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Pubblicato in L'intervista il 28 Luglio2021
Ciro Biondi e la moglie Stephanie Pollock

di Alessia Zuppelli

In contrada Ronzini a Trecastagni in provincia di Catania, circondati da conetti vulcanici spenti, Ciro Biondi dal 1999 con sua moglie Stephanie eredita una secolare storia di famiglia.

Diversi i riconoscimenti agli inizi del Novecento per i vini “Biondi- Lanzafame” prodotti in un versante, quello sud, storicamente vocato alla qualità. Fra questi importanti premi Casalmonferato 1913, Parigi 1914, Lione 1914, Cuneo 1914 e Milano 1914 e inoltre sono stati inclusi anche nel "Grande Libro d'oro". Le origini e la storia della più celebre sponda nord del Vulcano, legata soprattutto a personalità venute da lontano, hanno eclissato parzialmente il racconto di un’area che non è da meno in termini di eccellenza vitivinicola e che, pian piano, sta avendo sempre più voglia di mostrarsi. Sia per quanto riguarda i bianchi influenzati da diversa altitudine e brezza marina sia per i rossi dove le punte di grafite tracciano note particolarmente saline: “Fra le caratteristiche dei miei vini maggiore eleganza e minore contenuto alcolico. Fra i descrittori tipici per i bianchi particolare mineralità e freschezza, con un maggiore potenziale di invecchiamento e un'ottima beva anche fra le annate più recenti. I rossi sono un po’ più sottili, la nota acida prevale su altre e il colore è solitamente più leggero", dice il produttore. I vini Biondi sono tutti legati dal filo dell’equilibrio e della finezza fra parti dure e morbide, note balsamiche e vegetali, sfumature floreali per i bianchi e frutto croccante per i rossi.

Sette ettari di vigna circa tracciano su crateri spenti il perimetro “scomposto”, tipico di questo territorio, dell’azienda etnea, incluse le nuove vigne acquisite a San Nicolò, da cui si ottiene una piccola produzione di Etna Rosso sempre esaurito appena immesso sul mercato internazionale e nazionale. Un’altitudine compresa fra i 600 e i 700 metri sopra il livello del mare le viti ad alberello e il suolo prevalentemente sabbioso e ricco compongono nelle parole di Ciro Biondi la propria idea di vino: “Mettere due cose insieme, così come fa l’Etna: il fuoco e il ghiaccio, la potenza e l’eleganza. La mia vigna più bella per me è Chianta. Faccio vino perché qui avevo e ho delle vigne. Non potrei comprarne altre in zone diverse, perché è qui che ho le mie radici”. Radici che, chissà, continueranno a dare i frutti grazie ai figli di Stephanie e Ciro, che in maniera diversa e in diverse parti del mondo, inclusa Trecastagni, lavorano già nel mondo del vino. Abbiamo posto qualche domanda in più al produttore sulla rappresentatività di questo versante, del territorio, e qualche aneddoto familiare.

Come è andata la storia qui nel Sud Est?
"Dopo la seconda guerra mondiale molti contadini hanno abbandonato l’agricoltura per lavorare nel settore dell’edilizia in città. Ma fra questi c’era sempre chi ha continuato a mantenere la vigna. Nella zona di Trecastagni, rispetto ad altre, le vigne sono più a macchia di leopardo, le devi cercare. Storicamente la qualità sta a sud, da queste parti. Lo dimostrano i premi ottenuti non solo da mio nonno, ma anche da altri produttori, come Murgo, Barone di Villagrande o Barone Spitaleri. Un tempo si faceva più vino bianco, e ancora oggi la qualità del bianco è maggiore rispetto al versante Nord".

C’è qualche aneddoto particolare che lega la famiglia alla vigna?
"La zia Angelina, sorella di mio nonno, è vissuta fino a quasi cento anni. Era una donna di una gioventù pazzesca. Un senso dello humor forte. Lei non si sposò mai e mi raccontano che per un periodo di tempo abbia frequentato un uomo. Questo signore, un giorno, si presentò con un pesce, porgendolo a lei per cucinarlo. La zia, per tutta risposta, gli indicò la via di uscita. Era una donna di carattere. Quando noi eravamo piccoli, aveva delle dita sottili e affilate, la chiamavamo ET. Era lei che diceva alle mie sorelle quale era il colore dell’estate senza aver seguito mai nulla di moda. Insomma, la sua personalità era molto forte, e quando impiantammo la vigna di San Nicolò, che era la sua, dicevo sempre che grazie a lei avremo ottenuto un gran vino. Grazie alla sua influenza penso che se il San Nicolò è cosi buono il merito è sempre suo".

Quale vocazione per questo versante?
"Ci siamo dedicati alle varietà autoctone, ma ancora dopo più di vent’anni sappiamo poco di vino. L’unica cosa che non puoi comprare sono la storia e il tempo. Per imparare a fare il vino devono passare anni. Non seguiamo la moda, per questo motivo produciamo né rosati né spumanti, abbiamo cinque etichette, due bianchi e tre rossi. La linea Outis, la cui prima annata di rosso uscì nel 1999, e di cui a breve cambieremo sia l’etichetta che il formato della bottiglia, passeremo dalla bordolese alla borgognotta. Seguono Cisterna Fuori dal 2010, San Nicolò dal 2012 e Pianta dal 2011".

Qual è l’elemento rappresentativo dell’Etna?
"Questo non si sa. Si dovrebbe valutare in base ai singoli territori dell’intero Vulcano. L’Etna è diversa da vigna a vigna, da versante a versante. Quello che conta è il territorio. Per essere più chiari, ad esempio, quando uno Chardonnay è buono? Quando non sa di Chardonnay".

In che ottica si dovrebbe lavorare più vigna?
"Darei priorità alla classificazione, dopo quella delle contrade, di vigna. Così da promuovere la diversità del territorio e aggiungere un altro elemento di qualità, più che pensare a una Docg".

C’è qualcosa che gli etnei possono fare per il territorio?
"La ristorazione è cresciuta grazie ai vini. Il vino ha dato una spinta al turismo e alla gastronomia. Una regione cresce quando c’è l’unione di forze, tour operator, albergatori, e così via. Si deve fare sistema, dal tour geologico sull’Etna, alla visita in vigna, finendo alla cena al ristorante. Riguardo l’identità siamo in uno stato di inizio avanzato, dove dobbiamo continuare a fare delle cose che già stiamo facendo bene ed evitare di fare scelte sbagliate".

L’annata migliore?
"Quella che verrà. La 2021"

 

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