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L'intervista

Fabrizio Bindocci: “Da 50 anni a Il Poggione e vi racconto com’è cambiata Montalcino. Il Brunello ha un solo rivale, il Barolo. Il successo del terroir? Abbiamo fatto sistema e ai giovani dico…”

Fabrizio Bindocci Fabrizio Bindocci

L'ad della storica cantina festeggia il mezzo secolo di lavoro in azienda. "Quando gli americani hanno scoperto il nostro vino siamo decollati. Un ettaro di vigneto? Vale un milione"

Cinquant’anni di lavoro alla Tenuta Il Poggione, cinquant’anni dentro Montalcino. Fabrizio Bindocci ha attraversato la storia recente del Brunello: dagli anni in cui la vendemmia cominciava a fine settembre alla raccolta anticipata di quasi un mese, dalla crescita del territorio fino alle crisi che hanno messo alla prova la denominazione. E di nuovo la parabola ascedente che riparte. Ha conosciuto tre generazioni della famiglia Franceschi, è stato presidente del Consorzio del Brunello di Montalcino per quattro mandati e oggi continua a mettere la propria esperienza al servizio del territorio. Ma prima ancora di essere un uomo del vino, Bindocci è stato un giovane che ha iniziato a lavorare e che, con il primo stipendio, si è regalato un viaggio a Parigi.

Bindocci ama definirsi un uomo di campagna. Arrivato a Il Poggione nel 1976 e assunto con un contratto a tempo determinato, oggi è amministratore delegato ma segue i lavori in prima persona e ci parla di come l’azienda ha cavalcato la crescita straordinaria del territorio grazie al vino e ora si adatta ai cambiamenti di clima e del settore. Era il 1890 quando Lavinio Franceschi creò la tenuta. Famiglia, tradizione e amore per la terra fanno da sfondo alla storia dell’azienda, oggi di proprietà dei fratelli Leopoldo e Livia Franceschi. Mercoledì 16 settembre Bindocci festeggerà 50 anni di lavoro alla Tenuta Il Poggione.

Fabrizio Bindocci, mezzo secolo di Poggione. Da dove cominciamo?
“Dal primo stipendio. Assunzione a tempo determinato. Lo dicevo ieri a mia moglie: finivamo in azienda la raccolta delle pesche a fine agosto e poi mi prendevo due settimane di pausa. La mia prima vacanza fu nel 1977: viaggio con la A112 a Parigi. Un’esperienza fantastica, perché era la prima vacanza pagata con i miei soldi”.

Il primo ricordo legato al vino?
“A casa mia abbiamo sempre bevuto vino, come in tutte le famiglie toscane. Il primo ricordo bello è quando ho conosciuto Giulio Gambelli, il grande enologo toscano. Mi portò i vini di alcune aziende del Chianti Classico con cui collaborava. Era il 1978”.

Perché sentiva il bisogno di confrontarsi con altri vini?
“Avevo iniziato da un paio d’anni a lavorare a Il Poggione. Bevevamo il nostro vino però volevo capire e confrontarmi con altre realtà produttive. Assaggiammo quei vini confrontandoli anche con quelli che facevamo noi”.

E a casa cosa diceva suo padre?
“La domenica, quando pranzavo con i miei genitori, portavo sempre il vino. E il mio babbo mi diceva: ‘Ma come, a Montalcino si fa il vino più buono del mondo e tu vai a spendere soldi in altri prodotti?’. Io gli rispondevo: ‘Se vuoi fare meglio nell’azienda in cui lavori devi capire anche quello che fanno gli altri’. Per capire qual è la cosa migliore, bisogna anche scoprirla e assaggiarla”.

Ha continuato a farlo?
“Sì. Negli anni ho sempre acquistato vino. Tant’è vero che a casa ho circa 1.200 bottiglie. Un altro vino che mi entusiasmò tantissimo fu il Monfortino di Conterno, negli anni Ottanta. Un amico dentista di Castel del Piano andava tutti gli anni in Piemonte, faceva il giro delle aziende e comprava anche da Conterno”.

Parliamo di Giacomo Conterno?
“Sì. Ricordo di aver bevuto una bottiglia molto vecchia, non ricordo l’annata, ma era stratosferica. Non buona: buonissima”.

