La qualità non si discute, la richiesta vola, ma i rami – quest’anno – offrono meno frutti. Si avvia verso la conclusione la stagione della pesca insacchettata di Leonforte Igp, un’eccellenza che continua ad appassionare i mercati enogastronomici italiani e internazionali. A frenare i volumi ci ha pensato un’annata climatica estrema, divisa tra una primavera eccessivamente piovosa e un’estate infuocata. Eppure, il valore di questo frutto della terra ennese non solo resiste, ma rilancia: il mercato ne chiede molta più di quella che gli alberi riescono a produrre.
“L’annata sta andando bene, il frutto ha buone proprietà organolettiche e una buona pezzatura”, racconta Angelo Manna, produttore dell’azienda Agrirape. Sul fronte quantitativo, tuttavia, la flessione produttiva per la sua azienda si attesta intorno al 30% rispetto allo scorso anno. “La primavera piovosa non ha favorito l’allegagione – spiega Manna – e anche il caldo estremo dell’estate, con temperature che hanno raggiunto picchi di 47 gradi, non ha aiutato i frutti”.
Per arginare i danni dello stress idrico e salvare i raccolti, le aziende hanno dovuto fare largo uso dell’irrigazione di soccorso, un investimento di risorse ed energie ormai imprescindibile per difendere le piante dalle ondate di calore e dalla siccità.
Nonostante i numeri più bassi, il mercato premia senza esitazioni il prodotto. “La pesca insacchettata va bene sui mercati e c’è più richiesta di quella che riusciamo a soddisfare”, conferma Manna, sottolineando l’efficacia del lavoro di valorizzazione portato avanti dal Consorzio di tutela.
Un concetto ribadito dal presidente del Consorzio, Domenico Di Stefano: “Le annate si susseguono con lo stesso problema: gestire un prodotto nella sua rarità. Il nostro impegno in questi anni è stato lavorare per la promozione del frutto non solo B2B ma anche rispetto al consumatore finale”. Il risultato è un’ampia forbice dove la domanda supera di gran lunga l’offerta.
Il segreto di questo successo sta nella versatilità e nell’altissimo gradimento da parte di ristoratori, pasticceri e grandi brand. “Lo chef Niko Romito fa le pesche di Leonforte sciroppate, Fiasconaro ci fa i canditi per le sue colombe. Altri panificatori fanno panettoni per il mercato americano – elenca Di Stefano –. Noi lavoriamo molto col trasformato: ad esempio denoccioliamo le pesche e poi le cubettiamo e congeliamo per essere pronte all’uso. Siamo presenti da Eataly con la confettura e anche il Decò usa i nostri frutti per una confettura con il marchio Terre di Arena”.
Dietro a questo motore economico ci sono 14 aziende socie del Consorzio, custodi di circa cento ettari nel territorio leonfortese – tra impianti giovani e storici – che quest’anno hanno contato complessivamente 8 milioni di pesche sugli alberi, di cui 6 milioni già commercializzate.
L’essenza di questa unicità resta la tecnica di coltivazione, il vero marchio di fabbrica che difende l’identità del territorio. L’insacchettamento è un’antica pratica di salvaguardia tramandata di generazione in generazione: ogni singolo frutto viene protetto con un sacchetto di carta pergamena, dotato di piccoli fori per il defluire dell’acqua piovana.
“È una tecnica che ci permette di mantenere le pesche integre senza utilizzare sostanze chimiche”, rimarca Angelo Manna. Una tradizione agricola che fa rima con sostenibilità e che rappresenta una fonte primaria di reddito per l’area, resa possibile dalla disponibilità idrica che ha trovato a Leonforte condizioni climatiche e ambientali uniche rispetto al resto della provincia.