a fondo questo territorio e tutto forse sarebbe più facile”.

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