La Dop economy toscana supera quota 1,3 miliardi di euro e si conferma uno dei motori dell’agroalimentare regionale. A trainare il sistema delle Indicazioni Geografiche sono soprattutto il vino, con 1,14 miliardi di euro, e il comparto food, che raggiunge i 187 milioni di euro alla produzione. Un patrimonio di 90 denominazioni certificate, il più ampio d’Italia, che contribuisce alla competitività di un settore agroalimentare dal valore complessivo di 5,5 miliardi di euro. È quanto emerge dal rapporto Ismea presentato a Firenze, a Palazzo Medici Riccardi, nell’ambito dell’ottava edizione di BuyFood Toscana 2026, la manifestazione dedicata alle eccellenze agroalimentari regionali promossa da Regione Toscana e Camera di Commercio di Firenze.
Al centro dell’analisi, il peso economico delle produzioni Dop e Igp, la loro capacità di penetrazione sui mercati internazionali e il ruolo delle filiere certificate nella valorizzazione del territorio.
Il peso delle denominazioni: 1,14 miliardi dal vino, 187 milioni dal food
Con 90 denominazioni riconosciute a livello europeo, alle quali si aggiungono due Indicazioni Geografiche delle bevande spiritose, la Toscana detiene il primato nazionale per numero di produzioni certificate. Il patrimonio comprende 58 denominazioni vitivinicole e 32 alimentari, queste ultime equamente suddivise tra 16 Dop e 16 Igp.
Il vino rappresenta la componente economicamente più rilevante, con un valore alla produzione di 1,139 miliardi di euro, che colloca la Toscana al terzo posto in Italia per impatto economico del comparto vitivinicolo a Indicazione Geografica.
Il food certificato raggiunge invece i 187 milioni di euro, collocando la regione tra le prime dieci in Italia per valore delle produzioni alimentari Dop e Igp.
Complessivamente, il sistema delle Indicazioni Geografiche coinvolge oltre 16.700 operatori, di cui 11.327 attivi nel comparto alimentare. Numeri che restituiscono la dimensione di un’economia diffusa, nella quale il legame tra origine, qualità e riconoscibilità commerciale rappresenta un fattore competitivo.
Salumi, dolci e formaggi: tre filiere valgono oltre il 70% del food certificato
La distribuzione del valore delle Indicazioni Geografiche alimentari evidenzia una forte concentrazione in tre comparti. I prodotti a base di carne rappresentano il 28% del valore alla produzione, pari a 53 milioni di euro. Seguono i prodotti da forno e dolciari, con il 25% e 47 milioni di euro, e i formaggi, che incidono per il 20%, generando 37 milioni.
Insieme, queste tre filiere concentrano il 73% del valore economico del food certificato toscano. Un ruolo crescente è ricoperto anche dall’olio extravergine di oliva Dop e Igp, che vale 34 milioni di euro, pari al 18% del totale, registrando un incremento del 9,4% nell’ultimo anno.
La fotografia del comparto mostra dunque una specializzazione produttiva nella quale le lavorazioni tradizionali, la trasformazione agroalimentare e la valorizzazione delle materie prime locali si traducono in produzioni ad alto valore identitario.
Cinque prodotti generano l’84% del valore: guidano i Cantuccini Toscani Igp
La concentrazione economica emerge ancora più chiaramente osservando le singole denominazioni. Cinque prodotti rappresentano da soli l’84% del valore complessivo delle Indicazioni Geografiche alimentari toscane. In testa alla classifica figurano i Cantuccini Toscani Igp, con 40 milioni di euro alla produzione, secondo prodotto dolciario a Indicazione Geografica in Italia per valore economico.
Seguono il Pecorino Toscano Dop, con 35 milioni, e il Prosciutto Toscano Dop, con 34 milioni. Quarto posto per l’Olio Toscano Igp, che raggiunge i 32 milioni di euro, mentre la Finocchiona Igp si attesta a 15 milioni.
Particolarmente significativo il risultato dell’Olio Toscano Igp, che registra una crescita dell’8,9% in valore e del 9,5% in volume. Un andamento che segnala un’espansione non riconducibile esclusivamente all’aumento dei prezzi, ma accompagnata anche da maggiori quantità commercializzate.
Per le denominazioni più strutturate, la sfida resta quella di consolidare il posizionamento commerciale e trasformare la notorietà dei prodotti in una maggiore capacità di generare valore lungo la filiera.
Export agroalimentare a 3,6 miliardi: Stati Uniti e Germania mercati strategici
L’internazionalizzazione costituisce uno dei principali fattori di crescita del sistema agroalimentare toscano. Le esportazioni complessive raggiungono i 3,6 miliardi di euro, sostenute soprattutto dal vino e dall’olio extravergine di oliva.
Stati Uniti e Germania si confermano mercati di riferimento, evidenziando il peso delle destinazioni consolidate per le produzioni regionali.
Accanto ai comparti tradizionalmente più forti sui mercati esteri, emergono opportunità anche per le produzioni trasformate. I prodotti da forno e di pasticceria, così come salumi, insaccati e formaggi stagionati, contribuiscono alla presenza internazionale dell’agroalimentare regionale.
La capacità di intercettare la domanda estera rappresenta un elemento decisivo soprattutto per le filiere certificate di dimensioni più contenute, chiamate a confrontarsi con costi distributivi, esigenze di promozione e una concorrenza internazionale crescente.
