Se oggi gli chiedessero se rifarebbe tutto da capo, probabilmente risponderebbe di sì con un grosso ma. “Perché è una follia, questo non è un percorso che si intraprende per diventare ricchi. È un lavoro difficile, lungo e pieno di sacrifici”. Parole e visioni di Frank Cornelissen, sangue belga e ormai cuore siciliano. Quella frase – detta da chi ha costruito uno dei progetti di vino sull’Etna più influenti e iconici – suona quasi come una provocazione. Eppure, ascoltandolo parlare in questa lunga chiacchierata con Cronache di Gusto, si capisce la sua fermezza (a proposito di vini). E la lucidità di chi ha trascorso 25 anni a inseguire un’idea di vino, attraverso errori, intuizioni, entusiasmi e ripensamenti.
Frank Cornelissen parla con quella cadenza fiamminga che non ha mai abbandonato. Le parole scorrono lente, misurate, spesso interrotte da pause che sembrano servire più a riflettere che a cercare il termine giusto. È belga, sì, ma ormai è impossibile raccontare la storia del vino etneo senza incrociare il suo nome. Vignaiolo dal temperamento vulcanico come il Gigante che guarda in faccia ogni giorno, negli anni è divenuto un grande protagonista del panorama vinicolo. A partire dal 2001 ha dato vita a vini unici ed espressivi. E la sua cantina che ha sede a Solicchiata, sul versante nord dell’Etna, è diventata un punto di riferimento per giornalisti, critici e appassionati di mezzo mondo.
Di fronte alla narrazione ormai consolidata di un Etna arrivato alla maturità, quasi satura di produttori, investimenti e attenzioni mediatiche, Cornelissen continua a mantenere uno sguardo diverso. Non ama le formule definitive e non crede che il vulcano abbia già raccontato tutto. Ma soprattutto non crede che il vino possa essere ridotto a una semplice operazione agricola. “Il vino è cultura – ripete più volte -. Non è campagna. Non è che andiamo a raccogliere grappoli nel bosco e facciamo un po’ di vino. Dietro c’è conoscenza, visione, interpretazione. Senza un fattore importante di cultura, di conoscenza e di visione, il vino semplicemente non esiste”.
È una convinzione che attraversa tutta la sua storia. Una storia che, paradossalmente, non nasce come progetto imprenditoriale. “La mia storia nel vino nasce da una passione, non con l’idea di creare un’azienda”. Stop, pausa. Il tempo, poi, di chiudere gli occhi e rivivere tutto dall’inizio. Ovvero l’infanzia in Belgio. “Non c’è stato un momento preciso in cui mi sono innamorato del vino. È stato un processo molto graduale. La mia passione per il vino è cresciuta lentamente. Mio padre era un pilota militare con l’aviazione belga, non aveva nulla a che fare con il mondo del vino. In famiglia la domenica era sacra: mamma, papà, mia sorella, i nonni. Si cucinava, si stava insieme e il vino faceva parte di quei momenti. Ricordo che già a nove o dieci anni accompagnavo mio padre in cantina per scegliere le bottiglie da bere durante il pranzo. Era un rito familiare”. Da lì, probabilmente la folgorazione. Che dal Belgio lo ha proiettato alla Sicilia ma passando prima per mezzo mondo.
Sì, perché prima ancora dell’Etna c’è il viaggio. C’è la curiosità. C’è il desiderio di capire. Cornelissen frequenta il mondo del vino da appassionato, visita regioni e produttori, assaggia, osserva. Poi arriva la possibilità di utilizzare una vecchia struttura abbandonata. La ripulisce, installa lì alcune anfore e comincia a immaginare un percorso. Ancora oggi racconta quell’inizio come qualcosa di lontanissimo dalla logica aziendale. “Avevo comprato delle anfore ancora prima di avere una vera azienda. Mi piaceva l’idea di seguire una linea precisa, un tema. Le anfore facevano parte di quella visione”. L’incontro con la Sicilia arriva quasi naturalmente. Conosce già diversi produttori dell’Isola, viaggia spesso tra le vigne e le cantine. Ma è l’Etna a provocare una sorta di cortocircuito.
Ricorda un vino assaggiato molti anni fa. “Pensavo: com’è possibile che in un posto così caldo si possano ottenere vini con questa freschezza, con questa energia?”. La domanda diventa un’ossessione. Un giorno prende l’auto e parte dall’aeroporto senza un programma preciso. Vuole vedere quei luoghi di persona. Vuole capire. “Era maggio. Ricordo ancora la neve in quota. Ricordo la luce. Ricordo di essermi chiesto continuamente dove fossi finito”. L’impressione è quella di un paesaggio che sfugge alle categorie. Da una parte la montagna, dall’altra il mare. Le colate laviche. Le vigne vecchie. I muri di pietra. L’acqua che compare dove non te l’aspetti. “Parlavo con la gente del posto, vedevo fotografie delle eruzioni che avevano distrutto interi vigneti. Tutto era fuori dalla normalità. In quel momento mi sono innamorato del posto”.
Il resto, come ama dire lui stesso, è storia. O forse no. Perché la parte più interessante arriva dopo. Quando l’innamoramento deve fare i conti con la realtà. Cornelissen ama descrivere il proprio percorso attraverso tre fasi. La prima è quella intellettuale. Prima ancora della pratica esiste un’idea di vino. “Ogni percorso dovrebbe partire da un progetto intellettuale. Senza un concetto iniziale non hai nulla da correggere, nulla da sviluppare. Poi sarà l’esperienza a portarti altrove, ma devi partire da qualcosa”.
