Quando Robert Dumay si domandava se esistessero vini di destra e vini di sinistra, probabilmente non immaginava che la sua provocazione sarebbe rimasta interessante molto più per la domanda che per la risposta.
Osservata oggi, infatti, la sua classificazione appare inevitabilmente datata. Molte delle categorie sociali e culturali che egli descrive appartengono a una Francia che nel frattempo è profondamente cambiata. I vini naturali, che negli anni Ottanta occupavano una posizione marginale e quasi militante, vengono oggi serviti nei ristoranti più celebrati del mondo. Le sensibilità ecologiche che un tempo identificavano gruppi relativamente ristretti sono diventate parte integrante del linguaggio di una larga parte delle classi urbane istruite. Perfino le tradizionali opposizioni tra cultura popolare e cultura d’élite sembrano spesso molto meno nette di quanto apparissero qualche decennio fa.
Eppure la domanda di Dumay continua a esercitare una certa attrazione perché, dietro il linguaggio politico, nasconde un problema molto più generale. Quando definiamo un vino moderno o tradizionale, autentico o convenzionale, elitario o popolare, stiamo davvero descrivendo il vino oppure stiamo raccontando una storia sul vino?
È una distinzione meno banale di quanto possa sembrare. Le bottiglie non arrivano mai ai consumatori accompagnate soltanto dalle loro caratteristiche materiali. Arrivano precedute da racconti, reputazioni, classificazioni, immagini e giudizi accumulati nel tempo. Prima ancora di assaggiare un vino, sappiamo già se appartiene a una regione prestigiosa, se è stato prodotto da una piccola azienda familiare oppure da una grande maison, se rappresenta una tradizione consolidata oppure una forma di innovazione. In molti casi, la narrazione precede addirittura l’esperienza.
Per questa ragione il dibattito tra vini di destra e vini di sinistra non riguarda realmente la politica. Riguarda piuttosto il modo in cui le società attribuiscono legittimità ad alcune pratiche e ad alcuni luoghi. Alcuni individui tendono a riconoscere valore soprattutto a ciò che è già stato consacrato dalle istituzioni, dalla storia o dal mercato. Altri preferiscono cercare valore in ciò che appare periferico, poco conosciuto o ancora privo di riconoscimento ufficiale. Dietro l’opposizione tra tradizione e contestazione si nasconde quindi una domanda più profonda: come nasce una reputazione?
È una domanda che riguarda il vino, ma che potrebbe essere applicata con la stessa efficacia alle città, alle università, ai movimenti artistici o alle mode culturali. Perché Parigi è diventata Parigi mentre altre città francesi dotate di importanti vantaggi geografici sono rimaste in secondo piano? Perché Oxford è diventata Oxford? Perché Bordeaux è diventata Bordeaux? E, soprattutto, perché alcune gerarchie finiscono per apparirci così naturali da farci dimenticare che qualcuno le ha costruite?
Lo storico Fernand Braudel ha dedicato gran parte della propria opera a mostrare come le gerarchie territoriali siano quasi sempre il risultato di lunghi processi di accumulazione. Le attività economiche attirano capitale. Il capitale attira popolazione qualificata. La popolazione qualificata crea istituzioni. Le istituzioni consolidano il vantaggio iniziale e lo trasmettono alle generazioni successive. Dopo alcuni secoli, ciò che era nato come una particolare combinazione di circostanze storiche finisce per apparire come un dato evidente della natura.
La forza delle grandi gerarchie consiste precisamente in questo. Esse non trionfano quando conquistano una posizione dominante, ma quando riescono a cancellare il ricordo del processo che le ha prodotte. Parigi sembra semplicemente Parigi. Venezia sembra semplicemente Venezia. La Romanée-Conti sembra semplicemente la Romanée-Conti. Il successo più completo di una gerarchia consiste nel trasformare una costruzione storica in un’evidenza collettiva.
Da questo punto di vista il vino rappresenta uno straordinario laboratorio di osservazione. Pochi fenomeni consentono infatti di seguire con altrettanta chiarezza il percorso attraverso il quale una differenza viene osservata, interpretata, valorizzata e infine trasformata in una forma stabile di legittimità.
La Borgogna offre probabilmente l’esempio più celebre. Le differenze tra i terreni della Côte d’Or esistevano molto prima che qualcuno iniziasse a descriverle sistematicamente. Le colline erano già presenti. I suoli erano già presenti. Le vigne erano già presenti. Ciò che cambia nel Medioevo non è il territorio, ma lo sguardo che viene rivolto verso quel territorio. I monasteri cistercensi diventano luoghi nei quali le osservazioni possono accumularsi per generazioni, trasformando intuizioni isolate in una memoria organizzata e progressivamente condivisa.
Con il tempo, quella lettura del paesaggio produce una delle più sofisticate gerarchie territoriali mai costruite nella storia europea. Oggi ci sembra naturale attribuire identità differenti a parcelle separate da poche decine di metri. In realtà quella sensibilità è il risultato di secoli di osservazioni, confronti, discussioni e trasmissioni culturali. Prima di essere una realtà geografica, il terroir è stato una narrazione collettiva.
