Giornale online di enogastronomia • Direttore Fabrizio Carrera
Vino e dintorni

Giulia Monteleone: “Etna in fase di riassetto, ma diventerà un grande terroir del mondo. No all’enoturismo. E vorrei piccole cantine unite nella logistica, basterebbe un capannone…”

Giulia Monteleone Giulia Monteleone

La vignaiola palermitana sbarcata sul vulcano dieci anni fa racconta la sua visione e i suoi progetti. I bianchi supereranno i rossi e al Consorzio dice: "Aumentiamo le rese per ettaro del Carricante". E poi: "Il mio primo mercato? Tra New York e la California..."

Hype, cool, skill. Giulia Monteleone parla dell’Etna usando anche le parole del mondo nel quale si muove: quello di una produttrice giovane che da anni viaggia sui mercati internazionali e che ha fatto del rapporto diretto, empatico e coinvolgente con chi vende i suoi vini una parte del proprio lavoro. Le parole inglesi non sono un vezzo: raccontano una generazione di vignaioli che pensa al vulcano con una prospettiva ormai molto più larga di quella immaginabile. Oggi ha una produzione di oltre 40 mila bottiglie sul vulcano, in una cantina realizzata tre anni fa in contrada Cuba. “In tutto sette ettari”, puntualizza. Ci troviamo nel territorio di Castiglione di Sicilia tra il versante nord e quello est.

Giulia Monteleone, 36 anni, orgogliosamente palermitana, alla vigilia della sua decima vendemmia ha una fotografia precisa del momento che sta attraversando il territorio. “Secondo me vive una fase di riassetto, riassestamento, diciamo così – esordisce in questa intervista a Cronache di Gusto, che fa seguito a quella a Ciro Biondi e a quella realizzata a Marco Nicolosi Asmundo -. Sicuramente è il territorio che forse in Italia, sicuramente nel Sud Italia, sta facendo più parlare di sé all’estero ma non sentiamoci già sul traguardo. È necessario tenere alta l’asticella della qualità. Più qualità diffusa”.

“Ma dopo l’hype arriva il momento delle conferme – prosegue -. Credo che adesso dobbiamo tutti noi, tutti i produttori, davvero spingere l’acceleratore sul far comprendere al consumatore che l’Etna non è più semplicemente un territorio cool in cui fare vino, ma ambisce e ha tutte le carte in regola per essere un grande classico – sottolinea -. Così come possono essere le Langhe o Montalcino”.

Per farlo, secondo Giulia Monteleone, serve innanzitutto fare chiarezza: “Temo che ci sia anche tanta confusione sulle etichette che si trovano sul mercato. Ci sono vini un poco discutibili e che sicuramente possono non aiutare nel far comprendere a tutti come l’Etna davvero possa regalare bevute di grandissimo livello, di grandissima precisione e di grandissima eleganza. Il problema non è, però, l’energia che continua ad arrivare sul vulcano. Quella, anzi, è una ricchezza. E’ anche il bello del territorio: c’è un territorio così vivo, così veramente vulcanico, in cui tanti appassionati, a volte senza nessuna skill, si lanciano in avventure vinicole imprenditoriali”, spiega lei. Il punto è che l’entusiasmo deve trasformarsi in vino. “Parliamo di un territorio che continua ad attrarre piccoli investitori, giovani che vogliono lanciarsi nel mondo del vino. Ma bisogna anche mettere sul mercato dei prodotti che siano al livello di questa passione e di questa ambizione”.

Giulia Monteleone

Perché il rischio, soprattutto all’estero, è immediato. “Se io consumatore, che non conosco l’Etna, ho la sfortuna di cominciare la mia scoperta del territorio con due o tre etichette sbagliate – dice – è chiaro che posso farmi un’idea sbagliata della denominazione”.

Il prezzo e la qualità

Anche il tema dei prezzi va letto dentro questa fase di riassetto. Giulia Monteleone non nasconde le proprie perplessità davanti a bottiglie dell’Etna che superano i cento euro. “A volte, soprattutto quando bevi alla cieca, rimani deluso. La viticoltura dell’Etna è una viticoltura eroica, costosissima. Quasi tutte le operazioni sono effettuate manualmente e soprattutto nelle vigne antiche il cento per cento del lavoro è manuale. Quindi c’è un tema di costi di produzione che è cinque-sei-sette volte superiore ad altri areali e questa è una realtà”.

Per i produttori che hanno già dimostrato di poter fare grandi vini, dunque, i prezzi importanti sono legittimi. “E’ giusto che l’Etna si dia la dignità di altri territori e che ci siano etichette con prezzi importanti. Ma non vale tutto. Ci sono anche tanti vini a prezzi esagerati”, osserva, facendo notare che poi quelle bottiglie restano a lungo sugli scaffali: “Quindi si vede che non funzionano neanche commercialmente…”.

Il futuro parla bianco

Sul futuro della denominazione, Monteleone ha un’idea altrettanto precisa: il peso dell’Etna bianco è destinato a crescere, fino probabilmente a superare quello del rosso in termini di volume. “Secondo me – argomenta – ci sarà uno zoccolo duro dei grandi Etna Rosso, di qualità, di prestigio, e poi un volume maggiore di Etna Bianco, anche più semplici, più di pronta beva. Ma senza ‘forzare’ il Carricante che ha bisogno di tempo”.

