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L'intervista

Nino Barraco: “Sogno una Doc per il Marsala pre-British. I vini naturali? Definizione superata, i miei sono culturali. E su Grillo e Nero d’Avola…”

Nino Barraco Nino Barraco

Il vignaiolo marsalese si racconta tra il passato del suo territorio e le prospettive. "Possiamo fare moltissimo, qui c'è un potenziale enorme ma bisogna partire dal lavoro agricolo". Per lui un anno di soddisfazioni con i riconoscimenti delle principali guide

Nino Barraco, quale è il tuo primo ricordo legato al vino?
“Io a sette anni, a Marsala, a casa di mia nonna, alle cinque del pomeriggio. Mi chiamava in cucina, prendeva una fetta di pane, magari del giorno prima, ci stendeva un velo di zucchero. Poi prendeva un bicchiere e versava un goccio, dico un goccio, di vino. Era la mia merenda”.

Merenda alcolica?
“Si faceva così in tutte le case dei marsalesi, soprattutto in quelle di chi viveva in campagna. Il vino? Un grillo ossidato molto probabilmente, un pre-British”.

Sorride questo vignaiolo di 51 anni che ha cominciato a produrre vino nel 2004, dopo una laurea in Scienze politiche che ha messo nel cassetto ma che gli è servita moltissimo per tentare di capire il mondo. E se fai vino, e lo fai per venderlo nel mondo, devi capire tanto non solo di agricoltura ed enologia. Fin dall’inizio Barraco ha cominciato la sua avventura professionale con una convinzione precisa: restituire voce al territorio attraverso vitigni autoctoni, vinificazioni rispettose della materia prima e un approccio artigianale lontano dall’omologazione. E da lì non si è più mosso. Oggi la sua azienda produce circa 85 mila bottiglie, con una presenza consolidata sul mercato italiano e una rete di esportazione che raggiunge diversi Paesi.

Nell’ultimo periodo sono arrivati anche tre importanti riconoscimenti per altrettante etichette della tua azienda. Un bilancio che ti rende orgoglioso?
“Sì, molto. L’annata si sta concludendo bene per l’azienda Barraco, con tre riconoscimenti arrivati recentemente su tre etichette diverse. Lo Zibibbo ha ottenuto i Tre Bicchieri del Gambero Rosso, il Biancammare è stato inserito nella guida Vitae 2027 e l’Alto Mare 2024 ha ricevuto il premio Vino Slow della guida Slow Wine. Sono risultati che ci fanno piacere e che rappresentano una bella soddisfazione per il lavoro svolto”.

Come è andata la vendemmia 2026?
“Direi bene con una preoccupazione”.

Quale?
“Che a causa del troppo caldo le gradazioni saranno alla fine un po’ più alte del del solito e questo mi mette un pochino di ansia. Penso ai miei clienti…”.

Ma chiedere la gradazione di un vino non è come chiedere l’età a una donna?
“Bella battuta. La posso fare mia?”

Certamente. E ora torniamo al tuo primo ricordo. Quel vino della tua infanzia è quel Marsala pre-British di cui tanto si parla oggi?
“Esatto, era il vino ossidato di Marsala, quello che oggi conosciamo anche come pre-British o vecchio Marsala: il vino che esisteva prima degli inglesi. I quali, trovarono questa tipologia e, fortificandola, diedero origine al Marsala che conosciamo. Oggi si torna a parlare della possibilità di riconoscere nuovamente nel disciplinare anche questa versione non fortificata. Sarebbe una sorta di riconciliazione dopo due secoli e mezzo”.

Quando hai deciso di diventare vignaiolo?
“Ho iniziato nel 2004, dopo la laurea in Scienze politiche. Era un periodo in cui il vino andava molto di moda, ma a produrlo erano soprattutto grandi aziende, spesso attraverso vitigni internazionali e tecniche molto sofisticate. Assaggiavo vini talmente perfetti da non riuscire a sentire né il territorio né l’uva da cui provenivano. Mi sono detto che dovevo fare un vino capace di parlare il dialetto: utilizzare i vitigni autoctoni, senza barrique e senza chimica, per raccontare davvero il nostro territorio”.

Una scelta che, a Marsala, significava anche ripartire quasi da zero.
“Sì. A parte Marco De Bartoli, mancava una vera storicità nella produzione di vino da tavola. Io sono stato il primo figlio di contadini a mettersi a fare vino in questo modo. Mio padre era mezzadro e non produceva vino. Il salto più importante, però, è stato laurearmi e tornare in campagna con una mentalità diversa. Oggi non si può più fare l’agricoltore senza sapere dove si vuole andare. Serve una consapevolezza assoluta, perché l’agricoltura rischia di diventare soltanto industria agricola. E io non voglio farne parte”.

Ti riconosci nella definizione di vino naturale?
“Il concetto è stato un po’ deformato. All’inizio si parlava di vino naturale per indicare un vino fatto senza chimica, ma il vino è sempre un prodotto culturale. Può essere definito naturale, ma è comunque il risultato di un gesto umano. Io faccio vino senza chimica e nel modo più tradizionale possibile”.

