“L’Etna sta vivendo una fase di grande cambiamento”. Esordisce così uno dei produttori di una delle cantine più longeve del Vulcano. Parliamo di Michele Scammacca del Murgo, 67 anni, un nome che è un tutt’uno col vino e con la storia agricola di questa parte di Sicilia. Siamo a Santa Venerina, versante est del vulcano. Il nome Murgo è anche riconducibile agli spumanti, tipologia su cui l’azienda ha scommesso tantissimo. Duecentomila bottiglie delle 400 mila prodotte sono infatti metodo classico. Non è del tutto sbagliato infatti poter definire Michele Scammacca Mister Metodo Classico, uno che conosce a menadito rifermentazioni e sboccature, quelle che più elegantemente i francesi chiamano dégorgement.
Continuiamo così le nostre interviste ai produttori dell’Etna. (Qui quella con Ciro Biondi, qui invece quella realizzata a Marco Nicolosi Asmundo e infine qui quella concessa da Giulia Monteleone).
Quella di Scammacca è una posizione privilegiata per osservare il vulcano e il vino: imbottiglia dal 1982, con una prima vendemmia risalente al 1980, e in questi quasi cinquant’anni ha visto cambiare profondamente il modo in cui l’Etna è stato percepito, prodotto e venduto.
“Ora l’Etna deve trovare un nuovo equilibrio”
Oggi, dice, è il momento di “cercare un nuovo equilibrio”. Non necessariamente una crisi, dunque, ma una fase di selezione dopo anni di crescita impetuosa. Attacca: “Quest’anno sono molteplici le offerte di uva in vendita, sia Carricante e sia Nerello Mascalese, non era mai successo. Anche i prezzi sono calati. Ma io che ho rapporti consolidati con alcuni fornitori da anni preferisco pagare di più ma non cambiare i fornitori. Attenti, perché devi sapere cosa compri. Ma comprendo molto bene che se c’è tanta uva in giro vuol dire che la domanda é calata. E questo rappresenta una parte del problema che sta vivendo il comparto. E il segno che urge un nuovo equilibrio. Ma serve calma. Ad esempio non sappiamo ancora se il bianco prevarrà sul rosso. Ci sono nuovi impianti in produzione, c’è il mercato. Vedremo”.
E continua: “Il fenomeno riguarda soprattutto il Carricante, che negli ultimi anni ha conosciuto una forte espansione”. Ma la situazione è tutt’altro che definita. “Fino a un certo momento il bianco è stato pagato molto più del rosso. Ora meno. Secondo me era assolutamente improprio e chiaramente tutti hanno piantato bianco. La tendenza del mercato attuale è più per il bianco che per il rosso, quindi potrebbe essere stata anche una cosa positiva. Ma non lo sappiamo ancora”. Quello che sa, invece, è che il Nerello Mascalese resta una delle grandi risorse dell’Etna. “È sempre un vitigno interessantissimo per l’Etna e spero che non vada troppo a scemare”. Un vitigno che, secondo lui, possiede una “versatilità immensa” e che ha caratteristiche capaci di conquistare chi cerca nel vino eleganza, personalità e territorio. “Il Nerello Mascalese può essere assimilato al Nebbiolo, l’uva con cui si produce il Barolo. È un vino molto legato al territorio”.
Aziende in vendita
Poi sposta il ragionamento. “Temo che alcune aziende molleranno e saranno messe in vendita. C’e stata una grande corsa a fare vino perché a un certo punto è sembrata un’ottima forma di investimento. Ma molte di queste aziende nate sull’onda dell’euforia non hanno una visione del vino. E il problema non è soltanto economico. Manca spesso la consapevolezza dell’importanza del marketing nella produzione. Puoi avere per le mani il miglior vino del mondo, ma se non riesci a commercializzarlo…Però non scoraggiamoci. L’Etna continua ad avere un valore molto alto ma bisogna avere idee chiare, tempo e pazienza”.
Quasi cinquant’anni di Etna
La sua è una prospettiva ben equipaggiata da una storia solida. Quando cominciò a imbottigliare, l’Etna era un’altra cosa. “Era un momento molto delicato. Avevi l’impressione di essere nel luogo giusto ma nel momento sbagliato. Perché il mercato guardava altrove. Erano gli anni dei cosiddetti Supertuscan, dei rossi “muscolosi”, concentrati, potenti. I vini dell’Etna non avevano quelle caratteristiche e non avevano neanche la stoffa per fare quel tipo di prodotto. Il Nerello è sempre stato un vino più delicato, molto meno concentrato, ma non aveva mercato. É anche per questo che cominciammo a fare spumanti”, spiega Scammacca.
Quella fu la prima fase. Poi qualcosa cambiò. “All’inizio degli anni Duemila arrivarono figure come Marco de Grazia e Andrea Franchetti, personaggi dalla grande conoscenza del vino e dalle fittissime relazioni in tutto il mondo, che hanno dato un grande contributo e hanno fatto conoscere il territorio. È anche grazie a quel lavoro – secondo Scammacca – che l’Etna ha cominciato ad affermarsi come una delle aree più interessanti del vino italiano e non solo”.