Lei invece ha studiato agraria. È stata una scelta sua?
“Ho fatto il perito agrario, ma non è stato un caso. Mio nonno e mio padre erano mezzadri della famiglia Franceschi. Poi, alla fine della mezzadria, mio padre andò a fare l’operaio per i Franceschi. Quando finii la terza media, furono proprio loro a dire a mio padre: ‘Non fargli fare né il geometra né il ragioniere per andare a lavorare in banca. Fagli fare il perito agrario, perché il mondo del vino a Montalcino sta partendo. Poi mi assunsero”.

Una scalata lunga mezzo secolo…
“Ho cominciato col fare il fattore e poi esperienza dopo esperienza sono arrivato a fare il direttore generale. E ora da dieci anni sono amministratore delegato dell’azienda”.

Chi è stato il suo maestro a Il Poggione?
“Piero Talenti, il fattore della tenuta negli anni Settanta. Ero molto amico di suo figlio Roberto e così frequentavo anche lui. Talenti mi ha seguito quando sono arrivato a Il Poggione e mi ha insegnato molto del mestiere”.

Com’era Montalcino quando ha cominciato?
“Era un piccolo borgo agricolo. Cominciavamo a raccogliere le uve il 28 settembre, prima il Moscato, poi le uve bianche e ai primi di ottobre il Sangiovese. La raccolta del Sangiovese andava avanti praticamente fino a fine ottobre. Oggi abbiamo iniziato a raccogliere ai primi di settembre”.

Come è iniziata l’avventura americana del Poggione?
“Alla fine del 1976, inizio 1977, abbiamo cominciato a esportare Brunello in America con la famiglia Terlato. Tony Terlato aveva una cantina nel Chianti e acquistava vini che poi imbottigliava con il suo marchio. Aveva assaggiato alcuni Brunello di Montalcino e venne a parlare con il commendatore Leopoldo Franceschi e con Piero Talenti. Da lì è iniziata la nostra esportazione in America, che continua ancora oggi. Con risultati più che soddisfacenti e in quel periodo è partita quella parabola ascendente che tanta fortuna ha portato a questo territorio”.

E l’America fu subito un mercato importante?
“Sì, perché eravamo comunque un’azienda strutturata e iniziammo subito con numeri importanti. Poi abbiamo iniziato a esportare anche in Germania, Giappone e oggi copriamo 50 stati nel mondo”.

Quindi l’America è stata uno dei primi mercati a credere nel Brunello?
“Sicuramente. È stato un mercato fondamentale per la crescita del Brunello di Montalcino. All’inizio erano soprattutto alcuni importatori che avevano intuito le potenzialità di questo vino. Poi è arrivata la grande critica enologica e da lì siamo decollati. Non sono mancati i vini con punteggi di 100/100 in questo territorio…”.

Momenti bui in questi 50 anni?
“Impossibile non ricordare lo scandalo del metanolo, uno dei momenti difficili per tutta l’Italia produttiva del vino. Anche Montalcino ne risentì. L’altro grande momento difficile è stato Brunellopoli, nel 2008. Montalcino poteva essere distrutta da quel problema. Sono stati due momenti di crisi ma ormai sono lontani e il territorio li ha superati bene”.

È cambiato così tanto il clima?
“Il mondo sta cambiando a livello climatico e lo sentiamo. Cinquant’anni fa le estati erano calde, ma non come oggi. Arrivavamo ad agosto e arrivava qualche bella pioggia che mitigava il caldo. A settembre avevamo temperature normali, 25, 27, 28 gradi di giorno e la notte fresca. Era l’andamento climatico perfetto”.

Oggi cosa significa lavorare in vigna con questo clima?
“Diventa ancora più importante la gestione agronomica del vigneto e della parete fogliare. Le foglie non fanno soltanto fotosintesi: quelle vecchie vicino al grappolo fanno da ombrello. Bisogna stare attenti alla sfogliatura, utilizzare quando serve l’irrigazione di soccorso prevista dalla legge. E bisogna conservare l’acqua”.

