Quasi 130 anni di vita per la Cantina Contini 1898 di Cabras, territorio culla della Vernaccia di Oristano. “La cantina più antica della Sardegna”, ricorda Francesco Agus, assessore all’Agricoltura della Regione Sardegna, presente con il sindaco del centro sulla penisola del Sinis, Andrea Abis, e altre 150 persone a un trentennale speciale.
Ha brindato in grande stile la famiglia Contini, quarta generazione di produttori. La quinta è in ingresso: si prepara a raccogliere il testimone con la consapevolezza di fare parte di una storia locale iniziata nel 1898 da Salvatore Contini e da sua moglie Anna Maria Dessì.
Il festeggiato si chiama Karmis ed è un bianco a base di Vernaccia e Vermentino che si è conquistato una sua riconoscibilità tra i vini sardi sul mercato e vanta quasi 900mila bottiglie all’anno.
“Questi trent’anni ci dicono che avevamo ragione: il Karmis è stato uno spartiacque, ha cambiato il modo in cui si pensava la Vernaccia”, afferma Alessandro Contini, presidente uscente a favore del cugino Mauro.
Cita la vendemmia anticipata, le moderne tecniche di vinificazione e un risultato che piace specialmente a donne e giovani. “E agli uomini”, precisa. Quel prodotto innovativo – presenza quasi puntuale nelle carte dei ristoranti isolani – ha consentito alla Vernaccia di non essere associata esclusivamente alla chiusura di pasto ma di poter essere scelta come aperitivo o in accompagnamento a ogni portata.
Le sue parole sono di amore per il territorio, per i conferitori e i collaboratori. La lista di nomi è lunga e si citano tutti. In sala c’è Paolo Contini, esponente della precedente generazione che, con Salvatore (Totino) e Antonio, ha segnato la visione e aperto nuove vie commerciali a partire dagli anni ’80.
Intanto il tempo continua a scorrere nel suo moto perpetuo, agisce sul vino e trascina la marea di emozioni e di nuove esistenze. Metabolizza bisogni e desideri, etanolo e acido acetico. E consente evoluzioni liquide, silenziose ed inesorabili, nella sacralità di una botte scolma.
Il blend Karmis è del 1996. Eppure, tre decenni dopo, il successo raccolto sembra ancora inaspettato agli stessi cugini Contini. “È merito di tante persone”, rimarca anche il neo presidente Mauro, che ha inoltre la carica di presidenza del Consorzio della Vernaccia Doc di Oristano.
Risponde alle domande di Cronache di Gusto sul futuro aziendale e della Vernaccia a margine della festa ospitata nella piacevole corte esterna, tra erbe aromatiche e ulivi.
Il mercato è indirizzato sui vini più freschi, come si può raccontare un vino ossidativo quale la Vernaccia di Oristano?
“Sicuramente è una sfida molto complicata in un momento in cui il mercato da tempo va in direzione di vini più freschi. Stiamo appunto festeggiando il Karmis che è l’antitesi della Vernaccia di Oristano: nonostante sia ottenuto in parte da questa, è un vino completamente diverso e si consuma solitamente nell’anno successivo alla vendemmia. La Vernaccia ha tutt’altro stile, che richiede un minimo di due anni di pazienza. Tutte le aziende attendono anni, con sacrifici e costi molto elevati. Però questo permette di generare delle sensazioni difficili da trovare nei vini giovani. Ecco, la difficoltà è proprio quella: far capire al consumatore le caratteristiche intrinseche di un vino così complesso. È conviviale ma con un approccio diverso, non quello immediato del bere senza pensarci. Infatti la Vernaccia va ragionata un po’, perché dietro c’è una storia millenaria. È un vino che subisce un processo di lavorazione molto complicato, a carattere ossidativo, in presenza di lieviti, in botti scolme. È l’antitesi del vino che va preservato dall’ossidazione e, come suo contrario, bisogna creare curiosità nel consumatore, specie perché la tendenza di gusto degli ultimi anni è andata in un’altra direzione”.
Come si fa, allora?
“Bisogna creare curiosità e parlare di territorio. Ecco: la funzione del Consorzio è anche quella, unire le aziende in un’area abbastanza limitata come la Valle del Tirso. Non abbiamo la forza che può avere un Vermentino di Sardegna o un Cannonau di Sardegna, denominazioni regionali in grado di fare massa critica anche nel momento in cui ci si propone al mercato. Invece la Vernaccia, pur con potenzialità enormi, è un vino limitato a livello territoriale e perciò ha bisogno di tantissime parole in più per essere raccontato. Questa è la base da cui partiamo, ma è una base molto forte”.
Si presta attenzione a quanto chiede il mercato ma si ha pure la capacità di fare un vino da collezionisti come Antico Gregori. Volete puntare sul collezionismo o temete che questo rischi di museificare la Vernaccia?
