Michele Bernetti osserva il mondo del vino da una posizione privilegiata. Alla guida dell’Istituto Marchigiano di Tutela Vini, il principale consorzio delle Marche, nato nel 1999. Una realtà che riunisce circa 500 aziende e tutela 16 denominazioni di origine (quattro Docg e dodici Doc) e rappresenta l’85% dell’imbottigliato dell’area di riferimento e il 45% della superficie vitata marchigiana, con oltre 7.500 ettari di vigneto. Un osservatorio privilegiato per leggere lo stato di salute del vino italiano, tra consumi che cambiano, mercati internazionali, turismo del vino e nuove sfide. Ma Bernetti – in questa intervista concessa a Cronache di Gusto – parte da un tema che riguarda tutti: il prezzo del vino al ristorante.
Un tema spinoso: i ricarichi al ristorante. Sono troppo alti?
“Il ristoratore ha attraversato anni difficili: affitti, personale, materie prime, fiscalità, costi generali. Però il vino non può diventare la voce che paga tutto. Se una bottiglia viene caricata troppo, il cliente non ordina la seconda. E ci perdiamo tutti. Bisognerebbe ragionare di più sull’indice di rotazione: vendere a un ricarico più equilibrato può far girare meglio la carta e creare più valore, sia per il ristoratore sia per il produttore”.
I consumi cambiano, soprattutto sui rossi. Come si risponde?
“Bisogna essere aperti all’innovazione e ripensare anche gli stili. I rossi troppo strutturati e concentrati sono andati un po’ fuori tempo. Alcune denominazioni rischiano di restare nell’angolo se non intercettano la domanda contemporanea, che cerca freschezza, bevibilità, equilibrio”.
Cosa pensa dei vini dealcolati o a basso tenore alcolico?
“Il dealcolato è un altro settore, un altro business. Credo abbia un futuro limitato rispetto al vino tradizionale. La birra analcolica funziona meglio perché togli pochi gradi; nel vino, se togli 12 o 13 gradi, stravolgi il prodotto. Detto questo, è stato importante portare questi prodotti dentro il perimetro normativo del vino, evitando che diventassero materia per grandi industrie estranee al settore”.
Presidente Bernetti, oggi come vede il vino delle Marche? Quali sono i punti di forza e quali le debolezze?
“Partirei dalle criticità. La nostra è una regione piccola, che vale circa il 2% della produzione vinicola italiana. Questo significa che abbiamo dimensioni limitate e, spesso, aziende troppo frammentate. Abbiamo bravissimi produttori, ma pochi imprenditori strutturati. In passato alcune realtà avevano dimensioni tali da investire in commerciale, brand e marketing; molte però non sono cresciute, anche per problemi di passaggio generazionale. Il modello cooperativo, che vent’anni fa era molto più forte, si è ridimensionato. Oggi il tema vero è la capacità di aggregazione”.
E i punti di forza?
“La qualità media è buona. I nostri vitigni autoctoni sono molto contemporanei: penso al Verdicchio, al Pecorino, alla Lacrima, al Montepulciano. Sono vini freschi, sapidi, minerali, non troppo aromatici, con una forte riconoscibilità. Inoltre le Marche hanno un’immagine positiva: regione autentica, sana, agricola, con una quota importante di biologico. Siamo ancora poco conosciuti, ma proprio per questo abbiamo margini di crescita”.
Come stanno andando i mercati esteri?
“Per il Consorzio il primo mercato è la Germania, soprattutto in volume. L’Inghilterra oggi è un po’ più debole, i Paesi Bassi stanno soffrendo, mentre in Scandinavia facciamo buoni numeri. Il Verdicchio, in particolare, ha una reputazione solida. Il Canada è cresciuto abbastanza. Gli Stati Uniti restano un mercato complesso: servono aziende più dimensionate, capaci di investire con continuità. In Asia guardiamo al Giappone”.
I dati recenti danno segnali positivi?
“Sì. Nel primo trimestre del 2026 abbiamo registrato una crescita dell’imbottigliamento intorno al 4% sulle sedici denominazioni del Consorzio. In un momento in cui il mondo del vino è sotto pressione e molti mercati arretrano, è un dato che considero incoraggiante”.
L’Imt rappresenta oggi circa 500 aziende, tutela 16 denominazioni e ha investito oltre 34 milioni di euro nella promozione negli ultimi quindici anni. Quanto pesa oggi il Consorzio per il vino marchigiano?