Lei aveva anche sostenuto l’idea dei laghetti per raccogliere quella piovana…
“Sì. Ricordo che anni fa l’allora presidente della Regione Enrico Rossi dissi della necessità di intercettare le piogge e creare laghetti collinari per aiutare gli agricoltori. Era un’idea condivisa, ma purtroppo non è stata accolta. E oggi vediamo quanto l’acqua sia un bene prezioso, non solo per l’agricoltura”.

Quanto si è anticipata la vendemmia?
“Normalmente oggi si comincia intorno al 10-12 settembre. Quest’anno è stata ancora più anticipata: alcuni hanno iniziato a raccogliere il Sangiovese ai primi di settembre e con il Brunello siamo arrivati intorno al 10 settembre”.

Chi ha contribuito a costruire questa squadra?
“Il territorio, tante aziende e il Consorzio, che ha saputo unire e tenere dentro la maggior parte dei produttori. Poi penso a Castello Banfi, che negli anni Ottanta, con il cavalier Ezio Rivella, ha dato una grossa mano a Montalcino con le esportazioni, il marketing, il modo di portare i giornalisti a visitare il territorio. Ognuno ha messo il proprio tassello per comporre il quadro del Brunello di Montalcino”.

Anche in cantina Montalcino è cambiata. Lei ha cominciato con botti enormi…
“Quando sono entrato avevamo botti da 75 ettolitri, poi siamo arrivati anche a 110. Il disciplinare allora prevedeva obbligatoriamente quattro anni di legno. Poi siamo stati intelligenti a modificarlo e portarlo a due anni. Questo ha permesso anche di utilizzare contenitori più piccoli. Oggi abbiamo botti da 33 e 52 ettolitri, che secondo noi sono la dimensione giusta per il nostro Sangiovese. Per il Rosso utilizziamo tonneaux da 600 litri e barrique da 380”.

Il Rosso di Montalcino nasce con una funzione precisa?
“Sì. Quando è stato creato, io c’ero, si chiamava Vino Rosso dai Vigneti di Brunello ed era un vino da tavola. Era stato pensato come un vino più facile da bere e da mettere sul mercato prima del Brunello, perché doveva aiutare le aziende a fare cassa già dopo un anno dalla vendemmia”.

Quindi nasce prima ancora come vino da tavola?
“Esatto. Poi, nel 1982 è diventato Doc e ha preso il nome di Rosso di Montalcino”.

E oggi qual è la differenza rispetto al Brunello?
“La base ampelografica è la stessa: 100% Sangiovese. La differenza principale è nei tempi di affinamento. Il Brunello deve fare almeno due anni di legno ed esce sul mercato dopo cinque anni. Il rosso può uscire già dopo un anno dalla vendemmia. Ma è una tipologia che sta crescendo”.

A cosa si deve il successo del Brunello di Montalcino? Perché piace così tanto?
“Perché è un vino prodotto solamente con il Sangiovese e a Montalcino c’è un binomio perfetto tra il vitigno e il territorio. Poi siamo stati bravi a non inflazionare il mercato, puntando sempre sulla qualità. E sicuramente ci ha aiutato anche un pizzico di fortuna, insieme al lavoro della stampa internazionale e al turismo del vino”.

Quali sono i competitor del Brunello?
“Il Brunello di Montalcino ha un solo competitor: il Barolo. Ma mi permetto di dire che hanno esagerato un po’ nei numeri. Noi siamo stati più attenti e lungimiranti: meno bottiglie, ma di grandissima qualità”.

Però anche in Piemonte ci sono fuoriclasse…
“Certo. A parte il Monfortino che abbiamo già citato ci sono altri vini straordinari. Ricordo un Borgogno del 1964 che ho assaggiato, era eccellente. Ma in tema di grandissimi vini come non ricordare un Brunello del 1955 di Biondi Santi, personaggio iconico del territorio. Quelle lì grandissime annate, grandissimi vini, ancora oggi”.

Lei invece ha lavorato tutta la vita a Il Poggione, con la famiglia Franceschi.
“Ora lavoro al fianco di Leopoldo e Livia Franceschi che per me è la terza generazione. Mi hanno dato tanta fiducia e sono sicuro di aver dato e portato insieme a loro risultati importanti all’azienda. Siamo cresciuti e abbiamo lavorato insieme. È stato un percorso iniziato con Leopoldo, nonno degli attuali proprietari e proseguito con Clemente e Roberto. Un rapporto di 50 anni caratterizzato da un grande dialogo e pertanto anche sereno”.