Che cosa è successo al movimento dei vini naturali?
“All’inizio c’erano persone che portavano avanti un’idea forte, innovativa e rivoluzionaria, in un momento in cui questi vini non erano affatto ben visti. Poi sono arrivate aziende interessate soprattutto all’affare e si è diffuso l’equivoco per cui un vino naturale dovesse essere necessariamente un vino imperfetto. Per questo alcune aziende, come la mia, hanno smesso di riconoscersi in quella definizione. Preferisco parlare di vini artigianali, fatti da persone che hanno cultura: vini culturali”.

Che cosa intendi con questa espressione?
“Il vino è la sintesi di un’evoluzione e di una selezione di piante che coinvolge i nostri antenati. È una trasmissione di conoscenze tra persone provenienti da parti diverse del mondo. Riesce a creare empatia tra chi si siede a tavola, è un veicolo di socialità e un modello di mediterraneità. Dovremmo smettere di considerarlo soltanto una bevanda alcolica. Naturalmente non bisogna bere quando ci si deve mettere alla guida, né esagerare, ma da qui a criminalizzare il vino ce ne passa”.

Il Marsala e il desiderio di tornare alle origini

Tu non produci Marsala. Perché?
“Per rimanere fedele all’idea che il vino si faccia soltanto con l’uva. Non voglio aggiungere altri ingredienti”.

E come sta il Marsala?
“Sta molto male. Manca la volontà di investirci seriamente. Anni fa, quando ero assessore all’Agricoltura del Comune di Marsala, ho provato a costruire una squadra e ho trovato l’adesione di oltre il 90 per cento delle aziende. Ma mancavano proprio quelle che avevano maggiore peso. Negli ultimi anni sono usciti libri e documentari, anche sul pre-British, e forse qualcosa si è mosso. I piccoli produttori hanno contribuito a far capire che esiste uno spazio di crescita, attraverso una buona comunicazione e qualche innovazione. Il mio timore, però, è che i protagonisti siano sempre gli stessi”.

Che cosa servirebbe per rilanciare il territorio?
“Il nuovo sindaco conosce bene le piccole realtà produttive marsalesi. Sarebbe auspicabile organizzare un grande evento internazionale dedicato ai vini ossidativi. Nel mondo ci sono migliaia di fiere, ma pochissime sono realmente dedicate a queste tipologie. Anche VinOro, che un tempo si svolgeva a Marsala, pur con tutti i suoi limiti, era un appuntamento importante. Ci sarebbe bisogno di ricreare un evento di qualità, con le aziende unite e la volontà di richiamare visitatori da tutto il mondo”.

Come dovrebbe essere questo appuntamento?
“Dovrebbe mettere insieme i nostri vini e la gastronomia. Il Marsala e i vini ossidativi stanno benissimo con molti piatti della tradizione siciliana, alcuni dei quali sono ormai conosciuti a livello internazionale. Dobbiamo far sognare le persone attraverso questi abbinamenti. Il Marsala, del resto, non ha mai perso il suo fascino: quando incontro colleghi e appassionati e comincio a parlarne, rimangono a bocca aperta”.

Che cosa rende il Marsala così speciale?
“È un vino magico, un vino immortale. Il principale nemico del vino è l’ossidazione. Ma se il vino è già ossidato, ha già sconfitto il suo nemico e diventa immortale. È un vino che può attraversare i secoli conservando il proprio fascino”.

Il tuo desiderio, dunque, è produrre un Marsala Doc in versione pre-British?
“Il mio desiderio è che questa tradizione trovi finalmente il riconoscimento che merita. Il pre-British appartiene alla storia di Marsala e rappresenta una parte importante della nostra identità enologica. Vorrei che ci fosse la possibilità di valorizzarlo, senza perdere il legame con le sue origini”.

Il Grillo, un vitigno da non omologare

Il Grillo è il vitigno che più ti rappresenta?
“È un vitigno molto contemporaneo, estremamente eclettico, con cui si possono fare vini del passato e vini del presente. Ma bisogna stare attenti a non snaturarlo”.

Negli ultimi anni hai contestato anche alcuni aspetti del disciplinare e della valutazione delle etichette. Che cosa è successo?
“Dal 2021, quando la nostra etichetta di Grillo non è stata approvata per la prima volta, abbiamo scelto di non presentare più le nostre etichette. Noi produciamo Grillo dal 2004, mentre il consorzio è molto più recente. Negli anni sono state respinte anche etichette di produttori con una storia ancora più lunga della nostra. Evidentemente il Grillo che hanno in mente le commissioni non coincide con quello che ho in mente io”.

Pensi che il problema sia legato a un diverso modo di intendere il vino?
“Non voglio dire che il mio sia giusto e quello degli altri sbagliato. Credo, però, che dovrebbe esserci maggiore apertura verso espressioni differenti. Può darsi che nei nostri vini non si trovino alcuni profumi o caratteristiche che le commissioni cercano. Ma questo non significa che non siano espressioni autentiche del vitigno. E in ogni caso mi piacerebbe aprire un dialogo sull’argomento”.