Ma la storia dell’Etna, per lui, è soprattutto una storia di evoluzione. Anche il rapporto con i vitigni bianchi è cambiato radicalmente. “Tanti anni fa non c’era Carricante in giro. C’era Grecanico, c’era Catarratto. Nel frattempo il Carricante è diventato centrale e, siccome l’Etna Doc lo prevede, oggi non se ne può fare a meno”.
Il prezzo non è soltanto un numero
Il nuovo equilibrio passa anche dal prezzo. E qui Scammacca è piuttosto netto: “Il prezzo è un elemento fondamentale del marketing”. Non significa, però, fissare artificialmente il valore delle bottiglie. “Alla fine è il mercato che decide, non si possono imporre delle cose al mercato. Il problema, semmai, è l’eccessiva distanza tra chi porta il prezzo troppo in alto e chi lo spinge troppo in basso”. “Alcuni esagerano – dice parlando dei prezzi dell’Etna – soprattutto nell’alzare i prezzi di alcune bottiglie”. Ma esiste anche il fenomeno opposto: “Alcuni vini sono proposti a prezzi troppo bassi, va ristretta la forbice, altrimenti danneggiamo il territorio”.
Il rischio è che le eccezioni diventino modelli da imitare senza averne le caratteristiche. “Il produttore che non ha quella specificità e quella particolarità vede quello che fa un altro e cerca di emularlo, senza averne le caratteristiche. E allora nasce il problema della forbice che si amplia”.
La sua conclusione è quasi una provocazione: “Si dovrebbe arrivare a un prezzo minimo, oltre il quale non vendere”. Un’idea, ammette lui stesso, più teorica che concretamente applicabile. Ma il principio è chiaro: “In alcuni casi si esagera, non c’è dubbio. Sia verso l’alto sia verso il basso”.
Murgo e la scommessa sulle bollicine
Dentro questo scenario, Murgo ha scelto da tempo una strada precisa: le bollicine. Il metodo classico è diventato il vero cuore della produzione. Oggi l’azienda supera le 400 mila bottiglie complessive e una quota molto importante è rappresentata proprio dagli spumanti metodo classico. “Quanto pesano nella produzione? Una buona parte, direi un 40 per cento, più di 200 mila”, dice. Una scelta che sull’Etna ha radici lontane e che oggi viene rilanciata attraverso la ricerca sull’affinamento: “Quello che mi interessa sempre di più, nello spumante, è l’importanza dell’affinamento. È quello che crea veramente la differenza”.
Murgo lavora con cuvée che rimangono sui lieviti per periodi molto diversi, dalle versioni più immediate fino a quelle che arrivano a diversi anni. “Abbiamo anche vini con dieci anni sui lieviti. E alcune vecchie annate testimoniano una vocazione che va ben oltre la ricerca del prodotto giovane e immediato. Più l’affinamento è lungo meno interventi servono, più l’affinamento è lungo e più l’annata viene fuori con tutte le sue caratteristiche”, spiega. E L’affinamento, insomma, non è soltanto una questione di tempo, ma di lavoro, precisione e capacità di accompagnare il vino.
Ed è proprio questa la direzione che Murgo intende continuare a esplorare: “Stiamo facendo anche vini con affinamento in legno mai fatti prima, ne parleremo nei prossimi anni”.
“Bisogna raccontare l’identità del vino”
La sfida, però, non si ferma in cantina. Per Scammacca il futuro dell’Etna passerà inevitabilmente dalla capacità di comunicare meglio. “L’aspetto importante è cercare di affermare la propria personalità e identità del vino, il vino che riflette le caratteristiche che vengono dal territorio”, dice.
All’estero, dove Murgo colloca circa il 25 per cento della produzione, la partita è ancora più complessa. “Ci sono mercati dove è difficilissimo entrare e altri che richiedono molto impegno a livello di comunicazione. Oggi – aggiunge – la comunicazione sta diventando un elemento molto importante nel marketing del vino”.
Non basta più, dunque, produrre bene. “Bisogna essere molto professionali, attenti al dettaglio, saper usare i social, fare degustazioni, muoversi – sottolinea Scammacca -. E anche il Consorzio può giocare un ruolo importante. Fa già molto, organizza diversi eventi sia in Italia sia all’estero. La promozione diventa l’elemento più importante della sua attività”.
Dal vino al turismo
La stessa filosofia si riflette nell’altra gamba dell’attività della famiglia: l’ospitalità. A Santa Venerina, sul versante orientale dell’Etna, Murgo accoglie visitatori per degustazioni, pranzi e cene e dispone di 12 camere.
A Catania, invece, la famiglia ha recuperato e valorizzato uno storico palazzo, trasformandolo anche in uno spazio per l’accoglienza e la ristorazione. “Sì, Palazzo Scammacca. Un posto molto piacevole, ci sono anche un bistrot e dieci appartamenti. Parliamo di un albergo a tutti gli effetti. Vedo sempre di più persone che vengono e chiedono una degustazione. Mi sembra un veicolo interessantissimo a livello promozionale”.