Lo dimostra anche la sua esperienza. “Cinque anni fa io vendevo il 70 per cento rosso e il 30 per cento bianco, ora quasi sono al 60 per cento del bianco e al 40 per cento del rosso. Si è quasi ribaltato”. La crescita del bianco è dunque già nei numeri, soprattutto sui mercati internazionali. Ma per Monteleone la qualità resta imprescindibile: “Un Carricante del mio terroir dovrebbe avere almeno sei-nove mesi, se non dodici di affinamento in bottiglia. Sarebbe l’ideale”.

E proprio sul Carricante arriva una proposta al Consorzio: aumentare le rese per ettaro. “I 95 quintali per ettaro sono secondo me una resa bassa, tenendo conto del Carricante, che produce grandissima qualità anche aumentando la produzione. Ecco, porterei la resa a 110 quintali”.

La ragione è quasi tutta nel nome: “Carricante si chiama Carricante perché carica, perché è una varietà produttiva. Oggi, invece, dice, capita di dover lasciare a terra uva durante la vendemmia o declassare il prodotto quando si superano le rese. È un peccato”. Insomma: Giulia Monteleone comprende la logica di chi vuole mantenere il mercato in equilibrio, ma ritiene che la denominazione debba tenere conto anche delle caratteristiche della varietà.

Giulia Monteleone

New York e California

La sua posizione sul futuro dell’Etna nasce anche dall’esperienza concreta sui mercati. La sua azienda produce oggi circa 42 mila bottiglie e gli Stati Uniti rappresentano il mercato più importante, con New York e California in prima fila. Ma conquistare un mercato non significa semplicemente trovare un distributore. “Bisogna essere presenti, conoscere i clienti, fare team con i venditori”, puntualizza lei. “Quest’anno sono già stata quattro volte negli Usa”.

Per Monteleone anche una giornata commerciale andata male può essere una giornata utile. “Per me è sempre importante fare team con i vari buyer e rappresentanti commerciali, stare con loro, pranzare insieme. Io parlo dei vini, del territorio, tu domani andrai sul mercato con un’energia, una conoscenza diversa”.

Perché, alla fine, “sono loro i nostri primi ambassador”. È una filosofia che spiega anche perché Monteleone non abbia intenzione di inseguire i volumi. “Non voglio aumentare la produzione, assolutamente. Quest’anno manterrò i numeri dell’anno scorso, se riesco”. Il progetto è consolidare, non moltiplicare.

Oggi le etichette sono sei. “Non ho in vista di aggiungere etichette. Credo che per i miei numeri aziendali vada bene così. Meglio concentrarsi sui cru. Quello che voglio fare è tirare fuori dei cru di qualità sempre maggiore”.

Un grande magazzino condiviso

Se Monteleone dovesse scegliere un investimento strategico per il sistema Etna, non sceglierebbe una nuova bottiglia. Sceglierebbe un’infrastruttura. “Sarebbe bello, ad esempio, se un gruppo di piccoli produttori come me riuscisse insieme a ragionare per avere un magazzino condiviso dove poter stoccare le bottiglie, perché questo è un problema che abbiamo tutti e la logistica è un aspetto molto importante per l’efficienza di un’azienda”, spiega.

La sua idea è molto concreta: “Se io avessi 500 mila euro da investire, farei subito un capannone in una zona edificabile di 1.500-2.000 metri quadri da condividere con cinque-sei aziende o anche più. Una struttura snella, agevole, che possa aiutare la logistica. Serve fare sistema per risolvere un problema quotidiano che riguarda molte piccole cantine del vulcano”.

“L’enoturismo? Non ci credo”

Altro capitolo, quello dell’enoturismo, sul quale Monteleone prende una posizione netta. “Io vedo anche qui nell’enoturismo molta improvvisazione – dice -. Tu non puoi aprire casa o comunque aprire cantina, preparare il tagliere di salumi e formaggi, servire tre bicchieri di vino e poi richiedere anche cifre importanti, nonostante un’esperienza che poi secondo me non aggiunge nulla”.

Non è l’accoglienza in sé a essere sotto accusa, ma un modello che confonde il consumo con l’esperienza. Monteleone racconta di aver fatto quasi un esperimento personale. “Il 90 per cento delle persone che incontro e che mi dicono ‘sono stato sull’Etna, sono stato in giro per cantine’, quando chiedo ‘dove sei stato?’, non si ricordano. Non si ricordano nulla, devono prendere il cellulare e controllare dove sono stati e che vino hanno bevuto. Io apro l’azienda soltanto in occasioni precise. Ad esempio quando ci sono addetti ai lavori qualificati, dei professionisti del vino, dei gruppi che magari mi propone un mio importatore o un mio cliente importante. Altrimenti no”.

Più qualità, meno improvvisazione

Alla fine, il discorso torna da dove era partito. L’Etna è in una fase di riassetto e ora deve scegliere cosa diventare. La ricetta di Monteleone sta in poche parole: “Qualità e poca improvvisazione. Progetti che abbiano un senso e che investano sul territorio. Non significa che tutti debbano avere immediatamente una grande cantina o possedere ettari di vigneto. Non tutti possiamo permetterci con uno schiocco di dita di costruire una cantina da un giorno all’altro. È giusto che ci sia una progressione negli anni e nel tempo e che ci si fortifichi a livello imprenditoriale”.

Ma una cosa, per lei, deve esserci fin dall’inizio: “La visione”. E la visione, in fondo, è quella di un’Etna capace di uscire definitivamente dalla fase della scoperta per entrare in quella della consacrazione. “Più qualità, più qualità, più qualità diffusa”. Una parola, ripetuta tre volte. Perché, secondo Giulia Monteleone, l’Etna “ha ormai tutte le carte per diventare un grande classico del vino mondiale”.