Quattro generazioni legate alla vigna e al vulcano. La famiglia Calcagno ha attraversato le trasformazioni del territorio, dalla stagione in cui fare vino era soprattutto un lavoro contadino alla scoperta internazionale del fenomeno Etna. Vignaioli da tante generazioni, a Passopisciaro da metà dell’Ottocento, adesso sette ettari di vigneti tra quelli di proprietà e un paio in affitto e circa 40 mila bottiglie che volano e si stappano anche in tanti Paesi esteri.
Oggi, di fronte a un mercato che registra rallentamenti, pressioni sui prezzi delle uve e una maggiore selezione da parte dei consumatori, Giusy Calcagno e lo zio Gianni invitano a non parlare di crisi. “Diciamo che viviamo una fase di assestamento, non facciamoci prendere dalla paura, anzi è un momento in cui rilanciare il territorio sempre più verso la qualità, non abbiamo alternative”, precisano all’inizio di questa lunga intervista con Cronache di Gusto. Frasi, parole, previsioni, orizzonti. E una convinzione: “Bianchi e rossi sull’Etna non sono in competizione. Sono due facce di un unico grande terroir”.
Come sta l’Etna del vino? Si parla di tanto vino ancora in cantina, di calo dei consumi, di difficoltà a venderlo…
Giusy Calcagno: “Credo sia troppo semplice dire che il problema sia “troppo vino”. Quello che stiamo vivendo è sicuramente un cambiamento molto profondo nelle abitudini di consumo e nel modo in cui il vino viene acquistato e raccontato. Il consumatore oggi è molto più selettivo. Quando sceglie una bottiglia vuole che dietro ci sia un significato e questo è particolarmente importante anche per un piccolo produttore”.
Quindi che succede?
Giusy: “Stiamo vivendo una fase diversa, più matura. C’è stata una fase di scoperta. Ma per fortuna c’è ancora attenzione verso vini meno costruiti, più leggibili, capaci di raccontare il luogo da cui provengono. Potenza, eleganza, freschezza, riconoscibilità del territorio: sono caratteristiche che rientrano perfettamente sull’Etna. E dobbiamo evitare di parlare di moda. L’Etna deve impegnarsi a diventare definitivamente uno dei grandi territori classici del vino”.
Ci sono effettivamente giacenze e una pressione sui prezzi?
Giusy: “Sì, in generale c’è una pressione sia sui prezzi sia sulle giacenze. Ma è una dinamica che riguarda un territorio che è cresciuto molto negli anni precedenti. Io penso che stiamo vivendo una fase di assestamento e consolidamento”.
Questa fase vi preoccupa?
Giusy: “No. Fa parte dei cicli economici e di una fase di evoluzione”.
Si parla anche del crollo del prezzo delle uve, Carricante in particolare. È vero?
Gianni Calcagno: “C’è sicuramente una pressione. Ma credo sia importante distinguere il prezzo dalla materia prima, cioè dal valore di un vino che nasce dalla vigna e da un determinato lavoro. Il Carricante è uno dei vitigni a cui siamo più legati, uno dei più importanti. Dobbiamo evitare che venga considerato soltanto in termini di prezzo. Dobbiamo dargli un valore a prescindere. Quello culturale, quello che viene fuori in una bottiglia. E c’è anche il valore del produttore, della sua capacità di fare un vino di alta qualità anche in un territorio difficile come il nostro. Se guardiamo alla faccenda dell’uva nel suo complesso la questione prezzo diventa molto relativa”.
Quindi, di fronte a un eccesso di offerta e a un calo dei prezzi, la qualità può difendere il valore dell’uva?
Giusy: “Sì. Se l’uva è buona, avrà sempre un valore. Il prezzo deve essere giusto, congruo con quello che è il mercato, ma deve essere giustamente remunerato anche il lavoro del produttore. Altrimenti si rischia di non avere più qualità nelle uve. La risposta è sempre la qualità. E bisogna considerare anche quanti nuovi impianti sono stati realizzati”.
È probabile che ci sia stata una corsa a piantare vigneti e a creare aziende agricole più di quanto la domanda possa assorbire?
Giusy: “Sull’Etna c’è stata sicuramente una forte accelerazione. Mentre la vigna è lenta per definizione. Ci sono contrade dove fino a cinque anni fa non esistevano vigneti. Non si può piantare oggi e determinare già il valore di quel vigneto. Così come non crediamo che la soluzione sia non investire. Serve maggiore consapevolezza. E per ottenerla c’è bisogno di attenzione, calma e lentezza, così com’è la vigna per definizione. Non abbiamo bisogno di più bottiglie. Il territorio non deve essere una moda, ma deve diventare veramente un grande classico”.
Quindi qual è la strategia per superare questa fase?