L’export delle Ig alimentari vale 91 milioni: oltre la metà fuori dall’Unione Europea
Restringendo l’analisi alle sole Indicazioni Geografiche alimentari, l’export toscano raggiunge i 91 milioni di euro, una cifra equivalente a circa il 49% del valore alla produzione del comparto, pur trattandosi di indicatori riferiti a fasi economiche differenti.
La distribuzione geografica mostra una prevalenza dei mercati extraeuropei, che assorbono il 53% del valore esportato. Gli Stati Uniti guidano la classifica con 34 milioni di euro, seguiti dal Regno Unito con 6 milioni e dal Canada con 4 milioni. Il restante 47% è destinato ai Paesi dell’Unione Europea, con la Germania al primo posto, a quota 31 milioni di euro. Seguono Francia e Paesi Bassi, rispettivamente con 3 e 2 milioni.
La composizione merceologica dell’export rivela un dato particolarmente interessante: l’olio extravergine certificato rappresenta il 46% del valore delle esportazioni alimentari Ig, seguito dai prodotti a base di carne con il 25% e dai prodotti dolciari e da forno con il 24%.
Tre comparti che, complessivamente, concentrano il 95% del valore esportato dalle denominazioni alimentari regionali. La forte esposizione ai mercati internazionali costituisce un’opportunità, ma rende anche strategiche la diversificazione geografica e la capacità di rafforzare il posizionamento delle denominazioni sui mercati di destinazione.
Un sistema da 41.500 imprese e 67 mila addetti
Dietro i risultati economici dell’agroalimentare toscano si trova una struttura produttiva composta da circa 41.500 imprese e 67 mila addetti, tra agricoltura e trasformazione industriale.
La superficie agricola considerata dal rapporto raggiunge i 549 mila ettari, destinati per circa due terzi a cereali e foraggi e per un quarto a oliveti e vigneti.
Un elemento distintivo riguarda l’imprenditoria femminile: il 30,4% delle aziende agricole regionali è guidato da donne, contro una media nazionale del 27,8%.
Il dato evidenzia una presenza femminile superiore a quella italiana, all’interno di un sistema produttivo che integra attività agricole, trasformazione, servizi e accoglienza turistica.
Biologico al 33,1%: Toscana oltre gli obiettivi europei del 2030
La sostenibilità rappresenta un altro fattore di differenziazione del modello agroalimentare toscano. Secondo i dati presentati da Ismea, la superficie coltivata a biologico raggiunge i 238 mila ettari, con un’incidenza del 33,1% sulla superficie agricola utilizzata regionale, nettamente superiore alla media nazionale del 19,4%.
La Toscana supera così già oggi l’obiettivo europeo del 25% di superficie agricola biologica fissato per il 2030. A sostenere il comparto contribuiscono 13 distretti biologici e una filiera regionale che si colloca al secondo posto in Italia per numero di imprese integrate tra produzione agricola e trasformazione.
La diffusione del biologico rappresenta non soltanto un indicatore ambientale, ma anche una possibile leva di competitività commerciale, soprattutto nei mercati nei quali sostenibilità, tracciabilità e origine certificata incidono sulle scelte dei consumatori.
Agriturismo, un primato da 5.859 strutture e oltre 5 milioni di presenze
Il rapporto tra agricoltura e turismo completa il quadro economico regionale. Con 5.859 strutture agrituristiche, pari a oltre il 22% dell’offerta nazionale, la Toscana si conferma la prima regione italiana per numero di agriturismi.
Il comparto registra 1,4 milioni di arrivi e oltre 5 milioni di presenze, con una componente internazionale superiore al 70%. Particolarmente significativo il collegamento con le filiere agroalimentari certificate: circa la metà delle strutture produce direttamente alimenti Dop o Igp, mentre oltre il 40% opera nel biologico.
L’agriturismo diventa così un ulteriore canale di valorizzazione economica delle produzioni locali, contribuendo a rafforzare il rapporto tra esperienza turistica, consumo e riconoscibilità delle eccellenze regionali.
La sfida dei Consorzi: trasformare il primato delle denominazioni in crescita economica
I numeri presentati a BuyFood Toscana 2026 delineano un sistema che può contare su un patrimonio di certificazioni senza eguali in Italia, ma nel quale il valore economico resta concentrato in un numero relativamente ristretto di denominazioni.
La crescita dell’export delle Indicazioni Geografiche alimentari, il rafforzamento delle filiere e l’accesso a nuovi mercati rappresentano quindi alcune delle principali direttrici di sviluppo. In questo scenario, i Consorzi di tutela svolgono un ruolo centrale non soltanto nella salvaguardia dell’autenticità e della qualità dei prodotti, ma anche nella promozione collettiva, nella costruzione di strategie commerciali e nella valorizzazione del legame con i territori.
Il dato più significativo è forse proprio questo: la Toscana possiede il maggior numero di denominazioni certificate in Italia, ma la sfida economica dei prossimi anni sarà aumentare il valore generato da ciascuna di esse, rafforzando la capacità delle produzioni Dop e Igp di competere sui mercati internazionali. Una prospettiva nella quale la qualità certificata non rappresenta soltanto un patrimonio da proteggere, ma una leva concreta di sviluppo per l’intera economia agroalimentare regionale.