Fare la spesa costa sempre di più, ma questo non significa che agli agricoltori venga riconosciuto un compenso adeguato per il loro lavoro. Alla vigilia della Giornata mondiale dell’alimentazione, in programma domani, 16 ottobre, Slow Food Italia richiama l’attenzione sulle contraddizioni di un sistema alimentare che penalizza contemporaneamente consumatori e produttori. L’associazione rilancia così un appello a istituzioni, imprese agricole e cittadini per promuovere un cambiamento profondo, puntando su un’agricoltura meno dipendente da input esterni, come pesticidi, fertilizzanti e carburanti, i cui costi sono aumentati anche in seguito alle tensioni geopolitiche e ai conflitti internazionali.
In Italia il costo del carrello alimentare è cresciuto del 29,5% tra il 2021 e il 2026, secondo i dati citati dal Sole 24 Ore. Parallelamente, la spesa destinata al cibo si riduce e, nell’ultimo anno, il 29,4% delle famiglie ha dichiarato di aver diminuito la quantità o la qualità dei prodotti acquistati, secondo le rilevazioni richiamate da Slow Food.
In questo scenario, il prezzo diventa sempre più spesso il criterio determinante nelle scelte di acquisto, favorendo alimenti a basso costo, frequentemente ultra-processati, e prodotti provenienti da pratiche agricole che possono generare conseguenze negative per l’ambiente e la salute. A pesare non è soltanto la riduzione del potere d’acquisto, ma anche la difficoltà di orientarsi verso un’alimentazione consapevole, in un contesto in cui l’educazione alimentare è ancora poco diffusa e diminuisce il consumo di ingredienti freschi, sfusi e di stagione, a vantaggio di prodotti confezionati e trasformati.
Il paradosso del caro-spesa: prezzi più alti, ma gli agricoltori restano in difficoltà
L’aumento dei prezzi al dettaglio non si traduce necessariamente in maggiori ricavi per chi coltiva la terra. Gli agricoltori devono infatti affrontare costi crescenti per materie prime, carburanti e lavorazioni, a cui si aggiungono gli effetti della crisi climatica, con ripercussioni sulla sostenibilità economica delle aziende.
A evidenziare questa contraddizione sono i divari tra i prezzi riconosciuti ai produttori e quelli praticati nei punti vendita. Un confronto realizzato nelle scorse ore da Slow Food in un supermercato della provincia di Cuneo mette in luce differenze significative: le zucchine vengono pagate agli agricoltori tra 0,65 e 1,45 euro al chilogrammo, a seconda della varietà, e vendute al dettaglio intorno ai 4 euro; l’uva da tavola viene acquistata all’origine a 0,62 euro al chilogrammo e proposta a 3,49 euro. Ancora più marcato il divario per l’insalata lavata e confezionata in sacchetti di plastica, il cui prezzo può raggiungere i 10-20 euro al chilogrammo, a fronte di quotazioni all’origine comprese tra 0,80 e 1,30 euro.
“I sistemi alimentari dominanti sono basati su dinamiche industriali e finanziarie – sostiene Serena Milano, direttrice di Slow Food Italia – e, in nome di produttività e competitività, sfruttano e compromettono le risorse naturali (il suolo, l’acqua, la biodiversità), alimentano lo spreco, non si curano della salute dei consumatori, concentrano la ricchezza in pochi luoghi (con molti territori sempre più abbandonati) e in poche mani, impoverendo sia chi produce il cibo (gli agricoltori), sia chi lo acquista. L’aumento delle rese produttive e dei consumi continua a essere l’obiettivo prioritario delle politiche agricole, così le aziende e gli allevamenti diventano sempre più grandi, e si riduce il numero di agricoltori e allevatori. I pochi che rimango no si trasformano in operatori, autisti di macchinari agricoli. Le aziende di piccola scala chiudono, e con loro spariscono presidi ambientali e sociali fondamentali, perché molte di queste realtà non si limitano a produrre merci, ma mantengono pascoli montani e oliveti, tengono in vita paesi e tessuti sociali. Una terra sana e fertile è la base per l’agricoltura del futuro e per la nostra salute, e dovrebbe quindi essere l’obiettivo primario di un’estesa e forte alleanza tra mondo produttivo, consumatori e istituzioni. Invece la disperazione per l’aumento dei costi, spesso, porta al paradosso di un assurdo scontro fra le istanze ambientali e quelle del mondo rurale”.
L’agroecologia come risposta: sostenere chi produce cibo rispettando la terra
Accanto alle criticità, Slow Food segnala esperienze che indicano possibili alternative. In diverse parti del mondo, nuove generazioni di agricoltori e allevatori scelgono di lavorare nel rispetto degli animali, proteggere la fertilità del suolo e preservare la biodiversità, seguendo i principi dell’agroecologia.
Sono realtà che hanno bisogno di maggiore riconoscimento e sostegno, come testimoniano anche le contadine e i contadini arrivati a Torino in occasione di Terra Madre Salone del Gusto, portando esperienze e pratiche produttive orientate alla tutela delle risorse naturali e alla qualità del cibo.
“Non esiste una sola agricoltura – aggiunge Francesco Sottile, vicepresidente di Slow Food Italia e docente all’Università di Palermo –. Quella che promuoviamo da sempre come Slow Food vede agricoltori e ambientalisti uniti verso la stessa direzione: un’agricoltura basata su rispetto e cura del suolo, delle risorse idriche, degli animali, del paesaggio e della salute di tutti. L’unica che dovrebbe essere sostenuta in ogni modo a ogni livello”.