Gianni: “Puntare sulla qualità e sulla leggibilità del territorio, ma anche cercare di capire dove stiamo andando nella nostra evoluzione. Dobbiamo capire come si muovono i mercati e la domanda, per riuscire a capire anche di quali quantità abbiamo bisogno. Ripetiamo: non si parla di più bottiglie, ma di più autenticità. Solo così possiamo garantirci un futuro longevo, a prescindere dalla moda”.
Il valore dei terreni è in calo?
Giusy: “Non credo. Visto l’andamento del prezzo delle uve, si potrebbe pensarlo, ma… Anzi, penso che ci possa essere non solo un consolidamento dei prezzi, ma anche una valutazione ancora in crescita nel futuro. Dopo anni di grande intensità e di grande crescita è normale che in questo momento ci sia anche una fase di selezione. E non dobbiamo considerare un terreno dell’Etna in senso generico. Bisogna considerare altitudini, esposizioni, contrade, suoli, vigne vecchie. Sono tutte variabili che cambiano il valore”.
Una vostra idea è quella di dare un valore diverso alle vecchie vigne…
Giusy: “Sì. Sull’Etna manca, per esempio, una classificazione in base alla qualità che possa spiegare meglio queste differenze. Ci vorrebbe secondo noi un censimento delle vecchie vigne per tirare fuori un albo magari con quelle di oltre 50 anni. E sarebbe importante che questo valore venga espresso anche in etichetta”.
Che cosa manca oggi, sull’Etna?
Giusy: “Manca un linguaggio comune e una classificazione in base alla qualità. Però l’Etna non può essere riconoscibile soltanto attraverso il racconto del vulcano o dell’attività di viticoltura eroica. Deve essere qualcosa che viene raccontato direttamente attraverso il vino. L’Etna deve essere raccontata dal vino e non viceversa. Per troppo tempo abbiamo raccontato il valore delle nostre vigne attraverso il vulcano. Oggi dobbiamo raccontare la coerenza, la continuità stilistica, l’identità del vino senza per forza ricorrere al vulcano”.
Come sarà la vendemmia 2026? Avete cominciato?
Gianni: “No. Credo che inizieremo tra pochi giorni con i bianchi. Per quello che posso vedere, mi sembra una bellissima annata. A parte la parentesi del grande caldo, che qualche problema sicuramente l’ha creato, se hai lavorato bene in vigna riesci comunque a ottimizzare il raccolto. Quest’anno fino a giugno ci sono state piogge sul nostro territorio. Anche ad agosto ci sono state piogge molto utili per le vigne. Adesso stiamo aspettando che la maturazione arrivi nel modo ottimale. Io mi aspetto una bella annata”.
Il caldo estivo vi preoccupa?
Gianni: “Adottando determinati sistemi di lavorazione riesci a proteggerti. Abbiamo fatto anche uno studio insieme all’università di Catania sul cambiamento climatico e la viticoltura sull’Etna. È emerso che da noi non c’è stata una grande fase di trasformazione delle pratiche agricole e viticole: abbiamo conservato molto di quello che apparteneva alla tradizione. L’agricoltura tradizionale è biologica e biodinamica nella sua essenza, nella sua natura. E tutto quello che abbiamo conservato ha permesso di avere piante nelle nostre vigne che hanno anche cento anni. Le vigne vecchie riescono a mantenere l’acqua e soffrono meno lo stress del caldo. Alla fine l’intervento dell’uomo è soprattutto un lavoro di relazione con la vigna”.
La manodopera per gestire i vigneti si trova facilmente? È locale o viene da fuori?
Giusy: “È una delle questioni più controverse della viticoltura contemporanea. Mio zio Gianni dice sempre che il lavoro in vigna richiede competenza e tempo. La nostra è una viticoltura difficile, con pendenze e vigne vecchie che non possono essere trattate come un vigneto industriale. Quindi è fondamentale una conoscenza legata alle persone e al territorio. La domanda è: come facciamo a trasmettere ai giovani il valore culturale ed economico di questo mestiere? Perché se perdiamo le persone capaci di conoscere e lavorare la vigna, perdiamo un patrimonio dell’Etna. Oggi siamo ancora una piccola azienda e riusciamo a lavorare le vigne con una manodopera locale che ci segue storicamente da tempo”.
Voi siete etnei da sempre. Come il vino ha cambiato la vostra famiglia e il territorio?
Gianni: “Il vino ha dato una possibilità a questo territorio. Parlo soprattutto della mia generazione. Ha fatto sì che queste terre non venissero abbandonate. E non è una questione che riguarda soltanto il rispetto del suolo, dell’aria e della nostra terra. È qualcosa di molto più profondo, che riguarda la comunità locale”.
La vostra famiglia è a Passopisciaro da molto tempo?
