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L'intervista

Chi decide davvero il prezzo del cibo? Stefano Liberti: “Il sistema premia chi distribuisce, non chi produce. E così non può reggere”

15 Luglio 2026
Stefano Liberti nel riquadro Stefano Liberti nel riquadro

Lo scrittore e giornalista in questa intervista con Cronache di Gusto parla di cibo, di clima e di filiera, durante l'estate più calda degli ultimi diecimila anni

Stefano Liberti, con i suoi libri, le sue inchieste e i suoi documentari studia, sul campo da molti anni la filiera alimentare, nel mondo, i meccanismi le dinamiche che governano il cibo che consumiamo, la sua produzione, e la sua distribuzione. Scrittore e giornalista, in questa intervista con Cronache di Gusto parla di cibo, di clima e di filiera, durante l’estate più calda degli ultimi diecimila anni. Per lui caporalato, crisi climatica, e alimentazione sono connessi, sono figli di scelte ben precise, umane e politiche.

Nei suoi libri, nelle sue inchieste, si ritorna spesso su un punto, la filiera del cibo, in Italia e non solo, non funziona è un sistema iniquo e poco efficiente che genera squilibri e storture, perché non funziona e di chi sono le responsabilità?

“Non funziona perché il prezzo del cibo è determinato non da chi lo produce ma da chi lo distribuisce, c’è un forte squilibrio lungo la catena del valore. I produttori sono piccoli e frammentati mentre il sistema della distribuzione è appannaggio di pochi gruppi molto grandi capaci di dettare le regole a loro favore. Soprattutto nella filiera agricola il produttori sono spesso sotto ricatto perché vendono prodotti deperibili che devono trovare sbocchi di mercato in tempi rapidi e quindi il loro potere di negoziazione con i grandi gruppi è spesso molto basso, quindi la parte di valore che resta a chi produce materialmente il cibo è sempre più bassa a favore degli altri attori della filiera. Questa disparità non è attenuata da un quadro legislativo che consenta ai produttori, specie se piccoli di poter restare sul mercato a condizioni economicamente vantaggiose”.

Da dove si potrebbe partire per cambiare qualcosa? Chi dovrebbe cominciare a farlo secondo lei?

“Questa situazione è il risultato di anni di totale deregolamentazione del settore, la competizione tra i giganti della Gdo, si gioca sempre e solo sul prezzo, in questo tipo di logica è ovvio, che i prodotti agricoli sono trattati come una commodity. Da qui le pratiche (ora vietate) della doppia asta, o delle aste elettroniche (ancora consentite), incentrate solo sul prezzo e non sulla giusta remunerazione e sulla sostenibilità economica di chi produce. Sopratutto per le Private Label, le gare si fanno senza che i produttori abbiano mai un’identità così da poter essere sostituiti in qualsiasi momento, e senza nessun poter di contrattazione. Servirebbe innanzitutto maggiore trasparenza nelle contrattazioni e contratti di fornitura duraturi che mettessero in grado i fornitori di programmare investimenti e giuste remunerazioni per tutti gli anelli della filiera, cosa che in questo istante non avviene”.

Si occupa di questi temi da molto tempo, in Italia in Europa e nel mondo, vede che la situazione da questo punto di vista sia migliorata?

“La situazione è migliorata per alcuni aspetti e peggiorata per altri, di base c’è il tema dell’aumento dei costi e del crollo della produzione in molti settori agricoli, dovuto alla crisi climatica, quindi i produttori sono ancora schiacciati dal poter di acquisto dei grandi gruppi alimentari. Questo tipo di mercato con le sue storture non consente ai produttori di sperimentare, innovare cercare vie più sostenibili e cercare una transizione verso altri modelli produttivi verso cui andrebbero accompagnati. Anche le Pac sono figlie del modello produttivo del nord Europa, premiano, estensione, produttività e monocoltura, e penalizza il modello di agricoltura più mediterraneo basato sulla diversità, sulla varietà, e sulle piccole produzione di qualità”.

Lei ha studiato la filiera della carne e quella del pesce? Vede dei meccanismi comuni a quelli che regolano i prodotti agricoli?