All’inizio non c’è quasi nulla. Poche bottiglie. Attrezzature improvvisate. Materiali costruiti appositamente. Le anfore che arrivano dopo spedizioni costosissime. Una produzione minuscola e un territorio ancora lontano dall’attenzione internazionale di oggi. È in quegli anni che scopre di non essere l’unico visionario arrivato sul vulcano. Ci sono altri pionieri. Ci sono Marco de Grazia, Andrea Franchetti e pochi altri. “Sapere che c’erano altre persone interessate all’Etna mi incuriosiva moltissimo. Creava una dinamica particolare. Ti chiedi chi sono, cosa vedono loro, cosa stanno cercando”.
Poi arriva la seconda fase. Quella che lui definisce il passaggio da intellettuale ad artigiano. “L’idea da sola non basta. Devi sporcarti le mani. Devi fare, rifare, sbagliare, correggere”. Per alcuni anni segue ogni dettaglio. Acquista terreni. Lavora personalmente nei vigneti. Organizza la cantina. Sperimenta. E soprattutto sbaglia. Molto. “Quando oggi qualcuno dice: questo è il mio vino, io mi chiedo sempre cosa significhi davvero. Se hai soltanto pagato le fatture, fatto fare un’etichetta e comprato delle attrezzature, cosa c’è di tuo in quel vino?”.
Per Cornelissen l’artigianato non coincide con la dimensione produttiva. È un atteggiamento mentale. “Fare una cosa, rifarla, ripensarla, modificarla continuamente. Commettere errori. Questo costruisce un’identità”. Eppure nemmeno questo basta. Esiste una terza fase. Forse la più difficile. L’autocritica. “Essere subito contenti di quello che si fa è una morte mentale”. Lo ripete più volte. Assaggiare un vino e riconoscerne i limiti. Accettare che alcune intuizioni fossero sbagliate. Capire che certe scelte hanno portato il vino troppo lontano.
“Quando guardo i miei primi cinque o sei anni, vedo vini andati oltre. Troppa ossidazione. Troppa macerazione. Troppa evoluzione. Gradualmente ho capito che dovevo correggere il percorso”. È probabilmente questo il tratto che distingue maggiormente Cornelissen dal personaggio che per anni una parte della critica ha raccontato. L’immagine del produttore radicale, quasi ideologico, si scontra con il racconto di un uomo che parla continuamente di dubbi, errori e revisioni.
“Bisogna arrivare all’autocritica. Altrimenti si finisce per pensare di essere Dio”. Dal 2004 al 2010 il lavoro diventa sempre più preciso. Investimenti in cantina. Miglioramenti logistici. Nuove attrezzature. L’obiettivo è uno soltanto: l’eleganza.
“I vini avevano forza. Avevano struttura. Ma mancava l’eleganza”. È una parola che ritorna spesso nella conversazione. Eleganza. Non potenza. Non concentrazione. Eleganza. Anche per questo ricorda il 2015 come una vendemmia fondamentale. “Probabilmente è stato il più grande vino elegante che abbia fatto”. Eppure, ancora una volta, il racconto non si trasforma in autocelebrazione. Anzi. “Ho capito troppo tardi quanto fosse importante. Ho perso l’occasione di valorizzarlo fino in fondo”. È una confessione che rivela molto del suo modo di guardare al vino. La ricerca non termina mai.
L’arrivo coincide sempre con una nuova partenza. Forse è anche per questo che Cornelissen guarda con una certa diffidenza chi descrive l’Etna come un territorio ormai compiuto. L’idea di una denominazione arrivata al punto finale del proprio sviluppo non lo convince. Il vulcano continua a cambiare. Continuano a cambiare i vigneti. Continuano a cambiare i produttori. Continuano a cambiare i vini. L’Etna, nella sua visione, non è un monumento immobile ma un organismo vivo. E forse è proprio questa instabilità a renderlo ancora oggi uno dei luoghi più affascinanti del vino mondiale.
E oggi Frank Cornelissen, 65 anni, vive una fase di serena inquietudine. I vini ci sono e sono molto apprezzati. Produce 150 mila bottiglie, gestisce oltre venti ettari di vigneti, l’export è una voce determinante del suo fatturato, il suo Magma è forse il vino siciliano più costoso ma ce ne sono pochissime bottiglie. E poi Solicchiata è un angolo di cosmopolitismo grazie a lui, ad Akiko Nakadai, sua moglie, e ai loro figli Arturo e Clara.
Alla fine della conversazione il discorso ritorna dove era iniziato. Alla follia necessaria per intraprendere questo mestiere. Cornelissen sorride. Sa che, razionalmente, la scelta non aveva senso. Troppi rischi. Troppa fatica. Troppa incertezza. “Se avessi saputo tutto quello che comportava, probabilmente non avrei mai cominciato”. Poi però si ferma. Guarda le vigne. E lascia cadere l’ultima goccia. Pardon, riflessione. Il vino, dice, è prima di tutto una questione di bellezza. “Io lo chiamo un modello estetico. Tutto parte da un concetto intellettuale, ma poi devi riuscire a tradurlo nella realtà. La vita stessa è una ricerca della bellezza”. Forse è proprio questa la contraddizione che sostiene ogni grande avventura agricola. Sapere che – forse – è tutta una follia. E farla comunque.