La Xylella fastidiosa accende un nuovo campanello d’allarme nel Mezzogiorno e questa volta arriva nel cuore di una delle aree più importanti dell’olivicoltura calabrese. A Taurianova, in provincia di Reggio Calabria, sono state individuate sette piante di olivo positive alla sottospecie pauca, la stessa responsabile della devastazione degli oliveti salentini.
La scoperta, ufficializzata dalla Regione Calabria, ha fatto scattare la delimitazione dell’area interessata, comprendente l’area infetta e la relativa zona cuscinetto, che coinvolge anche porzioni dei territori di Cittanova e Terranova Sappo Minulio. A rendere nota la scoperta nei giorni scorsi era stato l’assessore regionale all’Agricoltura Gianluca Gallo, che aveva parlato di un “inizio di epidemia di Xylella fastidiosa che colpisce gli ulivi, a Taurianova”. “Abbiamo costituito un tavolo di crisi – ha detto – vogliamo evitare che l’epidemia possa propagarsi. Questa è una notizia non avremmo mai voluto dare. Lavoriamo intensamente per scongiurare qualsiasi pericolo di propagazione”.
Il dato delle sette piante potrebbe sembrare circoscritto. Ma è la collocazione geografica a preoccupare maggiormente gli operatori della filiera. Perché Taurianova non è un territorio marginale per l’olivicoltura calabrese: qui l’olio rappresenta una componente importante dell’economia agricola e una parte consistente del paesaggio rurale.
A poca distanza dal focolaio si trovano gli oliveti di Antonello Anastasi, produttore di Olio Gerace. “Noi ci troviamo per l’esattezza a dieci chilometri dal focolaio – racconta a Cronache di Gusto –. La mia azienda conta circa 30 ettari di oliveto e diverse migliaia di piante, principalmente della varietà Ottobratica”. Questa breve distanza in questo momento pesa soprattutto sul piano psicologico ed economico.
“C’è molta preoccupazione – rivela Anastasi -. Purtroppo da noi ci sono molti oliveti che sono incolti, quindi è la stessa situazione che si è verificata in Puglia. L’auspicio è che la Regione riesca a circoscrivere rapidamente il focolaio. Ci auguriamo e siamo sicuri che la Regione farà tutto quello che è possibile per arginarlo”. Già un anno fa avevamo raccontato con Daniele Rielli – scrittore e giornalista – l’impatto della Xylella sul Salento e le prospettive di rinascita dell’olivicoltura, tra nuove cultivar resistenti, ricerca e necessità di ripensare il futuro del territorio.
Le aziende, intanto, hanno già ricevuto le prime indicazioni operative. Anastasi riferisce di aver ricevuto le linee guida della Regione circa dieci giorni fa. Nella sua azienda, però, non sono ancora stati effettuati controlli specifici sulle piante: “Siamo distanti e, a differenza di altri appezzamenti, coltiviamo attivamente le piantagioni, non le lasciamo incolte. Il timore più grande riguarda naturalmente un’eventuale espansione dell’infezione. Sarebbe un disastro, il valore economico è impossibile da quantificare”, dice Anastasi.
La sua azienda non produce soltanto olive, ma gestisce una filiera legata all’olio che coinvolge anche il lavoro di altre persone. “Significherebbe chiudere, mandare a casa diverse persone. Occupiamo circa venti persone con l’indotto – sottolinea -. Un’eventuale diffusione della Xylella avrebbe quindi conseguenze che andrebbero ben oltre le singole piante colpite. L’olivicoltura è uno dei pilastri dell’economia locale”, sottolinea il produttore. Ed è proprio questa dimensione territoriale a rendere particolarmente delicata la situazione.
Ma come può essere arrivata la Xylella fino a Taurianova, così lontano dai principali focolai pugliesi? Il professore Tiziano Caruso, che ha lavorato anche nell’ambito delle attività di studio e delle commissioni legate all’emergenza Xylella in Puglia, invita innanzitutto a non sottovalutare il ritrovamento. “Ma nemmeno a cedere al panico – dice a Cronache di Gusto -. Bisogna cominciare ad adottare tutte quelle pratiche di contenimento. E la prima misura deve essere l’ampliamento delle indagini territoriali”.