Lo Champagne permette di osservare un fenomeno diverso ma complementare. Mentre la Borgogna insegna come nasce una gerarchia, lo Champagne mostra come una nuova gerarchia riesca a sfidarne altre già consolidate. Nel XVII secolo nessuno avrebbe considerato inevitabile l’ascesa dello Champagne ai vertici della reputazione mondiale. Le grandi regioni prestigiose esistevano già e disponevano di criteri di legittimità consolidati. Lo Champagne non conquista il proprio posto semplicemente producendo vini migliori. Lo conquista associando il proprio prodotto a significati nuovi: la celebrazione, il successo, la festa, la modernità, l’eccezionalità.
È qui che emerge una lezione storica particolarmente interessante. Le rivoluzioni culturali raramente vincono dimostrando di essere superiori sotto ogni aspetto. Più spesso vincono convincendo una parte crescente della società che esistono criteri diversi per attribuire valore. Quando questo accade, la contestazione smette progressivamente di apparire marginale e comincia a trasformarsi in una nuova ortodossia.
Il vino naturale rappresenta probabilmente il caso contemporaneo più interessante per osservare questo processo. I suoi primi sostenitori si presentano come critici dell’ordine esistente, contestano l’omologazione dei gusti e rivendicano un rapporto più diretto tra vino, territorio e produttore. Come accade in ogni fase iniziale di un’eresia culturale, il loro obiettivo non consiste tanto nel costruire immediatamente una nuova gerarchia quanto nel mettere in discussione quella dominante.
Con il passare del tempo, tuttavia, il meccanismo tende a ripetersi. Alcuni produttori acquisiscono prestigio. Alcuni luoghi diventano punti di riferimento. Alcune bottiglie assumono valore simbolico. Nascono nuovi criteri di legittimità. Emergono nuove istituzioni. Ciò che era nato come contestazione inizia lentamente a produrre le proprie forme di consacrazione.
È probabilmente questo il punto nel quale la vecchia provocazione di Dumay recupera tutta la propria attualità. Il problema non consiste nel sapere se un vino sia di destra o di sinistra. Il problema consiste nel capire come nascano le narrazioni capaci di trasformare una differenza in una gerarchia e una gerarchia in un’evidenza.
Ogni tradizione è stata un’innovazione. Ogni ortodossia è stata un’eresia. Ogni centro è stato una periferia. Il vino non fa eccezione. Cambiano le bottiglie, cambiano i produttori e cambiano i linguaggi utilizzati per descriverli, ma il meccanismo rimane sorprendentemente costante. Una minoranza attribuisce valore a qualcosa che la maggioranza considera irrilevante. Costruisce un racconto capace di renderlo visibile. Attira imitatori, investimenti e istituzioni. Produce memoria. Produce tradizione. Produce evidenza.
E quando quel processo raggiunge il proprio compimento, la rivoluzione smette di apparire come una rivoluzione. Diventa semplicemente il modo normale di guardare il mondo.
Forse, però, la distinzione più interessante non separa realmente i vini di destra dai vini di sinistra, perché quasi tutte le grandi gerarchie del vino sono passate, nel corso della loro storia, attraverso entrambe le condizioni. La Borgogna che oggi rappresenta una delle massime espressioni della tradizione europea nacque dalla volontà di alcuni monaci di osservare il territorio in modo diverso rispetto ai loro contemporanei.
Lo Champagne, che oggi appare inseparabile dall’idea stessa di prestigio, fu a lungo una proposta innovativa che doveva ancora conquistare la propria legittimità. Persino il vino naturale, spesso percepito come una forma di contestazione dell’ordine esistente, ha progressivamente sviluppato i propri produttori di riferimento, i propri luoghi simbolici, i propri interpreti autorevoli e perfino le proprie forme di consacrazione. Per questa ragione la vera opposizione non separa il tradizionale dall’innovativo, ma due atteggiamenti differenti nei confronti del valore.
Da una parte vi sono coloro che tendono a riconoscere soprattutto ciò che è già stato selezionato dalla storia, dalle istituzioni e dalla memoria collettiva; dall’altra vi sono coloro che cercano valore in ciò che non è ancora stato consacrato e che potrebbe ridefinire le gerarchie del futuro. Ma entrambe queste posizioni sono necessarie. Senza i conservatori, nessuna tradizione riuscirebbe a sopravvivere abbastanza a lungo da trasmettere la propria esperienza alle generazioni successive. Senza gli eretici, nessuna tradizione verrebbe mai messa in discussione e nessuna nuova gerarchia potrebbe emergere.
Il vino, forse più di qualsiasi altro prodotto culturale, mostra come queste due forze non siano nemiche ma complementari. Ogni grande terroir è nato da un atto di innovazione che il tempo ha trasformato in tradizione, e ogni nuova rivoluzione enologica aspira segretamente a diventare, un giorno, la tradizione che verrà difesa dalle generazioni future. In questo senso, il vero appassionato di vino non è né di destra né di sinistra: è colui che riesce a vedere contemporaneamente la rivoluzione nascosta dentro ogni tradizione e la tradizione che si sta lentamente formando dentro ogni rivoluzione.