La crisi del vino italiano non riguarda più soltanto alcune fasce della filiera. A dirlo è Leonardo – Dino – Taschetta, presidente di Cantine Colomba Bianca, storica realtà cooperativa con sede a Salemi, nel Trapanese, tra i principali protagonisti della viticoltura siciliana e tra i leader nazionali nella produzione biologica.
Secondo Taschetta, nel top 100 della Wine Power List di Cronache di Gusto>, le difficoltà emerse negli ultimi mesi – dai consumi in calo alle giacenze di vino, fino alla pressione sui prezzi – richiedono una riflessione profonda sul futuro del settore.
Partiamo dal recente report Mediobanca e dalle parole del presidente di Unione Italiana Vini, Lamberto Frescobaldi. Quali sono, secondo lei, i principali problemi del vino italiano?
“Ci sono diversi problemi e bisogna prendere coscienza del fatto che occorre mettere mano ai fondamentali del vino. Prima o poi la crisi colpirà tutti, anche chi oggi pensa di essere un esempio virtuoso. Le cose vanno governate, non si possono lasciare andare avanti così. Fino a poco tempo fa si diceva che alcuni stavano bene e altri invece erano in difficoltà, soprattutto i produttori di uve. Oggi, invece, credo che il problema riguardi l’intero sistema”.
Frescobaldi sostiene che ridurre la produzione non sia necessariamente un male, anche per aumentare la qualità. È una strada percorribile per la Sicilia?
“Se la riduzione della produzione rientra in un progetto più ampio, non mi scandalizzo. Può anche significare togliere alcuni ettari di vigneto. Ma prima bisognerebbe guardare a tutto il prodotto di dubbia provenienza che circola sul mercato, ai mosti concentrati rettificati, alle situazioni legate alle uve da tavola e a tutte quelle dinamiche che finiscono per compromettere il valore dei vini. Non possiamo pensare di intervenire solo sulla superficie vitata senza affrontare prima tutto quello che altera il mercato”.
In Sicilia si è parlato molto delle difficoltà delle cantine sociali e delle giacenze di vino invenduto. Qual è la situazione reale?
“Quella delle difficoltà delle cantine sociali è una rappresentazione che non condivido. Il mondo del vino deve parlare delle difficoltà dell’intero settore. Le aziende private, a parte alcuni grandi nomi, non stanno certo vivendo una situazione migliore. È vero che esiste un problema di vino invenduto, ma è un problema di carattere internazionale. I consumi stanno diminuendo ovunque e questo inevitabilmente crea difficoltà. Però la riduzione dei consumi non giustifica completamente quello che sta accadendo sul mercato. A mio avviso ci sono anche fenomeni speculativi”.
Le cooperative siciliane hanno chiesto un intervento alla Regione. Si è parlato anche di distillazione: è questo lo strumento necessario?
“La distillazione può essere uno strumento per affrontare l’emergenza. Ma poi servono interventi strutturali. Ho sempre pensato che bisogna rafforzare le aziende, ad esempio attraverso incentivi alla capitalizzazione. Le imprese più solide hanno maggiore capacità di affrontare i momenti difficili. Questo è un tema centrale per il futuro”.
Come si prospetta la vendemmia 2026 in Sicilia?
“È ancora presto per fare previsioni definitive. Per ora sembra andare un po’ meglio rispetto agli anni passati, ma la situazione è molto disomogenea. Ci sono zone dove la peronospora ha creato problemi importanti. In altre aree, se non arriva acqua, sarà difficile arrivare a produzioni soddisfacenti. Produrre oggi è diventato molto più complesso. Basta parlare con qualsiasi agricoltore per capire quanto siano cambiati gli interventi necessari rispetto a trent’anni fa. Il mondo è cambiato”.
Quali sono i numeri di Cantine Colomba Bianca?
“Abbiamo più di 2.000 soci e circa 5.500 ettari di vigneto. Normalmente lavoriamo tra i 400 e i 500 mila quintali di uva, anche se quest’anno probabilmente saremo un po’ sotto. Produciamo e commercializziamo diverse linee di vino e lavoriamo per valorizzare sempre più il prodotto imbottigliato”.
Colomba Bianca, insieme a Settesoli ed Ermes, rappresenta una delle grandi realtà cooperative siciliane. Quale sarà il ruolo delle cooperative nel futuro?
“Ho sempre pensato che la cooperazione sia l’unico strumento che permetterà a tanti piccoli produttori di entrare dentro progetti più importanti. Non vedo alternative. L’agricoltura siciliana è estremamente frammentata e pensare che ogni produttore possa affrontare da solo i mercati internazionali è difficile. Quando si aiuta una cooperativa non si aiuta qualcuno a diventare più ricco, ma si contribuisce a creare ricchezza diffusa per un intero territorio. Per questo la cooperazione ha il diritto e la politica ha il dovere di sostenerla, creando meccanismi che incentivino il prodotto finito, la bottiglia e l’accesso ai mercati”.
Come vede il vino siciliano tra dieci anni?
“La priorità è rafforzare le aziende e incentivare sempre di più il gioco di squadra. Bisogna valorizzare il territorio e capire per cosa deve essere riconosciuta la Sicilia nel mondo. Tutti i grandi territori vitivinicoli sono legati a un’identità precisa: la Champagne per le bollicine, o Borgogna e Bordeaux per i suoi vini rossi. La Sicilia è più complessa perché deve ancora definire pienamente il proprio elemento distintivo. Bisogna fare scelte importanti: non è possibile che tutto ciò che è Doc possa essere anche Igt. Le denominazioni devono essere più riconoscibili e legate a caratteristiche precise. Altrimenti il rischio è produrre vini di massa difficili da valorizzare”.