“Sì, c’è un modello comune, nel mondo, che premia in tutti i campi, i grandi capitali, e l’estrazione di risorse, negli ultimi anni c’è stato un aumento enorme di produzione di cibo, molto superiore a quello dell’aumento della popolazione, (ed è stato anche uno dei driver dell’aumento della popolazione), parallelamente c’è stato anche un crollo della popolazione rurale. La domanda quindi è? Chi produce questa massa enorme di cibo se non ci sono più i contadini? Il modello dominante quindi è, monocoltura, input chimici ed energia fossile, il grano di produce nell’Europa dell’est, la soia in Sud America, il mais negli Stati Uniti. Campagne prive di contadini caratterizzate da monocolture estrattive, che estraggono risorse naturali, senza curarsi delle conseguenza a lungo termine, e che genera scompensi climatici e sociali. E’ scomparsa la civiltà contadina, con i suoi saperi, e si è smesso di pensare al cibo come una cosa fatta dal lavoro umano e dalla terra. Il cibo è diventato una commodity da produrre al minor prezzo possibile e da vendere al prezzo più alto possibile, non importa dove, come e da chi sia prodotto, solo il prezzo a cui posso produrlo e venderlo”.

Un recente film francese (“La Guerre des prix” di Anthony Déchaux), ambientato nel mondo delle centrali di acquisto ha fatto molto discutere la Francia, perché in Italia si parla così poco di questi temi anche sulla stampa specializzata e nel dibattito politico?

“Forse perché in Francia c’è un sentimento nazionale più forte, quando gli agricoltori scendono in piazza, i consumatori si sentono spinti a comprare prodotti francesi, e a stare dalla loro parte, c’è una maggiore appartenenza alla filiera. In Francia c’è uno stato che propone nuovi modelli agricoli, che finanzia la ricerca l’implementazione di questi nuovi modelli, e un’opinione pubblica più interessata e un dibattito su quello che si mangia e su come viene prodotto. Ne è dimostrazione il successo della “marca del consumatore”, fondata da Nicolas Chabanne e Laurent Pasquier, con l’obiettivo digarantire una remunerazione più giusta ai produttori di latte francesi. i consumatori votano collettivamente i criteri dei prodotti e il loro prezzo giusto, poi incontrano insieme i produttori e i fabbricanti per verificare che le decisioni collettive vengano applicate. Concretamente: un questionario a scelta multipla online permette ai consumatori di creare il proprio “latte ideale”, partendo da un prezzo minimo. Il latte della Marca del consumatore è il più venduto in Francia e questa prassi si è estesa a tanti altri prodotti agricoli, in Italia invece è rimasta sempre una cosa di nicchia”.

Le sue ultime inchieste si sono concentrate sul tema del caporalato, che secondo lei non è solo un problema agricolo.

“Esatto, il caporalato è il prodotto delle storture della filiera commerciale, a fronte di prezzi che devono per forza essere compressi per aggiudicarsi le commesse a ribasso su larga scala, perché il l’unico costo che l’azienda agricola che può comprimere è quello del lavoro, non certo quelli di energia, input chimici e altre voci. Il caporalato è anche un risultato di una filiera sbilianciata in cui ognuno cerca di rivalersi sull’anello inferiore della filiera, l’anello più basso, è quello dei braccianti, che pagano tutto il prezzo di relazioni di mercato sbilanciate. La legge del 2016, è un’ottima legge ma rende responsabile solo i singoli imprenditori agricoli, mentre non identifica le responsabilità degli anelli superiori della filiera, considera questo fenomeno un solo un fatto agricolo, mentre è figlio di meccanismi che vanno molto oltre. Chi usa il lavoro sfruttato danneggia anche gli esempi virtuosi e ci rimette tutto il comparto, e contribuisce a creare un ecosistema falsato e poco equo”.

Il suo recente libro, “Tropico Mediterraneo”, tratta di cambiamenti climatici ma anche tanto di cibo. Perché si fa così fatica a connettere alimentazione e cambiamento climatico, perché non si riesce a tenere assieme il discorso sul cibo con quello sul clima?

“Intanto perché la crisi climatica non è mostrata, non si vede al supermercato, dentro i supermercati si ha sempre questa sensazione di abbondanza illimitata, di tutto, sempre, siamo dentro ad una percezione totalmente falsata. Sarebbe il caso cominciare a spiegare alle persone perché di alcune cose c’è scarsità, o perché si debbano importare dall’estero cose che prima venivano prodotte in Italia, sono in ballo la nostra sovranità e sicurezza alimentare, ma fino a che tutto sembrerà illimitato nessuno si porrà il problema. Per cambiare le cose serve prima di tutto la consapevolezza che stiamo vivendo una crisi agricola e che molte cose che diamo per scontate vadano ripensate, ad accompagnare questi cambiamenti dovrebbe pensare la politica e non il singolo consumatore, la politica dovrebbe attuare strategie a lungo termine per rispondere alle sfide del futuro con soluzioni di ampio respiro senza inseguire solo le singole emergenze. Ma per condizionare la politica serve una consapevolezza da parte di tutti, che il sistema di produzione e di distribuzione del cibo va ripensato molto in profondità e non è una cosa semplice, dobbiamo uscire da questa bolla di negazione e fare i conti con la nuova realtà che viviamo”.