Giusy: “Sì. Dalla fine dell’Ottocento. I miei bisnonni avevano già delle vigne qui. Le vigne erano della famiglia di mia nonna e mio nonno era venuto a Passopisciaro per lavorare. Si sono conosciuti durante una vendemmia. A quanto mi raccontava mio nonno, il paese durante le vendemmie si trasformava completamente. Venivano persone da altre zone, anche dalla zona costiera, per lavorare qui. Era un grande territorio di vigne. Anche il nostro dialetto è diverso rispetto ai paesi vicini”.
Diamo la parola allo zio Gianni: com’era Passopisciaro allora?
Gianni: “Il periodo che racconta Giusy è quello in cui il lavoro c’era, c’era il commercio del vino e il paese era molto popolato. Poi è arrivata una fase di decadenza e di spopolamento, soprattutto negli anni Settanta e Ottanta. Quando il commercio del vino è praticamente scomparso, i vigneti sono rimasti soprattutto per una produzione destinata quasi all’uso proprio. Non c’era più commercio. Questa situazione è andata avanti fino agli anni Duemila. Poi è ripartito tutto, ma con una visione molto diversa. Prima si tendeva alla quantità. Bisognava coltivare per ottenere quantità. Poi è diventato necessario puntare sulla qualità. E oggi questo è importantissimo, perché il territorio dell’Etna ci offre la possibilità di avere vini veramente d’eccellenza”.
Qual è la vostra idea di vino?
Giusy: “Parlo sempre di quello che sento. Il nostro vino, per me, è un luogo dentro che mi appartiene, dove mi riconosco ogni volta che voglio farlo. Cerchiamo di fare vini che abbiano qualcosa da dire. Il nostro vino è un prodotto fatto con onestà e amore. La mia famiglia ha veramente un legame sacro con questi territori. È un incontro tra la mia famiglia, la montagna, le vigne e il tempo. È il lavoro di ogni giorno di mio zio Gianni e di mio padre Franco, che significa essere qui sempre, nonostante tutto. È la voglia di fare un vino che dica soprattutto chi siamo e dove siamo. E devo anche ringraziarli perché hanno fatto la cosa più importante che si possa fare per una figlia e una nipote: lasciarmi un futuro da coltivare”.
Che cosa ne pensate dell’enoturismo?
Giusy: “Per noi significa trasformare il vino sempre più in un’esperienza. Quando le persone vengono in vigna possono vedere e toccare quello che facciamo. Possono comprendere qualcosa che non si riesce a capire e spiegare soltanto attraverso la bottiglia. Significa avvicinare sempre di più il vino alle persone. Puoi spiegare, per esempio, da dove nasce la ginestra, la roccia, quella pietra che si rompe e dalla quale può nascere un vino. La degustazione diventa così un viaggio di conoscenza e di esperienza. In questo senso l’enoturismo può aiutarci a far capire chi siamo e come amiamo questo territorio.
In questo momento si parla molto dei bianchi dell’Etna. I bianchi potrebbero superare i rossi?
Giusy: “Io spero che non si creino due anime in competizione. L’attenzione sui bianchi è sicuramente tanta, perché sono vini che interpretano molto bene quello che oggi cerchiamo come la freschezza e l’eleganza. Ma poi se scendiamo nel dettaglio, il Carricante è luce, Mediterraneo, verticalità; il Nerello Mascalese è terra, pietra lavica, complessità. Come fai a metterli in competizione? Sono due facce di un unico grande terroir”.
Quali sono i vostri progetti per il futuro?
Giusy: “Sono tanti. Innanzitutto vogliamo ancora investire sulle vigne. Speriamo di crescere e di poter acquistare nuovi vigneti. Siamo pronti a farlo. Ma anche qui bisogna essere onesti: a volte vengono richieste cifre fuori mercato per i vigneti. Per noi è fondamentale che la produzione del vino sia onesta, sia nella produzione e sia nei prezzi. I nostri prezzi sono congrui rispetto al lavoro che facciamo e vogliamo continuare a studiare le nostre piante e le nostre contrade per capire sempre meglio la qualità. Consapevolezza, studio e ricerca sono fondamentali”.
C’è anche il progetto di una vigna didattica?
Giusy: “Sì. È uno dei sogni di mio zio Gianni: creare una vigna didattica per tramandare questa consapevolezza e questo valore al futuro. Io cerco anche di unire quello che sono io all’interno dell’azienda con le mie passioni. E poi…”.
E poi?
Giusy: “Vorremmo dedicare un vino a un nostro cugino, Saro Sorbello. È stato veramente uno dei grandi anticipatori dell’Etna. Lui ci credeva ancora prima di tutti. Faceva le prime prove di vinificazione, metteva la musica tra i filari. Era veramente innamorato dell’Etna. È stato lui a farmi credere che avremmo dovuto studiare e rimboccarci le maniche per riuscire a produrre qualcosa di veramente buono e che il vino era nel nostro Dna e non dovevamo mai dimenticarlo. Vorremmo un giorno dedicargli un vino proprio per questo”.
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