Una delle ipotesi è legata agli insetti vettori. La Xylella viene infatti trasmessa da insetti che possono spostarsi anche attraverso mezzi di trasporto. “Basta che l’insetto venga trasportato con i normali mezzi di trasporto, con camion e automezzi che sono stati in Puglia e sono passati dalla zona infetta – osserva il professore -. Un rischio che riguarda soprattutto il trasporto di materiale vegetale”.
Ma non c’è soltanto il vettore. “Un’altra possibile strada è rappresentata dalle stesse piante, bisogna vedere la provenienza che hanno – spiega Caruso -. Il materiale vegetale potenzialmente coinvolto non è soltanto l’olivo: possono esserci mandorlo, talee, marze e altre essenze”. Da qui una delle raccomandazioni più nette dell’esperto: “Conoscere sempre la provenienza delle piante acquistate – dice -. Non si possono comprare le piante in mezzo a una strada e non sapere da dove vengono. Per i nuovi impianti, dunque, bisogna utilizzare materiale certificato, verificato e del quale sia possibile ricostruire la provenienza”.
E la Sicilia deve temere? Per Caruso il rischio non può essere escluso. “Certo che può arrivare anche lì – spiega -. Ma c’è anche un’ipotesi ancora più delicata: che la presenza possa non essere stata ancora individuata. Non voglio essere drammatico, ma non è escluso che possa essere già presente ma che non sia stata scovata. La difficoltà, infatti, è legata anche alla manifestazione della malattia. Ha un suo periodo di incubazione e la manifestazione dei sintomi non sempre è chiara”, sottolinea Caruso. Una pianta che presenta disseccamenti, quindi, non è automaticamente positiva alla Xylella, ma proprio per questo è importante aumentare l’attenzione e indirizzare i controlli verso i casi sospetti.
Per l’olivicoltura siciliana, secondo il professore, la parola chiave è prevenzione. E passa anche dalle pratiche agronomiche quotidiane: “Disinfettare gli attrezzi, prestare attenzione quando ci si sposta da un oliveto all’altro e controllare ciò che viene trasportato – dice l’esperto -. Dobbiamo stare molto più attenti. La tempestività nell’individuazione di eventuali nuovi focolai può fare la differenza. Se individuiamo il focolaio, lo dobbiamo isolare”, spiega.
Non significa però immaginare controlli indiscriminati su ogni singola pianta: “Non è che si possano fare saggi a tappeto perché è impossibile. Occorre invece puntare su controlli mirati, soprattutto dove vengono osservati sintomi anomali e disseccamenti rameali”, puntualizza.
C’è poi il tema delle varietà. Caruso ricorda che sono conosciute alcune varietà caratterizzate da una maggiore resistenza o tolleranza alla Xylella, ma sottolinea un elemento particolarmente importante per la Sicilia: “Oggi le varietà resistenti si sanno, sono quattro o cinque, e nessuna di queste è siciliana. Per questo la strategia regionale dovrebbe concentrarsi sull’aumento dei controlli e sulla presenza di personale specializzato in grado di monitorare il territorio, coinvolgendo gli uffici periferici, gli osservatori fitopatologici e gli ispettorati. Ma anche i produttori devono diventare parte attiva del sistema di sorveglianza”.
“Bisogna sensibilizzare le persone, anche i produttori, perché guardino con più attenzione le proprie piante e, se dovessero vedere dei sintomi di disseccamento, li segnalino”, dice Caruso. Senza trasformare ogni pianta malata in un caso Xylella: un disseccamento può avere infatti altre cause.
La situazione calabrese, dunque, è ancora tutta da definire. Sette piante positive rappresentano un focolaio circoscritto, ma la vera domanda riguarda ciò che si trova oltre quei sette casi: se l’infezione sia rimasta confinata oppure se esistano altre piante o altri focolai ancora da individuare. Nel frattempo, a pochi chilometri da Taurianova, gli olivicoltori guardano con apprensione ai propri alberi. Anastasi, che nella sua azienda custodisce anche olivicolture millenarie, non ha dubbi sulla necessità eventualmente di intervenire: “Se dovessero emergere nuovi casi l’abbattimento immediato è indispensabile”, dice Anastasi tradendo una notevole preoccupazione.
La partita, adesso, si gioca soprattutto sulla velocità. “Controllare, individuare, isolare”, raccomanda il professore Caruso. E soprattutto capire quanto è grande davvero il focolaio di Taurianova prima che la Xylella possa trovare nuove strade per avanzare.