“È un discorso un po’ complicato, perché effettivamente la Vernaccia è un vino particolare ma non deve essere elitario. Se lo si trasforma in una nicchia si rischia di perdere quel poco di mercato che c’è. Stiamo seguendo diverse strade, innanzitutto mantenendo le versioni classiche con invecchiamenti molto lunghi. L’Antico Gregori è l’esempio lampante di quanto la Vernaccia possa invecchiare e diventare importante. Siamo consapevoli che non tutti possono apprezzare appieno un vino così complesso con 35-40 anni di affinamento. Proprio per questo motivo abbiamo cercato di accorciare un po’ i tempi. La Vernaccia, se prima usciva dopo 7-10 anni, ora esce dopo quattro anni. Non ha completato il suo ciclo di vita perché avrebbe ancora tanti anni davanti. Però accorciare ci dà diversi vantaggi: il vino non acquisisce quelle note troppo complesse che poi vanno capite e una versione un po’ più giovane può favorire l’avvicinamento al mondo della vernaccia. Al momento abbiamo in vendita la nostra Vernaccia Flor 2021 che, anche da un punto di vista di prezzo, ci consente di stare sul mercato più facilmente e di proporlo, fornendo un primo approccio, anche a chi non può permettersi una bottiglia da 70, 80, 100 euro. Quindi abbiamo una riserva che ha 25 anni e una riserva speciale che ha 35 anni di affinamento”.
I mercati esteri più ricettivi per la Vernaccia: ce n’è uno particolarmente attrattivo e che ancora non è stato battuto?
“I mercati nuovi difficilmente apprezzano questi vini, se non in piccolissime quantità. Si è sempre lavorato bene con quello anglosassone o quello giapponese, che apprezza la storia di questi vini particolari. Invece il mercato cinese, che in futuro potrebbe essere interessante, è un mercato molto più veloce che va a cercare i vini molto conosciuti. In Europa ci sono delle zone dove si può vendere – Francia, Gran Bretagna, Svizzera – e altre dove fai fatica perché hanno un palato un po’ più internazionale. Nel Nord Europa abbiamo grosse difficoltà. Fortunatamente in casa abbiamo persone preparate come Andrea Balleri, che è sempre in giro e sa dove puntare”.
Come la famiglia Contini sta trattando il tema dei mutamenti climatici?
“Il discorso dei cambiamenti climatici è effettivamente un problema: lo stiamo vivendo sulla nostra pelle perché ogni anno si verificano fenomeni con una frequenza molto maggiore. Dal punto di vista degli interventi in vigna stiamo crescendo perché ci affidiamo sempre più agli esperti in grado di agire sia preventivamente che successivamente. Se non l’avessimo fatto quest’anno probabilmente avremmo perso forse il 50 per cento e invece abbiamo recuperato, come risulta dagli ultimi report dei nostri agronomi. Lo stiamo facendo anche nelle vigne dei nostri conferitori, fornendo dei suggerimenti in modo da evitare di reagire in modo passivo agli eventi negativi. Il vitigno vernaccia è coltivato in un areale molto limitato: dobbiamo supportare i produttori che, con tanti sacrifici, continuano a mandare avanti una tradizione che altrimenti si perderebbe”.
Cosa direbbe a un giovane sardo che volesse piantare Vernaccia oggi?
“Gli direi di crederci: ci sono aziende intenzionate a acquistare l’uva. Noi abbiamo garantito l’acquisizione delle uve in momenti in cui la scelta più semplice sarebbe stata o espiantare e prendersi i contributi, sperando che i figli avrebbero fatto altro, oppure sostituire varietà qui storiche con altre come il Vermentino che dà più produzione e che in questo momento sta tirando sul mercato. Ma il vino vive di cicli e diversificare è fondamentale. Negli anni ’70 le aziende locali vivevano solo di Vernaccia e non hanno diversificato se non in minima parte. Nessuno si aspettava che, nel giro di 10-15 anni, si sarebbe perso il 90 per cento della produzione nel nostro territorio. Noi, che prima lavoravamo solo con Vernaccia, abbiamo allargato ad altre varietà locali presenti, Nieddera e Caddiu. Negli anni ’90 abbiamo inserito Vermentino e Cannonau. Quando nel 2000-2010 andavano maggiormente i rossi, ci siamo concentrati un po’ più su quelli. Nel momento in cui i rossi sono in difficoltà abbiamo i bianchi. Tutto questo non vuol dire però seguire puramente il mercato: bisogna mantenere vive le tradizioni altrimenti, qualche anno fa, avremmo dovuto abbandonare la Vernaccia per una questione puramente economica. Invece sappiamo che questo è un vino che ha delle prospettive e in un futuro, spero non troppo lontano, potrà avere nuovamente dei risultati e dei margini importanti. Ci dobbiamo credere tutti, non solo come singola azienda ma anche come consorzio. Spesso non si risolvono cose affrontate da soli mentre in gruppo si trova qualche soluzione”.
Che altro?
“Questa è un’azienda che negli ultimi 25-30 anni è cresciuta tantissimo e ciò ha comportato una necessità di ampliamenti. Al momento siamo sottodimensionati negli spazi, quindi ci siamo sempre guardati intorno ma non abbiamo mai trovato soluzione se non nel fare piccole acquisizioni. Lo stesso cortile in cui festeggiamo è frutto dell’acquisto, quattro anni fa, di vecchie abitazioni. Lo scorso anno abbiamo acquisito uno stabile in territorio comunale: un ex consorzio agrario di tremila metri quadri coperti con capannoni già esistenti. L’obiettivo è trasferire la logistica ed eliminare alcuni magazzini secondari che ci creavano dei grossi problemi, anche economici, di spostamento, mentre vogliamo avere tutto a Cabras. Magari, in futuro, potremo trasferire lì la produzione e tenere la cantina storica solo per l’affinamento e l’accoglienza, ampliandone gli spazi. Il trend delle visite è in crescita e quindi ci servono nuovi spazi”.