Giornale online di enogastronomia • Direttore Fabrizio Carrera
Scenari

Quegli inutili trofei di vino stappato e bevuto sui social

31 Maggio 2026
Calici di vino al ristorante Calici di vino al ristorante

Chi beve cose fighe non le mette nelle stories, chi mette il vino nelle stories beve (quasi) sempre cose banali, vecchie e poco cool.

Il vino è territorio, terroir pardon, si fa in vigna, è un atto agricolo, ma poi tutto si riduce a contenuto, a content, scusate, a Bottle Flex. Ovvero, il mostrare continuo e compulsivo nelle stories (molti boomer, ancora, purtroppo, anche nei post su Facebook) di bottiglie, più o meno costose, più o meno banali, più o meno uguali a tutte quelle che postano gli altri (qualcuno di voi ha visto mai Apôtre in qualche story?).

Tutti pensano di essere originali, di esibire capitale culturale, simbolico o di accesso, mentre si ritrovano al massimo ad ostentare capitale economico, l’unico che sembra funzionare per gli algoritmi.

Il vino quindi sui social è solo Bottle Flex, ovvero il triste rito di ordinare per fotografare sulle piattaforme una bottiglia dall’alto valore economico, simbolico o di accesso.

Per carità, il vino è sempre stato anche esibizione di status, di gusto, di accesso, anche se dubito che molte persone nel mondo del vino abbiano letto Bourdieu.

Nella storia dai tempi dei fenici non si è mai bevuto solo per il gusto, per l’aspetto organolettico del vino, ma ora, content social del tardo capitalismo, i feed sono una distesa di bottiglie vuote, di eno-sarcofagi, che non hanno nulla di allegro e il vino sembra ridotto sempre di più a status, ad accessorio, ad appendice contenutistica di vite vuotine di chi si vorrebbe nelle sue ristrette cerchie di amici (pardon, community) auto eleggere a gatekeeper dell'(eno)gusto.

Spoiler, nella nostra epoca non ci sono più gatekeeper, a nessuno interessa cosa state bevendo, al massimo, con chi.

Sulla gentrificazione del vino, ormai del tutto disconnesso dalle sue qualità organolettiche, e di come il vino sia diventato soltanto un contenuto, digitale, smaterializzato, che si fotografa e si gusta solo dopo la foto, spesso in calici orrendi ci sono ormai pochi dubbi.

A questo triste fenomeno poi si aggiunge, quello ancora più cringe, delle batterie, dei sommelier a fine servizio, a censire le bottiglie (noiose) che sono state vendute nella serata, spesso sopra i tavoli freddi d’acciaio, del back office.

Non c’è niente di bello, niente di colto, niente di vinoso in queste tristi batterie di fine servizio, se non l’effimero brivido nel circuito mesolimbico (a spese altrui) e nulla più, solo tristezza, ostentazione e solitudine, cose che almeno nella mia idea sono lontane anni luce dal vino.

È un fenomeno di questi tempi, non certo allegrissimi, la bottiglia performativa, la bottiglia content, per chi la ordina, chi la vende e chi la serve, non è un caso che ci sia questo aumento del consumo delle bollicine, più fotogeniche, più instagrammabili, bottiglie che si bevono per contenuto, quello social, non per il loro contenuto vero, quello enoico.

Vorrei chiedere a qualcuno dei sommelier, che con le loro tristi parate da pochi social-cuoricini a fine servizio, il senso di tutto questo, vorrei chiedere a quelli che fotografano le bottiglie, prima, dopo e durante il consumo, se davvero bere una cosa bellissima, godersi, solo, la bottiglia, bere e basta, non sia più sufficiente, che il palato, senza la vista (degli altri) non possa appagarsi.

Il vino come un paio di snakers, bottiglie di champagne che spesso più che un paio di Manolo Blahnik sono più simili per classe, qualità a delle Triple S, il vino come un segnalatore di presunti status economici, il vino come accessorio costoso da ostentare poco elegantemente al collo e diventare un effimero segnale digitale, dentro un data center, che consuma troppa acqua. Riprendiamoci le nostre vite e il nostro palato e torniamo a brindare, di persona, solo nella realtà, riprendiamoci il piacere vero, quello discreto, non digitalizzabile, di un’emozione autentica, torniamo a bere soltanto, e forse a vivere.