Ve lo sareste mai immaginato che in Francia non si possa bere un calice di vino in una giornata d’estate? E’ esattamente quello che sta accadendo a Parigi. L’Oltralpe, il Paese di Bordeaux, dello Champagne, della Borgogna. Sì, la nazione che insieme all’Italia rappresenta l’immaginario mondiale del vino. Da oggi in alcune realtà – ad esempio nella capitale Parigi – è vietata temporaneamente la vendita di alcolici e il consumo negli spazi pubblici. Succede davvero. Non per motivi di ordine pubblico, non per una campagna contro il vino, ma perché il caldo è diventato un’emergenza sanitaria.
A Parigi in queste ore si sono sfiorati i 41 gradi. Gli ospedali lavorano al limite della capacità. I medici registrano un aumento dei colpi di calore, dei malori e degli arresti cardiaci. In queste condizioni anche l’alcol diventa un fattore di rischio: favorisce la disidratazione, altera la percezione della fatica e può aggravare gli effetti delle temperature estreme. Per questo le autorità hanno deciso di limitarne temporaneamente la vendita da asporto e il consumo nelle aree pubbliche, lasciando invece aperta la possibilità di bere nei ristoranti e nei locali.
È una notizia che colpisce perché tocca un simbolo. Ne abbiamo parlato con Giancarlo Gariglio, curatore della Guida Slow Wine di Slow Food e divulgatore del vino: “La cosa che mi preme di più dire intanto è che il clima è ‘impazzito’. Non è un episodio isolato: sono diversi anni che viviamo situazioni estreme. Anche come Slow Food cerchiamo da tempo di porre attenzione su questi temi, con molte attività di sensibilizzazione. Quando il clima diventa così difficile da gestire, le conseguenze ricadono direttamente sulla vita quotidiana e le autorità intervengono su più fronti, spesso in modo emergenziale. Questa decisione presa in Francia non è l’unica restrizione adottata: ce ne sono molte altre, dai limiti agli eventi pubblici fino ai concerti e ai festival. Il divieto sull’alcol rientra in una politica più ampia di difesa dei cittadini dal caldo estremo. Non riguarda solo il vino o l’alcol in sé, ma una serie di misure di contenimento del rischio”.
Giancarlo Gariglio
Il punto è che il vino, in Francia, non è semplicemente una bevanda. È economia, cultura, paesaggio, turismo, identità nazionale. Eppure oggi perfino uno dei maggiori produttori mondiali è costretto a mettere la salute pubblica davanti alla tradizione. Forse è proprio questo il focus. Il cambiamento climatico non sta modificando soltanto le vigne, anticipando vendemmie e cambiando gli equilibri produttivi. Sta iniziando a modificare anche i nostri comportamenti quotidiani.
“Non so se il provvedimento appena adottato diventerà una tendenza strutturale – prosegue Gariglio -. Sicuramente dobbiamo difenderci da temperature estreme sempre più frequenti. In questo senso limitare il consumo di alcol all’aperto o in determinate condizioni può avere una sua logica. Detto questo, non credo che sia la soluzione del problema. È una misura emergenziale, una toppa su una situazione molto più ampia. Il problema è il cambiamento climatico, non il singolo comportamento. Se questa notizia può avere un effetto culturale o anche di percezione e può contribuire, indirettamente, a rallentare il consumo? Direi di no – chiarisce il curatore della della Guida Slow Wine -. La percezione generale va già nella direzione di una maggiore responsabilizzazione del consumo, un po’ come avviene per i superalcolici. Ma il punto vero è un altro: il cambiamento climatico e l’aumento delle temperature ci mettono davanti a sfide molto più grandi, che non si risolvono con un divieto temporaneo. Servono altre iniziative, più strutturali. Questa è una misura tampone”.
Resta la realtà: per decenni il vino è stato raccontato come parte integrante della dieta mediterranea e della convivialità europea. Oggi nessuno mette in discussione il valore culturale di un consumo moderato, ma situazioni climatiche eccezionali impongono inevitabilmente nuove cautele. E divieti come quello parigino rappresentano un ulteriore segnale di come anche il rapporto con l’alcol sia destinato a cambiare (fa riflettere il fatto che la Francia sia tra i Paesi che consumano più vino al mondo in una classifica che racconta quanto il vino sia ancora profondamente radicato nella cultura di questo Paese).
La domanda, allora, è inevitabile: siamo davanti a una misura eccezionale destinata a restare isolata oppure a un’anticipazione di ciò che potremmo vedere sempre più spesso nelle estati europee? “Non so con certezza se questo provvedimento può esser replicato in Italia, ma è una possibilità. Siamo nell’Unione Europea, quindi ciò che accade in un Paese può essere osservato e, in alcuni casi, replicato in altri. Più che questo però mi preoccupa la condizione climatica in sé, più che la riduzione del consumo di alcol. È una situazione seria, che richiede una riflessione aperta su dove stiamo andando”, dice Gariglio.
Allora c’è da chiedersi: con queste estati sempre più calde, cambia anche il modo di bere vino? Vedremo meno rossi e più bianchi e bollicine? “Sì, è una sensazione fondata: è un fenomeno già in atto da tempo – puntualizza Gariglio -. Soprattutto in estate si consuma sempre più vino bianco, fresco. Anche rosati e bollicine. Per quanto riguarda i rossi, si sta andando anche verso una riduzione del grado alcolico e un servizio a temperature più basse”.
“È un cambiamento ormai acquisito sia da chi produce sia da chi serve il vino. La direzione è questa – conclude il divulgatore -. Se sia una moda o un trend strutturale, non sta a noi dirlo. I dati però confermano che il fenomeno è già consolidato”. Una cosa, però, possiamo immaginarla con un sorriso. Il parigino che torna a casa, accende l’aria condizionata, si sdraia sul divano e stappa una bottiglia di Champagne, probabilmente continuerà a farlo. Perché l’ordinanza può vietare un bicchiere in strada, ma non può cancellare secoli di cultura del vino.