“Fare vino buono è più facile che venderlo”. Calogero Statella parte da qui per raccontare il momento che sta attraversando il vino e, soprattutto, quello dell’Etna. Quarantotto anni, enologo da quando ne aveva 17 e oggi alla sua vendemmia numero 32, Statella è uno di quelli che il vulcano lo ha visto cambiare davvero. Dal 2007 lavora con Marco de Grazia a Tenuta delle Terre Nere, una collaborazione diventata inossidabile per una delle aziende più iconiche che esistano. Dal 2016, insieme alla moglie Rita, ha poi dato vita a Famiglia Statella, il progetto che proprio quest’anno compie dieci anni.
Statella conosce la vigna, la cantina e il mercato. E osserva l’Etna da una posizione privilegiata, dopo averne seguito la crescita quando il vino del vulcano ha cominciato a conquistare l’attenzione dei mercati internazionali. Oggi, però, il vento è cambiato. Come racconta in questa lunga intervista a Cronache di Gusto, i consumi rallentano, le tensioni internazionali pesano sull’economia, il mercato diventa più prudente. E anche sull’Etna, dopo anni di crescita impetuosa, cominciano a emergere alcune crepe. Non tanto nella qualità dei vini, quanto nella capacità di alcune aziende di stare sul mercato. “E’ una situazione economica generale – ragiona Statella -. L’Etna, in questo contesto, è una piccola parte di un sistema molto più grande. Ma proprio per questo può risentire maggiormente delle difficoltà, che vanno dalle tensioni internazionali alla siccità provocata dal cambiamento climatico”.
Continuiamo quindi le nostre interviste ai produttori dell’Etna. (Qui quella con Ciro Biondi, qui invece quella realizzata a Marco Nicolosi Asmundo, qui quella concessa da Giulia Monteleone e infine ecco l’intervista a Michele Scammacca).
“Quando il mercato rallenta si beve quello che si conosce”
Il ragionamento di Statella parte da una considerazione quasi elementare. Quando il consumatore è più prudente, tende a scegliere ciò che conosce. E in una fase di rallentamento del mercato questo può diventare un problema per le aziende più piccole, per quelle meno strutturate e per chi ha costruito la propria presenza commerciale sull’onda dell’entusiasmo per l’Etna. “Se uno vuole bere un vino dell’Etna, si rifugia nella sua comfort zone, quindi beve solo vini conosciuti”.
La notorietà del territorio, quindi, non basta. “Serve un’azienda solida alle spalle. E soprattutto serve un’idea precisa di quello che si vuole fare. Fare vino è un mestiere e non è un’impresa semplice – insiste Statella -. La nostra famiglia è solidissima dal punto di vista della qualità dei vini. Ecco, io senza offesa distinguo le realtà ‘improvvisate’, quelle che non hanno un’idea precisa nel fare vini”. Perché, secondo l’enologo, accanto a produttori che hanno costruito il proprio percorso con competenza e consapevolezza, ci sono state anche realtà nate troppo velocemente, magari convinte che fosse sufficiente cavalcare il successo dell’Etna per entrare nel mercato.
“Attenti ai bianchi dell’Etna: può diventare un boomerang”
Il punto più delicato riguarda il vino bianco. E in particolare il Carricante, vitigno diventato uno dei simboli della nuova identità enologica dell’Etna. Statella spiega: “Mentre il Nerello sta tenendo, il Carricante sta soffrendo. L’uva nel 2023 aveva raggiunto quotazioni intorno ai 3 euro al chilo. Poi il mercato ha cominciato a scendere: 2 euro nel periodo successivo, fino ad arrivare oggi, intorno a 1,50-1,80 euro. C’è una flessione del 30 per cento nel Carricante” afferma l’enologo, sottolineando però che il problema non riguarda soltanto il prezzo dell’uva. Alcune aziende, soprattutto quelle di dimensioni maggiori, non sarebbero riuscite a smaltire tutto il vino bianco prodotto nel 2025. E quando il vino rimane in cantina, inevitabilmente si riducono gli acquisti di uva.
Da qui l’avvertimento. “L’Etna ha costruito negli ultimi anni una parte importante della propria fortuna proprio sui bianchi. Il Carricante ha conquistato critica e consumatori, è entrato nelle carte dei ristoranti e ha contribuito a spostare l’immagine del vulcano oltre la tradizionale centralità dei rossi. Ma una crescita troppo veloce può presentare il conto, attenti ai bianchi per l’effetto boomerang, se si è puntato troppo su questa tipologia di vini adesso può diventare un problema perché la domanda inizia a essere satura”, è la sintesi che Statella affida alla nostra conversazione.
“Non basta fare un vino all’Etna per venderlo a 50 euro”
L’altro tema è quello dei prezzi delle bottiglie. La crescita internazionale dell’Etna ha portato inevitabilmente a un aumento dei listini. Una dinamica che, per Statella, non è sbagliata in sé. Un grande vino deve avere un prezzo adeguato al lavoro che c’è dietro. Ma il prezzo non può diventare una conseguenza automatica della denominazione.