Quanto produce oggi Il Poggione?
“Facciamo complessivamente 6-700 mila bottiglie, tra tutti i vini. Il nostro fiore all’occhiello è il Cru Vigna Paganelli Brunello di Montalcino, che produciamo esclusivamente nelle grandi annate. Il nostro core business è comunque sempre il Brunello dí Montalcino”.

E Fabrizio Bindocci cosa abbina al Brunello?
“Gli abbinamenti importanti con i piatti importanti della cucina toscana. Però è bello anche bere ogni tanto un’annata non recente, sorseggiandola senza grandi abbinamenti di cibo”.

Veniamo al futuro. Lo vede nei giovani?
“Io sono abituato a vedere il bicchiere mezzo pieno, quindi per me il futuro di Montalcino ci sarà. L’importante è non farsi prendere la mano e continuare a lavorare con il Sangiovese, migliorare la qualità, diminuire le produzioni per ettaro, lavorare bene nel vigneto e portare in cantina uva sana e di grande qualità”.

Quindi non servono grandi alchimie?
“Non c’è bisogno del grande enologo. L’uva è un laboratorio perfetto. È il fascino dell’uva: sta a noi uomini non rovinare questa alchimia”.

Quanto vale un ettaro di un buon vigneto a Montalcino?
“Un milione circa. Poi dipende dall’eta della vigna, dalla densità delle viti che deve contenere almeno tra 4.200 a 5.000 piante e poi posizione, suolo e altitudine”.

Prezzo giusto, poco o tanto?
“Fino a ora diciamo che è un prezzo giusto. Tra l’altro non mi risultano aziende in vendita. Pertanto il valore resta alto se paragonato ad altre zone di vino in Italia”.

Consiglierebbe a un giovane di investire oggi a Montalcino?
“Qualcuno mi ha chiesto perché io non abbia investito. A: non avevo i soldi. B: ho sempre detto che avrei iniziato al Poggione e finito la mia carriera e il mio lavoro a Il Poggione. Non ho mai avuto il pallino di avere un’azienda. E non ho nessun rimpianto. Sono stato soddisfatto di quello che mi hanno fatto fare, sono stato gratificato dal lavoro e sono contento di quello che ho fatto. Quando mi giro indietro non ho rimpianti. Lo rifarei anche ora”.

E ai giovani che vogliono lavorare a Montalcino cosa direbbe?
“Di studiare e viaggiare. Ripeto: studiare e viaggiare. E poi ancora: studiare e viaggiare. Otto anni fa, insieme al sindaco Silvio Franceschelli a Remo Grassi di Banfi e al professore Luca Pastorelli dell’istituto tecnico di Siena, ci siamo impegnati per creare una scuola professionale di agraria a Montalcino. Il territorio ha bisogno di tecnici e anche di dipendenti che abbiano una base di istruzione solida e orientata all’agricoltura”.

Quella scuola oggi esiste?
“Sì. È partita otto anni fa e ogni anno forma 18-20 ragazzi che, quando escono, hanno già un lavoro assicurato nelle aziende di Montalcino. Ora la stanno potenziando, creando una scuola più grande a San Giovanni d’Asso e anche nuovi laboratori”.

E la superficie del Brunello? La allargherebbe?
“No. È bloccata e secondo me non va toccata. Il Brunello di Montalcino deve restare quello che è”.

Un consiglio per la comunità di Montalcino?
“Più che un’idea, è un augurio. Continuiamo a fare gioco di squadra. Si vince lavorando insieme. La denominazione Montalcino deve essere come una banda, un concerto di suoni dove ognuno suona uno strumento, ma tutti gli strumenti insieme danno una grande melodia. Non c’è bisogno di solisti”.

E il futuro di Bindocci?
“Ho promesso alla mia famiglia che continuerò a lavorare fino a 91 anni (ride, ndr). Ne mancano 20. Poi mi fermerò per sopraggiunti limiti di età…”.