In principio era il Cabernet Sauvignon, il vino rosso per antonomasia, potente, assertivo, costoso e riconoscibile. Più che un vitigno era un’idea, anzi l’idea stessa di vino potente costoso, si trovava sempre in bottiglie spesse, dalle etichette dai font pieni di grazie, che alludevano (anche quando non c’era) a storie antiche, quasi mitologiche. Per molti anni, qualsiasi produttore, di qualsiasi territorio se aveva un vino cru, fatto per le guide, per la sfida al tempo per impressionare nei panel professionali era sempre un Cab.
Le ragioni del suo successo, anche economico erano molteplici, ma la prima e forse più importante è che è un vino il cui spessore può essere più facilmente capito da chi non è esperto, non serve essere grandi bevitori, o possedere un capitale enologico/simbolico importante per farsi sedurre dalla potenza e dal frutto di un Cabernet Sauvignon.
La sua leggibilità, la sua facilità di lettura, la sua ricetta di lusso un po’ anni ottanta, a base di legno, frutto e bottiglie pesanti, si sta rivelando poco in linea con le tendenze, non solo enologiche ma con quel del nuovo gusto del lusso, meno ostentato, più quiet, meno da oligarca o più da connoisseur.
Certo c’è ancora chi beve Cabernet importanti, ma non sono più i cool kids, certo ci sono ancora i posti dove in carta trovi quelle bottiglie, ma sono quelli con le tovaglie bianche, i camerieri in livrea, che cucinano quaglie, piccioni e bœuf bourguignon, posti da vecchi non fit che fanno foto col cellulare in orizzontale. Il quiet luxury anche nel vino è fatto di capitale simbolico, di conoscenza, di cose per cui non bastano soltanto i soldi, la coolness del 2026 è fatta di capacità di lettura, di linguaggi cifrati, di if you know, you know.
Ordinare un Dom Perignon è da rapidi arricchiti, ordinare L’Apotre è da persona cool, il super tuscan è da texani a cavallo, Barrosu è da gente che sa bere. In uno zeitgeist in cui le cose troppo capibili, troppo urlate, sono considerate volgari e banali, i vestiti con i loghi dei designer e i suv a benzina, sono sinonimi di un modo, vecchio, cattivo e gretto, il Cabernet Sauvignon paga, la contiguità a quel tipo di mondo, la sinergia, più o meno voluta con quel tipo di valori, conservatori, passatisti e un po’ villani.
L’abbraccio mortale a quel tipo di valori a quel tipo di idea di vino e, forse di umanità, è quello che sta costando, molto caro, da anni anche Bordeaux.
Il Bordeaux come istituzionalizzazione di quello stesso codice, non solo un altro esempio, un vino-asset, polveroso e poco dinamico, la cui presenza nei ristoranti che dettano i trend in Francia (e non solo) è quasi inesistente e i cui cali nei consumi sono stabilmente a doppia cifra.
Il mondo dei grandi Château bordolesi e dei rossi di molti altri terroir dominati dal Cabernet Sauvignon non parla mai di biologico, di agricoltura rigenerativa, come se questi vini come il loro pubblico vivessero su un altro pianeta diverso da quello che si riscalda drammaticamente anno dopo anno, e per questo non ha mai rinnegato la obsoleta sinergia quasi automatica con la carne.
Il rosso pesante e tannico, quello che richiede la bistecca per avere senso, è esattamente il tipo di vino che soffre in questo scenario — un rosso da tutto pasto, servito freddo, che va bene con qualunque cosa (gamay, frappato, zweigelt, schiava) sta guadagnando terreno proprio perché non richiede un copione gastronomico specifico per giustificare la propria apertura.
Nel mondo reale, dove i codici, si rompono e le ritualità scompaiono, c’è sempre meno posto per quei rossi da bistecca, troppo seri, troppo poco divertenti, da calice ampio, da ristorante dove non puoi entrare con le converse.
I vini del futuro non saranno, e già non sono, (sempre che un vino il futuro davvero ce l’abbia) così; saranno leggeri, divertenti conviviali, senza stemmi araldici, ed adesivi con i punteggi di pubblicazioni cartacee scritte in caratteri Georgia che nessuno nel mondo reale legge davvero.
Il Cabernet si è auto-ghettizzato come vino per la bistecca del sabato sera in un modo in cui, la bistecca il sabato sera la mangia sempre meno gente, (per motivi di salute, di costo, di flexitarianismo, di semplice cambio di abitudini conviviali), ed ora uscirne non sarà facile. Il problema del Cab, non è di qualità, che a dire il vero è quasi sempre alta, ma è a livello simbolico, di funzione, è un vino che non riesce a cambiare, in un mondo che invece cambia, molto in fretta.