“Solo perché io faccio un vino sull’Etna e la vendo a 50 euro la bottiglia, il costo deve essere giustificato. Il valore – spiega – nasce da una serie di elementi: la qualità, il mercato, la quantità prodotta, la storia dell’azienda, il lavoro, la reputazione e la capacità di costruire nel tempo un’identità”. Prima di stabilire il prezzo, secondo Statella, “bisogna conoscere il mercato, degustare, confrontarsi e capire quale sia il corretto posizionamento del vino. Mettere il prezzo di un vino non è una cosa che si può fare un po’ alla leggera, e invece mi sembra che spesso il prezzo alto sia l’effetto di una emulazione pericolosa. Non tutti i vini possono avere prezzi alti”.
“Non conosciamo ancora veramente la qualità di questo territorio”
I vigneti dell’azienda vitivinicola Famiglia Statella si trovano sul versante nord dell’Etna, tra i comuni di Castiglione di Sicilia e Randazzo. Le vigne si estendono tra i 650 e gli 800 metri sul livello del mare, su terrazzamenti storici in pietra lavica.
Dentro il calice di Calogero Statella c’è comunque tanto orgoglio e ottimismo. “Sono molto contento di essere sull’Etna – dice con fierezza – sono convinto che ancora non conosciamo veramente la qualità di questo territorio. Il fatto che alcune realtà dell’Etna siano già riconosciute a livello internazionale non significa che il percorso sia arrivato al termine. C’è un mondo ancora da scoprire sull’Etna, il territorio non ha ancora espresso tutto il proprio potenziale”.
Il prezzo dei terreni con vigneti? “Sul versante Nord siamo intorno ai 200 mila euro a ettaro”
Se il mercato dell’uva soffre, diverso è il discorso per i terreni. Sul versante Nord, secondo Statella, un vigneto buono, in produzione e in una zona vocata, continua a mantenere valori importanti. “Una stima? Siamo intorno ai 200 mila euro a ettaro”, dice.
Il prezzo dei terreni, però, non reagisce con la stessa velocità del mercato dell’uva. Se un’azienda in difficoltà riduce immediatamente gli acquisti di uva, per vedere una vera correzione dei valori fondiari occorre molto più tempo. “Prima devono arrivare anni di sofferenza, poi eventualmente le vendite dei vigneti e soltanto a quel punto un eccesso di offerta potrebbe modificare i prezzi. Ma se la crisi continua arriveremo anche lì. Spero di no, ovviamente ma giocoforza è una legge economica…”, dice.
“La quantità dei terreni non è come quella dell’uva”
La differenza tra uva e terra è importante. L’uva è un prodotto annuale. Se le aziende vendono meno vino, possono ridurre gli acquisti già nella vendemmia successiva. Il terreno, invece, è un bene patrimoniale. E per questo il suo valore reagisce lentamente. E’ uno dei motivi per cui, nonostante le difficoltà del mercato, il vigneto etneo continua a rappresentare un investimento.
Ma anche qui Statella invita a non dare nulla per scontato. “La tenuta dei valori fondiari è legata alla capacità del sistema di mantenere attrattivo il territorio”, spiega. E quindi si torna al punto di partenza: qualità e credibilità.
Dieci anni di Famiglia Statella
In mezzo a tutto questo c’è la sua azienda. Famiglia Statella compie infatti dieci anni. Un anniversario che arriva in un momento tutt’altro che semplice, ma che coincide con una nuova fase di crescita. Il progetto nato nel 2016 insieme alla moglie Rita è partito da un piccolo vigneto in contrada Pettinociarelle. Nel tempo sono arrivati Pignatuni e Tartaraci, aumentando la superficie vitata fino a 2 ettari e una produzione di 10 mila bottiglie circa.
Adesso l’obiettivo è crescere ancora. “La gamma, oggi composta da cinque vini, dovrebbe arrivare a sei etichette con l’ingresso delle nuove vigne – fa sapere -. E c’è anche un investimento su una struttura ricettiva: una piccola sala di degustazione, un ufficio e un deposito, con un progetto già definito. Un modo per rendere l’attività più autonoma e, soprattutto, per creare un rapporto ancora più diretto con chi arriva sull’Etna”.
Il rapporto con il vulcano, del resto, per l’enologo è cominciato molto prima. Nel 2007 per l’esattezza, a Tenuta delle Terre Nere. Da allora lavora al fianco di Marco de Grazia. Quasi vent’anni di vendemmie, scelte tecniche, annate difficili e trasformazioni profonde del territorio ma anche innumerevoli soddisfazioni da parte della critica e degli appassionati di mezzo mondo.
“Lavoriamo insieme dalla vendemmia 2007 – dice -. Quel lavoro è stato importante anche per la mia crescita personale e professionale, ma soprattutto per comprendere cosa significhi avere una responsabilità quando si lavora in un territorio come l’Etna. Il vulcano ha conquistato un posto importante nel panorama internazionale, ma non può vivere di rendita. La denominazione deve crescere insieme ai produttori. Il successo degli ultimi anni ha portato nuovi investimenti, nuovi vigneti e nuove aziende. E’ un fenomeno positivo, ma soltanto se accompagnato dalla conoscenza del territorio”.
Il mercato può cambiare. I consumi possono rallentare. I prezzi dell’uva possono crollare. Ma un territorio vocato rimane. A una condizione: che chi lo racconta e chi lo produce abbia la consapevolezza di quello che ha tra le mani. Oggi, per l’Etna, la sfida potrebbe essere proprio questa: dimostrare che dopo la grande crescita è arrivato il momento della maturità. E allora torna quella frase dell’inizio, quasi una sentenza: “Fare vino buono è più facile che venderlo”.