Oggi, come ogni 28 maggio, si celebra l’Hamburger Day, la giornata dedicata a uno dei cibi più popolari e riconoscibili al mondo. Un prodotto che continua a dominare consumi, social network e ristorazione, nonostante gli anni della grande attenzione verso vegetarianesimo, veganesimo e sostenibilità alimentare.
Ma come si spiega il successo di un alimento spesso associato alla carne e al fast food proprio mentre cresce la sensibilità verso modelli alimentari alternativi? Lo abbiamo chiesto a Gianfranco Marrone, professore ordinario di Semiotica all’Università di Palermo. “Non parlerei di un vero paradosso – spiega Marrone -. Le società contemporanee non si muovono mai in una sola direzione: convivono tendenze diverse, spesso anche in conflitto tra loro. Da una parte cresce l’attenzione verso vegetarianesimo, veganesimo e sostenibilità, dall’altra restano forti modelli alimentari legati alla carne e al consumo immediato”. Perché l’hamburger lo mangi per strada, a un tavolo, da solo o con gli amici. E in gergo viene definito per questo “comfort food”.
Secondo il semiologo, esistono anche molte “zone intermedie”, rappresentate per esempio dai burger di soia, che mantengono forma, linguaggio e immaginario dell’hamburger tradizionale pur eliminando la carne. Prodotti che cercano di tenere insieme sensibilità ecologica e desiderio di continuità culturale. Marrone invita inoltre a ricordare le origini storiche del piatto: “L’hamburger – non dimentichiamolo – nasce in Germania, come suggerisce il nome stesso legato alla città di Amburgo, anche se spesso si tende a considerarla una pietanza tipica degli americani. Era una polpetta di carne consumata dai lavoratori del porto: un cibo pratico, popolare”.
Un alimento semplice e immediato che nel tempo si è trasformato in simbolo globale, capace di attraversare classi sociali, culture e modelli gastronomici, fino a entrare anche nella ristorazione gourmet. Il tema, però, oggi non è soltanto gastronomico. Negli ultimi anni il consumo di carne è diventato sempre più oggetto di dibattito culturale e politico, soprattutto negli Stati Uniti, dove una parte della comunicazione conservatrice e trumpiana ha trasformato la bistecca e l’hamburger in simboli identitari. “Oggi il cibo è fortemente politico e identitario – sottolinea Marrone -. In molti Paesi, e in particolare nei movimenti della destra contemporanea, si pigia forte il pedale sull’identità alimentare come simbolo culturale e ideologico”.
Eppure, proprio l’hamburger sfuggirebbe a una definizione troppo rigida. “Paradossalmente è una pietanza nomade, non identitaria”, chiude Marrona. Ovvero: nasce in Europa, si trasforma negli Stati Uniti e poi diventa globale. Un cibo che cambia continuamente “e che proprio per questo non appartiene davvero a una sola cultura o a una sola visione politica”.


