Giornale online di enogastronomia • Direttore Fabrizio Carrera
L'intervista

Pietradolce guarda al futuro dell’Etna, Michele Faro annuncia: “In arrivo un nuovo Carricante dal versante nord”

22 Maggio 2026
Michele Faro – foto Norman Vitale Luce Creative Studio Michele Faro – foto Norman Vitale Luce Creative Studio

Intervista al proprietario dell'azienda. Una panoramica tra memoria familiare, ospitalità e nuovi progetti sul vulcano: "Non c’è vino senza ospitalità"

Un percorso che intreccia memoria, territorio e visione imprenditoriale. Sul versante nord dell’Etna, a Solicchiata, frazione di Castiglione di Sicilia, la viticoltura non è solo una scelta produttiva ma una forma di ritorno alle origini. È da qui che prende le mosse la storia contemporanea di Pietradolce, raccontata da Michele Faro, alla guida dell’azienda di famiglia.

“Abbiamo ricominciato a fare vino sull’Etna per un motivo di passione e di attaccamento alle nostre radici familiari”, racconta Michele Faro. Un legame che affonda nella storia del nonno – anche lui si chiamava Michele – piccolo viticoltore sul versante opposto del vulcano, “in un’epoca in cui il vino si vendeva sfuso e la viticoltura era soprattutto autosussistenza e cultura domestica”, dice.

Quelle vendemmie familiari, fatte di gesti semplici e ripetuti, sono diventate nel tempo il filo conduttore di un ritorno consapevole alla viticoltura etnea, questa volta sul versante nord, che Faro considera tra i più vocati in assoluto, in particolare per l’Etna rosso. Così negli ultimi trent’anni l’Etna è diventata uno dei territori simbolo della rinascita enologica italiana. Non un successo improvviso, ma una riscoperta tardiva di un potenziale già inscritto nella natura del vulcano.

“È una riscoperta recente – spiega Faro – giustificata dall’eleganza dei vini etnei, dalla loro mineralità e freschezza, e da un territorio magico che genera vini dal palato fine, perfettamente in sintonia con il gusto contemporaneo”. Un profilo stilistico che ha permesso ai vini etnei di imporsi sui mercati internazionali come espressione di identità e precisione, più che di potenza.

Nel modello aziendale di Pietradolce, vino e accoglienza non sono mondi separati. “Non c’è vino senza ospitalità, non c’è ospitalità senza vino – sintetizza Faro, che ha sviluppato negli anni un approccio integrato all’esperienza enoturistica -. Da un lato l’hospitality diffusa, con Donna Carmela, country boutique hotel avviato circa vent’anni fa non lontano dalla costa; dall’altro le visite in cantina su prenotazione, che permettono di entrare in contatto diretto con il lavoro in vigna e in cantina”.

Un sistema che riflette una più ampia trasformazione della Sicilia, sempre più orientata a un modello di ospitalità esperienziale, in cui il vino diventa linguaggio di racconto del territorio. Se il successo dell’Etna è evidente, per Faro non esistono rischi imminenti per il comparto produttivo. Ma c’è una condizione imprescindibile: la qualità del processo. “Tutti sono benvenuti sull’Etna, ma bisogna fare le cose per bene”, sottolinea. Il riferimento è alla necessità di preservare un equilibrio costruito in circa trent’anni di crescita collettiva del territorio vitivinicolo. Un patrimonio fatto di identità, qualità e visione condivisa che non può essere dato per scontato.

Il rischio, semmai, è quello degli errori già visti in altre aree viticole del passato: crescita disordinata, perdita di identità, standardizzazione. Guardando avanti, Pietradolce continua a investire sulla valorizzazione delle singole contrade, seguendo la direzione dei cru etnei. È in questa logica che si inseriscono i nuovi progetti aziendali. Tra le anticipazioni, “un vino bianco da una contrada del versante nord, a base Carricante, atteso per il prossimo anno – fa sapere Faro -. Un’ulteriore tappa in un percorso che ha già prodotto etichette identitarie come “Archineri” Etna Bianco, proveniente da un vigneto storico di circa 150 anni nel territorio di Milo, sul versante est del vulcano”. Un lavoro che conferma la direzione intrapresa: leggere l’Etna attraverso le sue differenze interne, trasformando ogni contrada in un’espressione autonoma di territorio.