“L’Imt è nato nel 1999 dalla volontà di 19 soci che tutelavano sette denominazioni. Oggi è una realtà profondamente cresciuta: rappresenta circa 500 aziende associate, tutela sedici denominazioni di origine – quattro Docg e dodici Doc – e interessa oltre 7.500 ettari di vigneto, pari al 45% dell’intera superficie vitata marchigiana. È un modello di aggregazione unico in Italia, nato dalla consapevolezza che una regione come le Marche, fatta di tante piccole e medie imprese, può essere competitiva solo facendo sistema”.
Negli ultimi anni avete investito oltre 34 milioni di euro nella promozione. Quanto è importante oggi presentarsi uniti sui mercati internazionali?
“È fondamentale. Dal 2010 a oggi, insieme alle aziende associate, abbiamo attivato investimenti per oltre 34 milioni di euro grazie ai fondi comunitari destinati alla promozione. Anche per il 2026 abbiamo predisposto programmi importanti sia nei Paesi extraeuropei sia nell’Unione europea, con fiere, degustazioni, workshop, incontri B2B, incoming e attività di comunicazione. Per aziende delle nostre dimensioni sarebbe molto difficile affrontare da sole mercati come Stati Uniti, Canada, Giappone o Germania. Il compito del Consorzio è proprio quello di creare massa critica, valorizzare il Brand Marche e mettere le imprese nelle condizioni di competere in uno scenario globale”.
Che ruolo deve avere il Consorzio in questa fase?
“Un ruolo di aggregazione. Le Marche sono piccole e da sole le aziende fanno fatica a sostenere promozione, rapporti istituzionali e presenza sui mercati. L’Imt già raccoglie sedici denominazioni: è una base importante. In futuro bisognerà ragionare ancora di più in termini di sistema”.
Quanto pesa la marginalità geografica delle Marche?
“Pesa molto. Le Marche scontano problemi infrastrutturali evidenti. Siamo più collegati lungo l’asse nord-sud che verso ovest. Per andare a Roma, di fatto, o prendi l’auto o fai molta fatica. Anche questo penalizza la notorietà e la capacità di attrarre flussi.»
Il passaggio generazionale è una delle grandi sfide?
“Assolutamente. Non riguarda solo il vino, ma tanta industria italiana. Molte aziende nate tra gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta arrivano oggi a un momento decisivo. Non sempre le nuove generazioni raccolgono il testimone, anche perché spesso le imprese sono rimaste piccole, statiche, poco attrattive. Per questo bisogna allargare lo sguardo: vino, accoglienza, turismo, ospitalità possono diventare leve per rendere più interessante e solido il futuro aziendale”.
Che ruolo può avere l’enoturismo?
“Fondamentale, ma va affrontato con mentalità turistica, non solo vinicola. Non basta aprire la cantina, far assaggiare due vini e vendere qualche bottiglia. L’enoturismo è un altro mestiere: servono servizi, esperienze, pacchetti, prenotazioni online, collegamenti con alberghi e operatori. Noi, in azienda, abbiamo visto che quando le esperienze sono state rese prenotabili online, come una camera d’albergo, i numeri sono triplicati”.
Quindi il rischio è improvvisare?
“Sì. Se il mondo del vino non si struttura, l’enoturismo rischia di essere gestito da altri. Invece devono essere le cantine a proporre esperienze vere: degustazioni, visite, percorsi nei vigneti, legami con il territorio. Ma bisogna parlare il linguaggio del turismo”.
Fiere e comunicazione servono ancora?
“Le fiere buone sì. Vinitaly resta la regina per noi italiani, perché porta operatori da tutto il mondo. Altre manifestazioni vanno valutate. La comunicazione è fondamentale, ma oggi è cambiata: le guide contano ancora, anche se meno di prima; gli influencer possono essere utili, ma il settore è delicato. C’è molta improvvisazione e poco fact checking, soprattutto quando si parla di vino, alcol e salute”.
Che futuro immagina per il vino marchigiano?
“Un futuro positivo, se sapremo superare la frammentazione. Abbiamo vini contemporanei, qualità, autenticità e un territorio ancora da esplorare. Ma dobbiamo crescere come sistema: più aggregazione, più impresa, più turismo, più capacità di raccontarci”.