Ci sono pezzi d’Italia che viaggiano in valigia. Altri su quattro ruote. Altri ancora stanno comodamente in una bottiglietta. Una cedrata, un’aranciata, un chinotto: nomi semplici, ma capaci di raccontare territori, ingredienti, abitudini e perfino un certo modo italiano di stare insieme. Perché alcune bibite, dopo decenni, non sono più soltanto bevande: sono diventate piccoli oggetti di memoria collettiva.
Prendiamo la Cedrata Tassoni. La sua storia parte da Salò e attraversa più di un secolo di impresa italiana: nel 1921 nasce lo sciroppo Cedrata Tassoni, nel 1956 la bibita gassata destinata a diventare un’icona. Il cedro Diamante di Calabria, il colore, la bottiglietta inconfondibile e poi la pubblicità – dai manifesti ai Caroselli con Mina – costruiscono nel tempo un’identità che ancora oggi si riconosce al primo sguardo.
Qualche anno prima, nel 1932, nasceva un’altra storia destinata a viaggiare: l’Aranciata Sanpellegrino. Ezio Granelli mescola succo d’arancia del Sud Italia e acqua frizzante e porta sul mercato una bevanda che diventa presto uno dei simboli del gusto italiano. Anche qui il prodotto non viaggia mai da solo: insieme all’aranciata partono colori, immagini, agrumi, convivialità e quell’idea di Mediterraneo che all’estero si traduce immediatamente in italianità.
Tassoni e Sanpellegrino sono entrambe aziende associate ad Assobibe, l’associazione di Confindustria che rappresenta i produttori di bevande analcoliche in Italia.
Ma la parte più interessante di queste storie è forse la loro capacità di cambiare senza perdere identità. Oggi innovare significa anche rispondere a una crescente attenzione alla salute, agli stili di vita e alla composizione dei prodotti. È un percorso che riguarda l’intero settore: secondo Assobibe, negli ultimi anni le imprese associate hanno ridotto del 44% lo zucchero immesso in consumo, attraverso riformulazioni e una maggiore presenza di alternative a ridotto o nullo contenuto calorico. Tassoni, per esempio, ha affiancato alla sua storica cedrata anche una versione Zero.
È una trasformazione importante: dimostra che tradizione e innovazione non sono opposti. Si può conservare un gusto, un’immagine, una storia e nello stesso tempo adattarsi a consumatori più attenti e consapevoli. Quando si parla di Made in Italy si pensa subito a moda, design, automobili, cucina. Ma esiste anche un Made in Italy da bere, fatto di ricette, territori e imprese capaci di trasformare prodotti popolari in segni riconoscibili ben oltre i confini nazionali.
Il mondo rappresentato da Assobibe racconta proprio questa varietà: accanto ai grandi marchi convivono produzioni e specialità profondamente italiane come aranciate, cedrate, chinotti, gazzose e aperitivi analcolici. E dietro una bottiglia c’è spesso molto più di ciò che si beve. Ci sono vecchi manifesti, fotografie, packaging, campagne televisive: materiali che gli archivi d’impresa e le raccolte storiche restituiscono oggi come frammenti di costume, grafica e cultura industriale. Non nostalgia, ma memoria viva di come un prodotto ha imparato a farsi riconoscere.
Il vero successo di queste bibite sta infatti nell’essere riuscite a fare una cosa difficilissima: restare riconoscibili cambiando. Portare con sé un territorio senza restare confinate a quel territorio. Conservare una storia senza diventare antiquate. Essere italiane senza bisogno di scriverlo a caratteri cubitali. Forse il Made in Italy funziona proprio così: quando non ha bisogno di spiegarsi troppo. Basta stappare.