Il prezzo del grano duro siciliano sceso fino a circa 20 centesimi al chilo non è solo un dato di mercato, ma il segnale di una crisi strutturale che rischia di mettere in discussione l’intera filiera cerealicola dell’Isola. A lanciare l’allarme è Filippo Trubia, presidente dell’Associazione Pasta Siciliana, che denuncia una condizione in cui il prodotto viene trattato come una semplice commodity, soggetta alle dinamiche del mercato internazionale.
“Il grano siciliano non viene riconosciuto per le sue peculiarità – spiega Trubia nel corso di un’intervista a Cronache di Gusto – ma viene assimilato a un prodotto standard, come quello canadese o australiano. In questo modo il prezzo diventa unico e viene determinato su scala globale. Il risultato è che il valore aggiunto legato alla qualità, alla territorialità e anche agli aspetti salutistici non viene riconosciuto”.
Secondo il presidente dell’associazione, si tratta di un meccanismo che penalizza direttamente i produttori locali. “Non parliamo solo di campanilismo – sottolinea – ma di un grano che ha caratteristiche specifiche: cresce in condizioni climatiche favorevoli, con meno input chimici e con un profilo qualitativo diverso. Eppure questo non si traduce in un prezzo più alto”.
“Il prezzo è globale, ma gli effetti sono locali”
Trubia descrive un mercato formalmente trasparente, ma fortemente influenzato da dinamiche globali. “Non è il singolo operatore a determinare il prezzo, ma un sistema internazionale che tiene insieme produzioni enormi e logiche industriali. Ci sono certamente dinamiche speculative, ma sono fenomeni globali, non locali. Il problema è che noi ne subiamo le conseguenze più dirette”.
La concorrenza con il grano estero, secondo l’associazione, contribuisce ad abbassare ulteriormente le quotazioni. “Il grano siciliano viene messo sullo stesso piano di quello prodotto altrove, senza riconoscere differenze di qualità o di metodo produttivo. Questo incide pesantemente sul prezzo finale”.
Il nodo del valore aggiunto e la pasta siciliana
Uno dei temi centrali è la difficoltà di trasformare il valore agricolo in valore economico riconosciuto lungo la filiera. L’associazione Pasta Siciliana sta lavorando al riconoscimento dell’origine della pasta prodotta con grano dell’Isola, ma il rischio, secondo Trubia, è che manchi la materia prima stessa.
“Stiamo cercando di dare valore al grano trasformandolo in pasta e rafforzando il legame con il territorio – afferma – ma se tra uno o due anni ottenessimo il riconoscimento e poi non avessimo più grano perché gli agricoltori hanno smesso di produrlo, che senso avrebbe?”.
Il Manifesto per la difesa del grano siciliano
Da qui nasce l’idea di un “Manifesto per la difesa del grano siciliano”, che l’associazione intende costruire nei prossimi mesi insieme agli attori della filiera.
“L’obiettivo è creare una rete – spiega Trubia – superando la contrapposizione tra agricoltori e trasformatori. Dobbiamo diventare un unico soggetto portatore di interesse. Se il grano viene valorizzato, ne beneficiano tutti”.
Il Manifesto, precisa, non sarà solo un documento programmatico ma un percorso condiviso. “Vogliamo coinvolgere produttori, trasformatori, istituzioni e politica per arrivare a un output concreto, in grado di incidere sui diversi livelli decisionali”.
Politica e filiera: “Servono strumenti, non solo buone intenzioni”
Sul ruolo delle istituzioni, Trubia riconosce i limiti normativi, soprattutto in relazione alla concorrenza europea. “La politica non può intervenire direttamente con aiuti distorsivi, ma può creare strumenti di comunicazione, valorizzazione e promozione. Serve un lavoro comune per sostenere il settore”.
Il rischio futuro: meno grano, meno pasta
Il quadro che emerge è quello di una progressiva disaffezione alla coltivazione del grano duro. “Molti agricoltori già oggi lavorano in perdita – conclude Trubia – e se questa situazione continua, il rischio concreto è la riduzione delle superfici coltivate. Paradossalmente potremmo arrivare a valorizzare la pasta siciliana senza avere più il grano necessario per produrla”. Per l’associazione, il Manifesto nasce anche con una funzione di sensibilizzazione: “Serve a far capire che questa volta dobbiamo muoverci insieme, prima che sia troppo tardi”.
I dati della cerealicoltura in Sicilia
La cerealicoltura continua a rappresentare una delle principali produzioni agricole dell’Isola. Secondo i dati Istat relativi al 2025, in Sicilia sono coltivati 275.895 ettari a grano duro. Le varietà maggiormente diffuse, secondo il sistema di monitoraggio della qualità del grano duro del Consorzio Ballatore, sono Antalis, Tancredi, Core, Massimo Meridio, Simeto, Iride, Ciclope e Duilio.
Un universo produttivo che va ben oltre il tema dei cosiddetti grani antichi. Le varietà da conservazione occupavano nel 2022 circa 4.000 ettari, pari all’1,5% della superficie complessivamente investita a grano duro nell’Isola. Anche ipotizzando una crescita fino a 10.000 ettari, rappresenterebbero comunque meno del 4% del totale. Per gli operatori della filiera, il nodo centrale resta quindi la valorizzazione del grano duro coltivato in Sicilia nel suo complesso, indipendentemente dalla specifica varietà utilizzata.
Filippo Drago (produttore): “Così il grano viene schiacciato dal mercato globale”
A confermare la pressione sul settore è anche il produttore di Castelvetrano Filippo Drago, che descrive un sistema ormai svincolato dal valore reale del prodotto agricolo. “Il prezzo del grano è determinato dalle borse merci, da Foggia a Bologna, e l’agricoltore finisce schiacciato da una logica di commodity che non remunera il lavoro”, afferma. “Oggi il mercato regge intorno ai 20 centesimi al chilo per il grano generico, e questo non è sostenibile da anni”.
Drago sottolinea come il problema non sia contingente ma strutturale. “Non è da quest’anno, ma da tempo che i produttori non riescono più a sostenere questi livelli di prezzo. Anche i contributi non compensano la perdita di valore. Il grano viene pagato poco e, in un certo senso, viene anche svalutato rispetto al lavoro che c’è dietro”.
Per reagire a questa dinamica, il produttore ha scelto la strada della filiera e della differenziazione. “Abbiamo creato un progetto che lega il grano a un nome, a un’identità. Non è più grano generico, ma grano di filiera, un grano ‘d’autore’”, spiega. “Solo così possiamo sottrarre il prodotto alla logica delle borse e attribuirgli un valore diverso, legato alla comunicazione e alla riconoscibilità”.
Una strategia che però non può essere la soluzione di sistema. “È un tentativo che funziona su scala limitata, ma non può risolvere il problema complessivo della Sicilia cerealicola”, precisa. Sul tema della qualità, Drago è netto: “Non è vero che il grano non sia buono. Il problema è che la qualità non incide sul prezzo. Che sia eccellente o mediocre, viene comunque pagato 20 centesimi. Il valore non viene riconosciuto”.
Da qui la necessità di ripensare l’intera filiera. “Serve trasformare il grano in una storia, non in una commodity globale. La Sicilia deve uscire dalla logica dei grani indistinti e costruire un’identità propria”. Un passaggio che si intreccia con il tema della pasta siciliana e della certificazione territoriale. “Solo valorizzando la trasformazione e creando un sistema riconoscibile si può provare a dare equilibrio alla filiera”, conclude.