Quali sono i rischi di un modello produttivo troppo condizionato dal mercato?
“Il rischio è ripetere quello che è successo al Nero d’Avola negli anni Duemila. Ancora oggi, quando faccio assaggiare il mio Nero d’Avola, mi capita di sentirmi dire che non è il Nero d’Avola che ci si aspetta. Molti si sono abituati a pensarlo come un vino da 15 gradi, da mangiare quasi con coltello e forchetta. Ma non è così. Il Nero d’Avola, come il Grillo, può avere una bellissima acidità e una grande freschezza, oltre alla struttura. Non è soltanto potenza. Il rischio è che, per decenni, ci ritroviamo con un vitigno che il consumatore finisce per odiare”.

Il futuro della campagna e il valore del territorio

Al di là delle questioni legate al vino, che cosa ti preoccupa maggiormente oggi?
“L’agricoltura italiana e quella della provincia di Trapani. Vedo un fuggi-fuggi dalle campagne e vedo che chi rimane spesso non riesce più a fare agricoltura come dovrebbe. L’industria agricola è un’altra cosa. Avremmo bisogno di recuperare un rapporto più forte con il nostro territorio, ma serve anche una volontà politica. Se continuiamo a far arrivare prodotti da Paesi terzi soltanto per effetto degli accordi internazionali, rischiamo di rinunciare al nostro grano, al nostro olio e a una parte importante della nostra capacità produttiva”.

La crisi riguarda anche il paesaggio viticolo?
“Certamente. Io mi sento anche un architetto paesaggista. Quando faccio l’agricoltore, contribuisco a costruire e mantenere il paesaggio. Ho vigneti ad alberello con piante che arrivano a settant’anni. Ogni anno, però, ci sono meno persone capaci di lavorarli. Mi chiedo chi se ne occuperà tra dieci anni, chi continuerà a potarli e a raccoglierne l’uva. Senza un numero sufficiente di persone preparate, non si possono meccanizzare certe lavorazioni. Rischiamo di perdere bellezza e qualità insieme”.

Il territorio di Marsala ha ancora un grande potenziale?
“Assolutamente sì. Abbiamo un territorio straordinario e una grande vocazione. Ma non dimentichiamo che per fare grandi vini servono grandi uve e, per ottenere grandi uve, bisogna lavorare bene in campagna. Il territorio da solo non basta: è il lavoro agricolo che permette di esprimerlo”.

Un mercato da riconquistare

La contrazione dei consumi ti preoccupa?
“Mi preoccupa in generale, perché sta creando un momento di difficoltà per tutto il settore agricolo. Nel mio piccolo, però, sono meno preoccupato: facciamo prodotti culturali, rivolti a un pubblico ristretto ma fedele. Finché continueremo a fare qualità, i nostri clienti continueranno a seguirci».

Come si può avvicinare nuovamente il pubblico al vino?
“Dobbiamo comunicarlo meglio e in maniera più semplice. Probabilmente ci sono troppi passaggi nella filiera che contribuiscono a gonfiare i prezzi. Noi produttori, considerando anche l’inflazione degli ultimi anni, siamo stati abbastanza bravi a mantenere prezzi accessibili. Ma dobbiamo interrogarci anche sulle nostre responsabilità e lavorare per avvicinare il vino ai consumatori”.

Le fiere sono ancora uno strumento utile?
“Sicuramente, forse oggi più che mai. Ma dovrebbero tornare a dialogare anche con il consumatore finale. Negli anni Duemila abbiamo cercato di renderle sempre più specialistiche, e questo ha comportato anche un aumento dei costi. Adesso che i consumatori diminuiscono, forse è arrivato il momento di ripensare quella strategia”.

E l’enoturismo?
“Ci credo, ma è un’attività che richiede una mentalità specifica e un’organizzazione adeguata. È un altro lavoro, e questo deve essere chiaro. Servirebbero anche regole più comprensibili da parte dello Stato, perché spesso non è chiaro che cosa si possa fare e che cosa no”.

Quali mercati ritieni più importanti per i tuoi vini?
“L’Italia rappresenta circa il 65 per cento delle nostre vendite, mentre il restante 35 per cento è distribuito sui mercati esteri, tra cui Inghilterra, Canada, Stati Uniti e Australia. Essendo il vino un prodotto culturale, servono mercati con una conoscenza storica del vino. Italia, Francia e Inghilterra sono Paesi in cui il consumo appartiene da sempre alla vita quotidiana e alla cultura delle famiglie. È su queste basi che dobbiamo continuare a costruire”.

Se dovessi riassumere la tua idea di futuro in una frase?
“Dobbiamo tornare a riconoscere il vino per quello che è: un prodotto culturale, un’espressione del territorio e un veicolo di socialità. E dobbiamo avere il coraggio di difendere le nostre radici, senza inseguire ogni moda. Il vino deve parlare la lingua del luogo da cui proviene”.